Il tabacco, in Italia, fa bene o fa male?

“Il nostro impegno ad acquistare il tabacco italiano non è rimasto solo sulla carta”. Il messaggio campeggia sulla home page di British American Tobacco (Bat) Italia, dopo che la filiale italiana della multinazionale ha stretto – il 28 settembre scorso – un accordo con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Un accordo importante, se è vero che l’impresa ha scelto di “investire”  20/25mila euro per amplificarlo da una pagina pubblicitaria del Corriere della Sera, lo stesso 28 settembre. Un accordo importante, perché arriva mentre l’Unione Europea sta eliminando i sussidi al tabacco, mettendo “fuori mercato” i produttori italiani (nel 2003 la produzione italiana, estesa su una superficie di circa 37 mila ettari, si è attestata su 125.000 tonnellate, pari a poco meno del 2% della produzione mondiale) rispetto a quelli del Sud del mondo (vedi Altreconomia n. 61, maggio 2005). Come dire, dove non arriva più il pubblico, ci pensa il privato
di Luca Martinelli

E così BAT, che dal 2003, dopo l’acquisto dei Monopoli di Stato, è anche l’unico produttore di sigarette del nostro Paese, si impegna ad acquistare 42mila t di tabacco, ogni anno per i prossimi cinque anni, e non ha perso certo l’occasione di rassicurare il mercato italiano della “bontà” della cessione dei Monopoli (d’ora in avanti, per effetto dell’accordo, il 50% del tabacco trasformato in Italia – che è il quinto produttore a livello europeo con una quota del 5,5% del mercato, circa 41 mila tonnellate di sigarette, 569 tonnellate di sigari e sigaretti e 49 tonnellate di tabacco da fiuto e trinciati – sarà nazionale), nonché di presentare, finalmente, un’immagine “positiva” dell’industria di trasformazione del tabacco. Il tabacco, in Italia, fa bene o fa male?, sembra sfidarci l’impresa, forte di un’intesa che accontenta (quasi) tutti: il Ministero, che in precedenza aveva stipulato accordi simili con Philip Morris e con Japan Tobacco [Caserta24ore.it], e che con queste ulteriori 42mila t è riuscito a collocare ben il 60% della produzione tabacchicola, importantissimo viste le recenti crisi di mercato (e le conseguenti agitazioni) che hanno visto protagonista soprattutto la provincia di Caserta e l’Umbria; il Governo: nel 2004 i tabacchi lavorati hanno portato alle casse dell’Erario circa 11.2 miliardi di Euro, 750 milioni più del 2003, più di 3 miliardi dei quali provengono da BAT Italia; i produttori, perché l’accordo salvaguarda la filiera del tabacco, che impiega un totale di 260 mila addetti direttamente “coinvolti” (l’1.3% del totale della forza lavoro), di cui circa 100.000 assegnati alla tabacchicoltura, 12.600 occupati nella prima trasformazione, 1.900 lavoratori nella manifattura, 3.200 nella fase della distribuzione all’ingrosso e circa 140.000 occupati nelle rivendite al dettaglio. A rimanere sul “chi va là?” solo Confagricoltura: è ancora presto per capire se i prezzi corrisposti ai produttori saranno sufficientemente remunerativi. È necessario, perciò, “definire al più presto degli accordi quadro tra le parti e dei modelli di contratto di riferimento tali da indicare le condizioni economiche che regoleranno i rapporti tra agricoltori e industria”.

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