La borsa della spesa che sa di pop corn – Ae 37

Numero 37, marzoLa plastica è un piatto indigesto per l'ambiente. Per questo bisogna usarne il meno possibile.Ma se non riuscite a rinunciare agli shopper e alle posate usa e getta, l'alternativa ecologica esisteOgni anno ciascuno di noi (neonati compresi) getta…

Tratto da Altreconomia 37 — Marzo 2003

Numero 37, marzo

La plastica è un piatto indigesto per l'ambiente. Per questo bisogna usarne il meno possibile.Ma se non riuscite a rinunciare agli shopper e alle posate usa e getta, l'alternativa ecologica esiste

Ogni anno ciascuno di noi (neonati compresi) getta nella spazzatura circa mezzo quintale di plastica, per la maggior parte proveniente dalle confezioni di prodotti che acquistiamo (spesso proprio perché affascinati da un packaging seducente). Bottiglie, flaconi, sacchetti, vaschette possono essere prodotti con diversi tipi di plastica, ma tutte hanno in comune una caratteristica: per sparire dall'ambiente, dopo il loro uso, impiegano centinaia di anni. A meno che non vengano incenerite, ma in ogni caso i costi di smaltimento e l'inquinamento prodotto sono sempre più rilevanti.

Non c'è dubbio: l'unico modo per affrontare il problema alla radice è di ridurre lo spreco di plastica e degli altri materiali nelle confezioni, abituandoci ad esempio a fare la spesa con un occhio attento anche ai potenziali rifiuti che infiliamo nel carrello.

Ma cambiare certe abitudini non è facile. Uno stimolo efficace sarebbe di imporre delle tasse sulle confezioni, per far pagare i costi ecologici del loro smaltimento.

Purtroppo i governi si muovono molto timidamente in questa direzione, persino nei Paesi più attenti all'ambiente (e il nostro non è tra questi).

Eppure alcune alternative già ci sono, anche senza rinunciare a tutti i vantaggi della plastica. Basterebbe favorire l'uso delle plastiche ” bio” (cioè ottenute da materia prima biologica) almeno per quei prodotti per i quali le bioplastiche sono soddisfacenti.

Un esempio recente è il divieto (anche in Italia) di produrre bastoncini per le orecchie non biodegradabili. Oggi quelli in circolazione sono fatti di carta o di bioplastica.

La domanda di plastiche biodegradabili sembra crescere in tutto il mondo industriale, anche se resta confinata ad una piccola nicchia. Ma la domanda è: sono davvero una soluzione?

Per capirlo facciamo l'esempio dei sacchetti per la spesa, i cosiddetti shopper.

I sacchetti più diffusi sono fatti in polietilene; un materiale plastico derivato del petrolio, formato da molecole che sono lunghe catene di atomi di carbonio (polimeri) con appesi atomi di idrogeno.

Le caratteristiche fisiche di questi polimeri ne fanno un materiale duttile e resistente, ma anche praticamente indistruttibile quando viene disperso nell'ambiente. Gli shopper che finiscono interrati con i rifiuti urbani rimangono nel suolo per centinaia di anni, e si possono distruggere solo nei forni di incenerimento. Il che, lo abbiamo detto, produce però inquinamento dell'aria con emissione di gas serra (CO2), nonché scorie e fumi tossici.

Se pensiamo di sostituire il sacchetto di polietilene con qualcos'altro le scelte non sono molte. L'ideale sarebbe la vecchia borsa di paglia della nonna, o meglio ancora una borsa di juta nuova, comprata in qualche bottega del commercio equo. Ma se non si riesce a rinunciare allo shopper le sole alternative possibili sono i sacchetti di carta e quelli di bioplastica.

La carta sembra la soluzione migliore, visto che la cellulosa di cui è fatta è un materiale naturale e biodegradabile.

Ma per valutarne appieno l'impatto ambientale bisogna tener conto dell'intero ciclo di vita dei sacchetti, calcolando la quantità di energia complessivamente necessaria alla loro produzione, distribuzione e smaltimento, nonché la produzione di inquinanti e di CO2. Ci si accorge così che il sacchetto di carta non è una soluzione conveniente, perché a parità di caratteristiche rispetto a un sacchetto in polietilene, deve avere un peso decisamente maggiore. E ciò vuol dire che l'energia consumata -e i gas serra prodotti- durante il suo ciclo di vita sono maggiori.

Che dire invece delle bioplastiche?

Le molecole di questi materiali sono anch'esse dei polimeri, ma con una struttura e una composizione diversa, che consente agli agenti naturali di aggredire le lunghe catene di atomi spezzandole e riducendole a componenti che possono essere assorbiti dall'ambiente senza effetti tossici, e che addirittura possono sostenere la vita di organismi, dai batteri alle piante.

Oggi si trovano sul mercato due tipi di plastiche biodegradabili, ottenute a partire dall'amido di mais, di patate o di grano. Uno è il Mater-Bi, costituito da amido allo stato naturale, opportunamente trattato e mischiato (in proporzione del 50-60%) con altri polimeri sintetici, derivati essenzialmente dal petrolio, ma con procedimenti che ne rendono le molecole biodegradabili. L'altro sono dei polimeri dell'acido lattico (Pla), una molecola che si ottiene dalla fermentazione degli amidi.

Il Mater-Bi è prodotto dalla società italiana Novamont, che detiene i brevetti di fabbricazione ed è leader mondiale nel settore, con una produzione di circa 20.000 tonnellate l'anno. Il Pla è prodotto in quantità decisamente minore (circa 3.000 tonnellate nel 2000) da colossi internazionali, come la Cargill-Dow, che si stanno impegnando per aumentarne la produzione.

Il Mater Bi è un materiale completamente biodegradabile, adatto ad essere utilizzato con i rifiuti organici per produrre compost, ed è certificato dal marchio “OK compost” che garantisce la conformità alle norme europee per il packaging biodegradabile emanate nel 2001 (la direttiva EN 13432).

Anche in questo caso la valutazione della convenienza ambientale deve tener conto dell'intero ciclo di vita, stabilendo un confronto con i prodotti sostitutivi. La Novamont ha effettuato uno studio comparato su shopper usati in Svizzera in alcune catene di grande distribuzione, confrontando il costo energetico e l'emissione complessiva di gas serra per sacchetti in carta, in polietilene e in Mater-Bi.

I risultati indicano che la carta, come dicevamo, è il materiale meno conveniente, mentre il Mater-Bi si rivela migliore del polietilene sia dal punto di vista dei costi energetici complessivi che da quello dell'effetto serra.

Per sfruttare correttamente queste qualità è però necessario che il sacchetto biodegradabile finisca il suo ciclo di vita nel modo giusto. Usare sacchetti o altri contenitori biodegradabili per poi incenerirli assieme a tutti gli altri rifiuti sarebbe poco conveniente.

Per un buon utilizzo di questi materiali è quindi essenziale che si diffonda la pratica della raccolta differenziata. In questo caso lo shopper in Mater-Bi può essere usato per raccogliere l'umido, sostituendo i sacchetti appositi, che non sempre sono distribuiti gratuitamente e che nei supermercati costano circa 10 centesimi.

L'alternativa al sacchetto di plastica sembra dunque disponibile. Il problema che maggiormente ostacola la sua diffusione è per ora il prezzo, decisamente maggiore rispetto ai sacchetti in polietilene.

Ma se nel prezzo di questi ultimi venisse conteggiato anche il loro effettivo costo di smaltimento la differenza non sarebbe così significativa.!!pagebreak!!

È italiano il maggiore produttore. E la capitale della plastica ecologica è Terni
Per sapere qualcosa di più sulla Novamont, il maggior produttore italiano di bioplastica, abbiamo fatto una chiacchierata con il direttore commerciale, l'ingegner Luigi Marini. Ci ha spiegato che la società è stata ceduta da Montedison nel 1996, e oggi è controllata dalla banca Intesa Bci (ex Comit), insieme ad un gruppo di banche e investitori privati, la maggior parte dei quali raggruppati nel fondo privato Investitori Associati (anch'esso controllato da Intesa). Novamont conta attualmente 100 dipendenti, 40 dei quali nello stabilimento di Terni, recentemente potenziato per portare la produzione annua a 20.000 tonnellate. Altre 15.000 tonnellate di Mater-Bi sono prodotte negli Stati Uniti, su licenza, dalla National Starch, che produce chips per imballaggio a perdere, che sostituiscono le invadenti “patatine” in polistirolo. A Terni viene prodotta la materia prima, con composizioni e caratteristiche diverse a seconda degli usi cui è destinata. Il Mater-Bi grezzo viene poi ceduto ad altre ditte per la produzione degli oggetti di consumo, che vanno dai sacchetti ai contenitori, al materiale per imballaggio, alle stoviglie a perdere (piatti, bicchieri, posate), alle coperture per il terreno usate nelle colture. I prezzi di questi prodotti continuano a essere più alti di quelli dei loro concorrenti in plastica tradizionale, ma è essenzialmente un problema di scala. I sacchetti per la raccolta differenziata distribuiti ai Comuni sono scesi, ad esempio, da un prezzo di 150 lire l'uno nel 1995, a circa 60 lire nel 2002. Se le quantità prodotte fossero paragonabili a quelle delle plastiche tradizionali anche i prezzi diventerebbero concorrenziali, a prescindere dalla valutazione dei costi di smaltimento.

Nel 2002 Novamont ha chiuso sostanzialmente in pareggio, con un fatturato di circa 26 milioni di euro, cinque in più rispetto al 2001, quando gli utili erano stati di 700 mila euro.

Bioplastiche, una storia a metà
La storia delle bioplastiche è intessuta di tentativi più o meno riusciti, di promesse eccessive e di rinunce motivate dalla scarsa redditività economica. Negli anni '90 diverse multinazionali hanno cercato di sviluppare plastiche biodegradabili, ottenute da amidi, o prodotte da microrganismi.

Cargill e Dow Chemical hanno unito le loro forze per sviluppare i Pla, ottenuti polimerizzando delle molecole che si ricavano dalla fermentazione dell'amido, e che oggi sono le uniche bioplastiche sul mercato oltre al Mater-Bi.

Altre società del settore delle biotecnologie hanno cercato di produrre plastiche direttamente da colture di batteri, chiamate Phb e Phbv. Ma i batteri devono essere alimentati con prodotti vegetali e così si è pensato di far produrre le bioplastiche direttamente alle piante, modificando opportunamente il loro patrimonio genetico.

I tecnici della Monsanto sono riusciti a produrre un tipo di colza geneticamente modificata, capace di sintetizzare i Phbv, ma i costi di produzione sono troppo alti, tanto che la multinazionale biotech ha deciso di abbandonare, per ora, il programma di ricerca.

Accanto a questi ci sono altri prodotti biodegradabili, ma che non possono essere definiti bioplastiche perché non derivano da materia organica. È il caso dell'Ecoflex, una pellicola per alimenti prodotta dai tedeschi della Basf, che si decompone nella pattumiera insieme ai rifiuti organici (http://www.basf.com/static/science_and_you.html).

Approfondimenti
La Commissione Europea ha promosso un programma di ricerca per i prodotti biologici non alimentari, tra cui i materiali da imballaggio. I risultati si trovano sul sito:
http://www.nf-2000.org/home.html

Sulla certificazione dei prodotti compostabili e biodegradabili: http://www.biocompostable.com/Bio_Systems/English/Certification/okc.htm oppure http://www.bpiworld.org

Il sito di Novamont: http://www.materbi.it/start.html all'interno del quale è possibile vedere alcune delle applicazioni del Mater-Bi (www.novamont.com/c/index.html)!!pagebreak!!

Novara e Cossato, botteghe biodegradabili
Usa e getta equo e solidale
Gli shopper si usano anche nelle botteghe del commercio equo. Quasi ovunque in carta o in polietilene, ma da qualche parte cominciano a comparire anche quelli in Mater-Bi.

All'avanguardia in questa piccola rivoluzione c'è Abacashì, bottega equo solidale di Novara, che ha deciso di eliminare completamente i sacchetti in polietilene, sostituendoli con la bioplastica. Purtroppo il comune di Novara non fa la raccolta differenziata dell'umido, ma alcuni Comuni della zona hanno adottato questa pratica, così i sacchetti presi in bottega possono finire la loro esistenza nel modo migliore. Il problema è il costo dei sacchetti, decisamente più alti rispetto ai corrispettivi in plastica tradizionale, tanto che si è deciso di far pagare un piccolo contributo -dieci centesimi- ai clienti (sia per il sacchetto in Mater-Bi che per quello di carta).

Abacashì ha anche proposto all'Associazione Botteghe del Mondo di diffondere l'uso di questi sacchetti a tutte le botteghe, con la possibilità di acquistarne così grosse quantità, eventualmente “personalizzando” gli shopper con un logo o una scritta.

Per ora la proposta è stata bocciata dall'assemblea, per dubbi sull'assetto proprietario di Novamont.

Le botteghe che volessero comunque usare gli shopper in Mater-Bi, ma sono frenate dall'obbligo di acquistarne grosse quantità, possono averli da Abacashì, che li acquista all'ingrosso (dalla ditta Ibiplast di Solbiate Olona, Varese) e li rivende al prezzo di 52,08 euro per una confezione da 500 sacchetti grandi, e di 75,83 euro per una confezione da mille sacchetti più piccoli, più le spese di spedizione di 6,71 euro (abacashi@libero.it). Sinora sono state inviate una ventina di confezioni, anche in Sardegna.

Sempre in Piemonte, ma a Cossato (Biella), la cooperativa Raggio Verde, che si occupa di catering equo e solidale, ha adottato anch'essa il Mater-Bi per le stoviglie a perdere. Anche in questo caso c'è un problema di prezzi, ma l'uso di materiali biodegradabili è ritenuto qualificante e irrinunciabile, tanto che la cooperativa si è assunta il ruolo di agente per il Piemonte della ditta che produce piatti, bicchieri e posate (lo “Scatolificio del Garda”, che ha una linea di prodotti in plastica bio degradabile. Informazioni su www.sdg-bri.it). La cooperativa (per contattarli scrivete all'indirizzo ascsa@tin.it) rivende prodotti in bioplastica in confezioni da un migliaio di unità circa (un esempio: mille tazzine da caffè a 72 euro), ma se andate in Bottega si possono anche acquistare quantitativi inferiori, se state preparando una festa o un ricevimento.

Oggi Raggio Verde vende prodotti in Mater-Bi nell'ordine di 4/5 mila euro l'anno.

All'orizzonte ci sono le mense: la cooperativa vuole contattare le società che se ne occupano e promuovere l'uso delle bioplastiche.

Il catering etico del forum sociale
Un'altra Europa è possibile anche in pausa pranzo. Forse non se ne sono accorti tutti, ma anche il catering del Forum sociale europeo, tenutosi a Firenze lo scorso novembre, utilizzava prodotti in Mater-Bi.

L'indizio c'era, sotto forma di cartelloni che invitavano a buttare tutto assieme, avanzi di cibo e piatti usa e getta, nello stesso bidone della pattumiera, quello del compost.

Il problema era emerso quando si trattò di conciliare l'esigenza di dare da mangiare a 10 mila persone con un minimo di sostenibilità, perché la legge impone l'utilizzo dell'”usa e getta” per catering temporanei. Allora il gruppo organizzatore del Forum sociale si rivolse alla Gerist Ricevimenti, la società fiorentina che dal 1989 gestisce la ristorazione della Fortezza da Basso, chiedendo l'utilizzo di piatti, posate e bicchieri biodegradabili.

Ne venne fuori un accordo a tre, tra Forum sociale, Gerist e Novamont: 36 centesimi il costo concordato per ogni “coperto” (il buono pasto era 4 euro).

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