Opinioni

Il Veneto alla prova etica

Il consiglio regionale ha approvato un codice deontologico, ritagliato sulla Carta di Avviso Pubblico: dopo le elezioni, divieti (e doveri) in materia di trasparenza e legalità saranno legge

Tratto da Altreconomia 172 — Giugno 2015

La Regione Veneto ha finalmente deciso di fare un passo concreto sulla via dell’esercizio della responsabilità. C’è voluto, forse, l’ultima inchiesta sul Mose (il sistema di paratie mobili contro l’acqua alta a Venezia, nella foto), che ha portato alla scoperta dell’esistenza di un articolato sistema corruttivo composto da politici, dirigenti pubblici, magistrati, imprenditori e faccendieri, per realizzare quanto previsto dall’articolo 3 della legge regionale 48 del 2012, denominata “Misure per l’attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso, della corruzione nonché per la promozione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile”.
Il Consiglio regionale, a metà maggio 2015, ha infatti approvato all’unanimità un Codice di autoregolamentazione che i prossimi eletti a Palazzo Ferro Fini (a fine maggio, i cittadini veneti saranno chiamati a rinnovare il consiglio regionale) dovranno impegnarsi a rispettare, per garantire trasparenza e legalità nell’esercizio delle loro funzioni.
Composto da diciannove articoli, il Codice è frutto di un lavoro svolto dal professor Alberto Vannucci dell’Università di Pisa, e dall’Ufficio legislativo della Regione Veneto, con un importante lavoro di mediazione politica svolto dal consigliere Roberto Fasoli, già relatore della citata legge 48/2012.
Oltre a fare riferimento ad una serie di codici internazionali in materia di etica pubblica, una delle principali basi di partenza per la redazione di questo documento è stata la Carta di Avviso Pubblico, il codice etico-comportamentale per la promozione della buona politica, presentato dall’omonima associazione già nel 2012 -allora con la denominazione di Carta di Pisa- con l’intento di stabilire una serie di divieti e di obblighi comportamentali finalizzati a rendere trasparenti e verificabili dai cittadini gli atti compiuti dagli amministratori pubblici. 
I principi sui quali si fonda il Codice approvato dal Consiglio regionale del Veneto sono sanciti dall’articolo 4: lealtà, integrità, obbiettività ed imparzialità, responsabilità, trasparenza e credibilità. La “lealtà” è definita, al successivo articolo 5, come l’esercizio delle funzioni nell’esclusivo vantaggio della comunità veneta; la “responsabilità” come “la consapevolezza di essere responsabili del proprio operato, acconsentendo alle necessarie ed appropriate forme di controllo”; la credibilità, infine, richiama alla cifra dell’esempio, alla consapevolezza che la disciplina e l’onore contenuti nell’articolo 54 della Costituzione (“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”) hanno bisogno di persone attente alle parole che pronunciano e ai comportamenti che praticano. Perché chi ricopre un incarico pubblico è un punto di riferimento e, per questo, ha una responsabilità maggiore di un semplice cittadino.
Il Codice veneto prevede anche una serie di divieti, tra i quali quello di accettare o praticare influenze indebite. L’eletto non potrà nemmeno accettare regali per un valore superiore ai cento euro annui, ed è proibito ogni conflitto di interessi. Da ultimo, è vietata ogni forma di clientelismo: “Il consigliere regionale -si legge nell’articolato- non condiziona l’approvazione di atti né influenza le scelte di soggetti privati a fini clientelari, ossia per promuovere l’interesse particolare di individui e gruppi a detrimento dell’interesse pubblico”.
Sono previsti anche una serie di doveri. Quello di utilizzare in modo corretto e trasparente le risorse pubbliche; di trasparenza degli interessi finanziari e sulla raccolta di fondi per attività politica; di tutelare l’immagine dell’istituzione; di riservatezza; di confronto e responsabilità democratica con i cittadini, i mass media e le forze politiche diverse da quella di appartenenza; di collaborazione con l’autorità giudiziaria in presenza di indagini relative all’ente; di favorire la conoscenza del Codice stesso.  I consiglieri che non rispettano le disposizioni del Codice possono subire delle sanzioni che vanno dal richiamo formale sino alla censura pubblica.

Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie”,
www.avvisopubblico.it

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