Il Wto è collassato. A Ginevra come a Cancun, cinque anni fa


L’Organizzazione mondiale del commercio collassa a Ginevra. I negoziati del Doha Round per la liberalizzazione commerciale, in corso nella città elvetica a fine luglio, si sono conclusi il 29 luglio con un nulla di fatto. Lo ha riconosciuto la rappresentante del Commercio degli Stati Uniti d’America, Susan Schwab.

Le principali potenze commerciali (Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Unione europea e Usa) non sono arrivate ad un accordo sul come e quanto aprire i propri mercati ai prodotti agricoli e industriali, ovvero su quanto ridurre i sussidi, e sul tipo di protezione da garantire alle industrie dei Paesi poveri. Riportiamo un’analisi di Roberto Sensi per l’Osservatorio italiano sul commercio internazionale,
tradewatch.it

Alla Wto e al commercio internazionale abbiamo dedicato il libro “Tutte le bugie del libero commercio”

Dopo quattro giorni di intensi negoziati ginevrini, i Paesi membri della Organizzazione mondiale del commercio (Wto) non hanno ancora sciolto i nodi principali che stanno bloccando le trattative sul Doha Round. Dal fallimento della ministeriale di Cancun nel 2003 (nella foto, una manifestazione di protesta), assistiamo al solito teatrino nel quale le grandi potenze e i Paesi emergenti si accusano reciprocamente di mancanza di ambizione e di ipocrisia nel chiedere ingenti aperture dei mercati, senza poi a loro volta concederle. In tutto questo si è perso l’obiettivo originario del round commerciale, ovvero lo sviluppo. 

Anziché affrontare le questioni chiave per far sì che le regole commerciali lavorino a sostegno dello sviluppo dei Paesi poveri, tutta la contesa si è ridotta alla sola questione dell’accesso al mercato nel settore agricolo, dei servizi e dei prodotti industriali. È come se, solo sistemate le questioni importanti, successivamente i grandi player della Wto (Usa e Unione europea su tutti) si potessero dedicare ai poveri, a quei Paesi cioè che hanno tutto da perdere da questo ciclo di negoziati. L’unica speranza è quella che salti l’accordo, ovvero che si ripeta il fallimento di Cancun, di Hong Kong, di Ginevra e Potsdam e che il direttore generale della WTO, Pascal Lamy, annunci finalmente la morte del Doha Round. Ma come si sa, le logiche diplomatiche rispondono ad altri criteri e tra “gentiluomini” un’intesa è sempre possibile, soprattutto se permette a tutti di intascare qualcosa. I nodi del negoziato sono ormai ridotti allo scambio tra concessioni dei Paesi sviluppati, Europa e Stati Uniti, sul capitolo agricolo -taglio ai sussidi e riduzione delle tariffe- e il taglio consistente delle tariffe industriali che dovrebbero attuare i Paesi emergenti, Cina, India, Brasile, Sud Africa etc. C’è poi il capitolo dei servizi, una partita giocata tutta tra un club ristretto di vecchie e nuove potenze, in una logica di liberalizzazione che appare una follia alla luce delle recenti turbolenze finanziarie e del fallimento dei programmi di privatizzazione dei servizi pubblici di base in tutto il mondo.

Insomma non ci siamo proprio. Anche le proiezioni sui benefici che deriveranno dalla chiusura del Doha Round parlano di incrementi del Pil di ordine decimale, ma di costi elevati soprattutto per i Paesi del Sud. E a dirlo è la Banca mondiale, non esattamente un covo di rivoluzionari! Per esempio, i guadagni dei Pvs saranno in media dello 0,16% del Pil, mentre in termini di ricchezza pro-capite si parla di circa mezzo centesimo di euro al giorno. Se guardiamo ai Paesi sviluppati, il loro guadagno pro-capite previsto è di circa 25 volte superiore a quello dei Pvs, alla faccia del supposto Round per lo Sviluppo! I Pvs non beneficieranno tutti alla stessa maniera, essendo previsto che oltre la metà dei guadagni andranno solo a otto Paesi (Brasile, Argentina Cina, India, Messico, Tailandia, Turchia, Vietnam).

Ma se usciamo dalla ferrea logica del Pil, che boccia comunque il Doha Round, le conseguenze sono ancora più gravi. Si parla di veri e propri processi di de-industrializzazione, già evidenti come conseguenza dei programmi di aggiustamento strutturale e degli accordi regionali e bilaterali di libero scambio, e perdita della sicurezza alimentare, la maggior parte dei Paesi poveri è importatore netto di alimenti pur avendo un’economia prevalentemente agricola. Abbassamento delle tariffe significa anche perdita di gettito fiscale che in molti Paesi poveri rappresenta una quota consistenze delle entrate e quindi della propria spesa pubblica.

Andando a guardare alla trasparenza del processo negoziale, assistiamo a un “direttorio” di Paesi (il G7) che gestisce il negoziato nelle famose “green room”, invitando all’occorrenza i differenti Paesi, ma imponendo l’ordine del giorno delle discussioni e delle eventuali decisioni. Allo stesso tempo è evidente il rischio di un colpo di mano di Pascal Lamy che già domani potrebbe arrivare con proposte di accordi redatte di proprio pugno, ignorando tutto quello che è stato il processo negoziale nell’ultimo anno e i contributi dei differenti Paesi in via di sviluppo e meno sviluppati fatti circolare in questi mesi. Ricordiamo che una eventuale quadratura del cerchio che metta d’accordo Usa, Ue, Cina, Brasile ed India, significa la chiusura del round che poi verrà fatta ratificare nel Trade Negotiating Commettee a tutti gli altri Paesi.

[pagebreak] L’Europa divisa

La Ue negozia in sede Wto come un unico blocco di Paesi, guidati dal Commissario al commercio Peter Mandelson. In questi ultimi mesi sono emerse le divisioni interne tra gli Stati con un’importante settore agricolo -come la Francia, la Spagna e l’Italia, che non sono disposti a fare ulteriori concessioni sul capitolo agricolo in cambio di spostamenti significativi sugli altri capitoli negoziali- e i Paesi del Nord, più interessati a nuove quote di mercato negli altri settori, come i servizi e i prodotti industriali.

Tali divisioni stanno emergendo in maniera palese nel negoziato, con la Francia, presidente di turno della Ue, che non perde occasione di polemizzare con Mandelson e frenarlo nelle sue “accelerazioni” per riuscire a chiudere l’accordo.

Uno strappo negli Usa

Sull’altra sponda dell’Atlantico, gli Stati Uniti, è evidente lo strappo tra il governo e il Congresso in materia di politica commerciale, con quest’ultimo che dimostra un atteggiamento molto prudente. Non dimentichiamo che il governo Bush non ha più l’autorità di negoziare per conto del Congresso gli accordi commerciali e qualsiasi intesa eventuale sarà sottoposta ai veti incrociati del Congresso americano. Non si tratta di una considerazione di secondo piano. Essendo scaduta la Fast Track Authority, che dava al governo l’autonomia di negoziato con l’unico potere di veto, ma non di emendamento, del Congresso, qualsiasi concessione in sede negoziale che gli Usa offriranno sarà carta straccia. È evidente come l’euforia liberista degli anni novanta stia lasciando spazio a un ritorno a misure protezioniste, nel tentativo di proteggere le economie dai venti di recessione che stanno soffiando nel mondo. L’elemento di novità è rappresentato dai Paesi emergenti con i quali la vecchia triade (Usa, Ue, e Giappone) deve fare i conti, essendo le uniche economie in espansione, oltre che mercati potenziali di milioni e milioni di consumatori.

L’Italia in mezzo al guado

Lo stesso ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, sbandiera ai quattro venti il fallimento dell’idelogia “mercatista”, sostenendo la necessità di un ritorno a un ruolo dello Stato nell’economia, allo scopo di frenare i meccanismi di concentrazione economica che sembrano essere la vera cartina di tornasole nel valutare i mercati internazionali. Poche grandi imprese, infatti, controllano il mercato delle materie prime, agricole e non,

i mercati finanziari, la telecomunicazione, le banche, le assicurazioni. È perciò assolutamente ipocrita spingere per l’integrazione dei Paesi del Sud in un mercato mondiale costretto alle logiche oligopoliste di poche grandi imprese. Di quale libero mercato stiamo parlando?

In ultimo la nostra Italia, in profonda difficoltà ad affrontare le sfide di una globalizzazione che impone una competizione sempre più forzata. Il nostro Paese è arroccato nella difesa dei prodotti tipici e nel timore delle conseguenze di una liberalizzazione del mercato agricolo che metterà sempre più in difficoltà le sue piccole e medie imprese.

Al ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, che si scaglia contro i rischi dell’importazione di pomodori dalla Cina se questi venissero classificati come prodotti tropicali, e quindi soggetti a impegni di riduzione tariffaria più consistenti, andrebbe ricordato quello che i pomodori europei sussidiati hanno causato in Africa. Il Ghana aveva una fiorente industria delle produzione e della trasformazione dei pomodori che impiegava migliaia di lavoratori. L’arrivo dei pomodori europei sussidiati e più competitivi ha di fatto messo fuori mercato le produzioni locali con gravi conseguenze economiche e sociali. L’attuale crisi alimentare è l’evidenza del fallimento di un’idea di agricoltura ridotta a pura merce e la risposta alla crisi, guarda caso, sta nel ritorno al rispetto di quei principi alla base del concetto di sovranità alimentare che da anni movimenti internazionali come la Via Campesina portano avanti e che sono completamente assenti dalle discussioni a Ginevra.

“Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, è lo slogan che da ormai cinque anni la società civile ed i movimenti sociali del Nord e del Sud del mondo gridano ad ogni appuntamento ministeriale della Wto. Doha è morto, il libero commercio ha fallito, chi continua a propugnarlo o è accecato dall’ideologia, oppure c’ha da guadagnarci.

Quello che chiediamo a tutti quanti abbiano a cuore le persone e l’ambiente, che i fautori del libero mercato considerano come mere esternalità, è di far sentire la propria voce, di contribuire al fallimento dei negoziati, di informare e di informarsi per creare massa critica nella coscienza collettiva.

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