Opinioni

Il vero allarme sociale

Gli errori commessi da chi fa “antimafia” non possono cancellare l’attenzione di società e media sulla criminalità organizzata. Che spara di meno solo per crescere meglio

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

Da qualche tempo, in Italia fa più notizia l’antimafia che la mafia. I discutibili comportamenti o, addirittura il compimento di reati, da parte di alcuni rappresentanti di realtà o associazioni che da anni sono conosciute socialmente per il loro impegno contro le cosche hanno attirato l’attenzione dei mass media e della Commissione parlamentare antimafia; hanno scatenato un putiferio di interventi sui social network; hanno contribuito alla nascita di un nuovo mercato editoriale. 

Raccontare e denunciare l’illegalità e il malcostume di chi dovrebbe essere testimone di comportamenti fondati su onestà, trasparenza e correttezza non solo è giusto, ma è anche doveroso. A condizione, tuttavia, che questa operazione venga fatta per aiutare i cittadini a capire, rifuggendo la tentazione di indurli a cadere nella trappola della cultura scandalistica e generalista del “sono tutti uguali”. Che sicuramente, com’è stato parlando e scrivendo della “casta” dei politici, può contribuire a far vendere qualche copia di giornale o di libro in più, far aumentare di qualche punto lo share di certi programmi televisivi, ma non alimenta la speranza e la voglia di impegnarsi per un futuro migliore e non aiuta a diffondere la cultura della cittadinanza responsabile e della partecipazione attiva alla vita delle comunità.
Nel mondo dell’antimafia sociale, così come in quello della politica, dell’economia, del giornalismo, delle libere professioni, della magistratura e delle forze dell’ordine abbiamo registrato, purtroppo, una serie di comportamenti scorretti o illegali -troppi e in poco tempo- che non possono, tuttavia, offuscare l’impegno, i sacrifici e, in diversi casi, anche i rischi, che migliaia di persone corrono quotidianamente per affermare la legalità e la giustizia nel nostro Paese.

Le mafie sono ancora presenti in Italia. Si sono espanse nel Centro-nord del Paese, in Europa e nel mondo. In particolare la ‘ndrangheta calabrese e Cosa nostra siciliana. Sparano molto di meno e investono sempre di più. Le mafie sono diventate imprese criminali che utilizzano principalmente la corruzione per fare affari e inserirsi nel mondo politico e della pubblica amministrazione. Insieme a personaggi violenti, negli ultimi tempi sono stati arrestati con sempre maggiore frequenza anche imprenditori, liberi professionisti, funzionari pubblici, politici, membri delle forze dell’ordine e dell’apparato della giustizia. Tutta gente al servizio dei boss i quali -confermando la loro storica abilità nel tenere insieme la tradizione e la modernità- perseguono costantemente il loro fine, che è quello dell’arricchimento rapido e impune cui si accompagna l’esercizio del potere che da esso deriva. 

Scrive la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nella sua ultima relazione annuale: “Può ragionevolmente affermarsi che tutte le mafie hanno acquisito, nel tempo, consapevolezza del fatto che la violenza deve utilizzarsi in modo sempre più residuale per governare una società evoluta e post industriale”. I mafiosi hanno compreso -o sono stati indotti a comprendere- che un ricorso eccessivo agli omicidi e alle bombe è controproducente, perché produce allarme sociale, attira l’attenzione dei mezzi di comunicazione, obbliga gli apparati investigativi e giudiziari ad aumentare il loro intervento. Tutto questo significa arresti, processi, condanne, decenni di carcere e, cosa che dà più fastidio ai boss, il sequestro e la confisca di capitali, beni immobili e aziende. 

Le mafie sparano di meno non significa che hanno messo da parte per sempre la violenza. La recente scoperta di un progetto di attentato nei confronti del Procuratore della repubblica e di alcun magistrati di Napoli ne è la conferma.

* Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”, www.avvisopubblico.it

 

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