Opinioni

Jobs Act e pensioni: le variabili che pesano sui consumi

Le stime sull’andamento del prodotto interno lordo italiano nel 2016 e 2017 subiscono revisioni al ribasso. Ciò dovrebbe portare ad interrogarci sull’efficacia delle misure di politica economica e sulla spesa pubblica per favorire l’occupazione, ma anche sugli effetti di quella previdenziale. L’analisi di Alessandro Volpi

Accade con sempre maggiore frequenza: le stime che le agenzie di rating e gli istituti di ricerca tracciano in relazione all’andamento del prodotto interno lordo (Pil) italiano subiscono continue revisioni al ribasso. È così anche per le previsioni in merito al 2016 e al 2017, che si avvicinano a uno striminzito 1%, rendendo meno favorevoli le ipotesi formulate solo qualche mese fa. 
Questo peggioramento potrebbe risultare ancora più marcato, poi, per l’insufficienza dei margini di flessibilità riconosciuti dall’Europa ai conti pubblici italiani. 
La possibilità di ridurre soltanto dello 0,6% del Pil l’obbligo imposto al nostro Paese in termini di rientro dal deficit potrebbe costringere il governo, già nel corso del 2016, a manovre correttive alla Legge di Stabilità non riducibili a misure di mero carattere contabile, ma destinate a tradursi in nuovi tagli o in nuove maggiore entrate. 
È evidente dunque che la ripresa italiana stenta molto a decollare e deve fare i conti con troppe incertezze alcune delle quali, forse, sono riconducibili, almeno in parte, a due interrogativi sollevati dalla politica economica italiana. 



1) La prima domanda riguarda l’efficacia del Jobs Act e del taglio dei contributi previdenziali per i neo assunti rispetto alla dinamica della produzione della ricchezza nazionale. 
Queste misure hanno comportato e comporteranno l’utilizzo di risorse pubbliche per 1,9 miliardi di euro nel 2015, per 4,5 miliardi nel 2016, per 5 miliardi nel 2017 e per 2,9 miliardi nel 2018. In totale, nell’arco di quattro anni, l’impegno di spesa pubblica è pari a oltre 14 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere le minori entrate pubbliche derivanti dagli accennati sgravi contributivi pari a 800 milioni di euro nel 2016, a 2,1 miliardi nel 2017 e a 1,3 miliardi nel 2018. 
Se le due voci si sommano, si genera un effetto complessivo, in termini di risorse pubbliche, pari a 18,5 miliardi di euro in quattro anni. Si tratta di quasi un punto e mezzo di Pil messo a disposizione della ripresa e che rappresenta la componente più espansiva della manovra finanziaria del governo. 
Quanto questi interventi riusciranno a incidere realmente come moltiplicatore della ricchezza prodotta nel nostro Paese? Nel 2015 e nel 2016 sembrerebbero generare un effetto ancora molto limitato, con una crescita complessiva inferiore al 2%. Nei due anni successivi la capacità propulsiva dipenderà molto dalla possibilità di avere dall’Europa un margine di rientro nel rapporto deficit-Pil assai più favorevole di quello negoziato fino ad oggi -che ci obbligherebbe di fatto al pareggio di bilancio- altrimenti saremo di fronte ad una nuova manovra finanziaria molto costosa e poco efficace.

2) Il secondo interrogativo si lega alla prerogativa delle pensioni, che costituiscono la fonte di reddito per una parte molto estesa della popolazione italiana, di alimentare il sistema dei consumi interni, ritenuto da tutte le stime sul Pil il motore indispensabile della ripresa. 
I recenti dati Istat non sono, in tal senso, molto rassicuranti: in Italia, vengono pagate mensilmente dall’Inps più di 18 milioni di pensioni private, di cui 14,3 di natura previdenziale e 3,8 di carattere assistenziale. L’esborso complessivo è stato pari, nel 2015, a quasi 197 miliardi di euro, con una forte concentrazione degli assegni nella fascia di importo più basso: il 63,4% delle pensioni risulta inferiore ai 750 euro mensili, con una percentuale che sale addirittura al 77,1% nel caso delle donne. È vero che un buon numero di pensionati è titolare di più prestazioni o di ulteriori redditi come dimostrano i dati Istat secondo i quali su 11,5 milioni di assegni inferiori a 750 euro, quelli che godono di altri assegni per i redditi bassi -dalle integrazioni al minimo alle invalidità- sono 5,2 milioni, con l’effetto di una pensione media vicina ai mille euro. Resta tuttavia da capire come sia possibile una reale ripresa dei consumi interni con una platea così estesa di pensionati che dispongono ogni mese di risorse tanto limitate. 
Le due domande in questione non hanno e non possono avere risposte univoche, ma hanno lo scopo di porre in rilievo il tema cruciale della necessità di attuare politiche economiche e sociali in grado di utilizzare le risorse pubbliche per creare nuova ricchezza e, soprattutto, per distribuirla in maniera efficace, e giusta.


* Alessandro Volpi, Università di Pisa 

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