Opinioni

Indebitati e felici? No!

Il debito dell’Italia, pur pesantissimo e in aumento, è facilmente collocabile sui mercati, e così sembra essere fonte di minori preoccupazioni di quanto avvenisse in passato. Si tratta, però, di una condizione momentanea, frutto di almeno tre circostanze straordinarie, per cui il Governo -e gli italiani- non possono dormire sonni tranquilli

La deflazione, ormai palmare in Italia, può davvero contribuire a creare paradossi. Il debito pubblico italiano ha raggiunto livelli altissimi mentre il rendimento dei titoli di Stato si è ridotto al minimo. È più facile collocare il nostro gigantesco debito nazionale piuttosto che i titoli inglesi e persino i titoli di Stato statunitensi. Lo spread, anche nei confronti della solida Germania, si è quasi consumato, scendendo al di sotto di quelli che erano considerati standard fisiologici. In estrema sintesi, sembra svanita la paura di una possibile insolvenza italiana. 
Di fronte a ciò, sorge allora spontanea la domanda se sia concepibile assistere contemporaneamente alla lievitazione della massa debitoria e all’altrettanto rapida ed evidente scomparsa delle difficoltà a collocarla. Peraltro, questa contraddizione prende corpo in presenza di un situazione in cui non sono alle viste misure in grado di incidere in maniera significativa sullo stock primario del debito: non ci sono all’orizzonte, nel breve periodo, ondate di privatizzazioni decisive, né operazioni rapide di dismissione del patrimonio pubblico, né tantomeno ipotesi di imposte patrimoniali. Ma allora è possibile essere indebitati e felici? La riposta, purtroppo per l’Italia, è negativa e l’attuale fase, paradossale appunto, può essere spiegata alla luce di una serie di circostanze decisamente eccezionali: 1) la prima è riconducibile proprio al combinato disposto di deflazione e di strategia monetaria avviata dalla Bce di Mario Draghi. Sono state soprattutto le dichiarazioni del presidente dell’Eurotower a convincere i mercati che stia per intensificarsi una stagione di maggiore liquidità garantita dalla Bce per combattere la caduta dei prezzi, a partire dai Paesi dove quel fenomeno è più marcato. Qualche osservatore ha persino ventilato l’idea che Draghi sia disponibile a praticare il modello della Federal Reserve, emettendo carta moneta per comprare titoli di Stato e iniettando così liquidità per far ripartire l’economia. In uno scenario simile, è naturale che l’Italia, Paese con deflazione conclamata, potrebbe beneficiare di un maggior intervento da parte di Draghi e dunque avrebbe un debito pubblico molto più facile da collocare proprio grazie alla liquidità della Bce.
In questo senso la contraddizione tra un debito alto e un prezzo basso per il suo collocamento si spiega, almeno in parte, con l’ipotizzato aiuto della Bce alle economie dove i consumi stanno crollando e la deflazione avanza.
2) La seconda circostanza si lega all’azione del sistema bancario italiano, che continua a comprare a mani basse titoli di Stato, privilegiando questa scelta piuttosto che quella di sostenere gli investimenti produttivi. Anche in questo caso gioca un peso rilevante l’azione della Bce: se l’istituto guidato da Mario Draghi fornisce liquidità praticamente gratis alle banche dei Paesi con maggiore deflazione, è chiaro che tali banche avranno disponibilità a cui dare una destinazione certa e sicura, come i titoli di Stato di un Paese non più a rischio di solvibilità. Se, poi, i depositi delle stesse banche presso la Bce hanno rendimenti addirittura negativi, allora la scelta di comprare titoli di Stato sarà ancora più accentuata, a discapito però di ogni tipo di impiego a beneficio del sistema produttivo. Avere un debito alto facilmente collocabile rischia, in quest’ottica, di indebolire l’azione creditizia delle banche in direzione dell’economia reale.
3) C’è forse un’ ulteriore circostanza che presenta aspetti meno negativi delle due precedenti: in questo momento, al di là delle vignette ironiche della stampa finanziaria anglosassone, il panorama italiano è meno cupo di altri. La Francia ha vissuto una dura crisi di governo proprio sul tema del modello economico europeo e conosce una fase di difficile contenimento del disavanzo pubblico. Anche la Germania comincia a dare segnali di sofferenza, scontando le difficoltà di sostituire il rallentamento del mercato estero con i consumi interni. L’Inghilterra, pur con un’economia in ripresa, paga comunque l’assenza di un vero ombrello monetario e il suo istituto centrale ha già a lungo abusato della creazione di carta moneta.

L’Italia dunque, con un deficit al di sotto del 3% e con una stabilità di governo che non pare seriamente minacciata, può rappresentare oggi un lido meno travagliato di altri. In tali condizioni, dunque, il suo debito, pur pesantissimo, sembra essere fonte di minori preoccupazioni di quanto avvenisse in passato. Essere indebitati e felici è una condizione decisamente momentanea, che va utilizzata per raggiungere una più equilibrata serenità.
 

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