Il supermercato dei terreni agricoli

Imprese del Nord del mondo e Paesi come Cina o Corea del Sud comprano milioni di ettari nei Paesi del Sud del mondo: un attacco alla sovranità alimentare Investitori statunitensi legati alla Cia e al Dipartimento di Stato stanno negoziando …

Tratto da Altreconomia 104 — Aprile 2009

Imprese del Nord del mondo e Paesi come Cina o Corea del Sud comprano milioni di ettari nei Paesi del Sud del mondo: un attacco alla sovranità alimentare

Investitori statunitensi legati alla Cia e al Dipartimento di Stato stanno negoziando  l’affitto di 400mila ettari di terre fertili in Sudan. 
L’operazione coinvolge, da un lato, un’impresa registrata alle Isole Vergini e affiliata all’americana Jarch Capital, il cui presidente è il noto finanziere di Wall Street Philippe Heilberg, e dall’altro Gabriel Matip, figlio di uno dei signori della guerra sudanesi, Paulino Matip, vice-comandante delle forze autonome del Sud.
L’accordo è un esempio degli effetti prodotti dalla crisi dei prezzi dei prodotti agricoli, che ha incoraggiato investimenti esteri da parte del capitale privato e dei governi per l’acquisto di terre fertili in Africa.
L’azione congiunta della crisi finanziaria e di quella alimentare stanno determinando un vero e proprio assalto all’acquisto della terra. Governi di Paesi come la Cina, l’India, la Corea del Sud, la Libia, gli Emirati Arabi e l’ Egitto sono infatti  preoccupati di dover garantire sufficiente cibo alla propria popolazione e di non essere in grado di farlo coltivando solo i loro territori. Ad essi si aggiunge
il capitale finanziario, alla ricerca di nuove opportunità di profitto con un mercato dei prodotti agricoli i cui prezzi -pur non ai picchi dell’anno precedente- rimarranno comunque più alti della media degli anni passati.
L’allarme sui rischi dell’aumento di accordi per la vendita o l’affitto di enormi estensioni di terreni è stato lanciato dalla Fao, che per voce dello stesso direttore generale, Jacques Diouf, ha affermato che queste pratiche rischiano di creare una nuova forma di neocolonialismo, dove i Paesi poveri produrranno cibo per quelli ricchi e non per i propri affamati.
Ma sapere chi sono gli attori coinvolti, i loro obiettivi e le conseguenze di questo fenomeno è necessario per capire la partita globale che si è aperta sul terreno agricolo e gli effetti che ciò produrrà sul diritto al cibo e la sicurezza alimentare di miliardi di persone nel mondo.
Nel corso del 2008. i Paesi che ho elencato sopra si sono spesi nel negoziare decine accordi (Grain, 2008) per l’acquisto o l’affitto di terreni in Paesi terzi da destinare alla produzione di beni agricoli per uso alimentare, ma anche energetico.
I motivi che hanno spinto a questo tipo di politica di sicurezza alimentare sono differenti e fanno riferimento alla specifica situazione economica, sociale e ambientale di ogni Paese. Una delle cause comuni che ha intensificato questo processo è stata il rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli nell’ultimo biennio e la conseguente crisi alimentare che ne è derivata (vedi Ae 95 e 99), nonché le sfide  che i cambiamenti climatici stanno ponendo all’agricoltura. Se prendiamo ad esempio la Cina, il Paese ha attualmente una grande capacità produttiva nel settore agricolo, ma la dinamica demografica,
la scomparsa di terreni agricoli sotto la spinta dello sviluppo industriale, la crescente scarsità di acqua hanno portato il governo a puntare sulla produzione fuori patria.
Negli ultimi anni il colosso asiatico ha stipulato oltre trenta accordi di cooperazione agricola, per dare alle proprie imprese accesso alle terre in Paesi terzi in cambio di trasferimento di tecnologia, infrastrutture e assistenza tecnica.
Un caso emblematico è rappresentato dalla Corea del Sud: la Daewoo Logistic, una sussidiaria della Daewoo Corporation, sta cercando di affittare dal governo del Madagascar 1,3 milioni di ettari per produrre mais e olio di palma. È una superficie pari alla metà della superficie coltivabile del Paese africano. Un altro esempio interessante è quello dei Paesi del Golfo. Ubicati in zone desertiche, hanno subito la crisi dei prezzi agricoli in modo molto forte. Essi infatti dipendono quasi totalmente dall’importazione di prodotti alimentari, in particolare dalla Ue.
Il duplice effetto del deprezzamento del dollaro e del rialzo dei prezzi ha fatto sì che la loro bolletta alimentare, ovvero il costo delle importazioni, passasse in cinque anni da otto a venti miliardi di dollari. Essendo la propria popolazione principalmente composta da lavoratori migranti a basso reddito, che costruiscono le città e sono impiegati nei settori dei servizi di base come gli ospedali, è assolutamente necessario per quei governanti garantire cibo a prezzi ragionevoli. Pochi mesi fa, il primo ministro cambogiano Hun Sen ha annunciato l’affitto delle risaie dei Khmer al Qatar e al Kuwait. L’estensione dei terreni non è stata specificata, ma dovrebbe essere consistente visto che il governo ha ottenuto in cambio una cifra pari a 600 milioni di dollari. Allo stesso tempo, il World Food Programme ha avviato un programma di aiuto alimentare nel Paese del valore di 35 milioni di dollari. Sfortunatamente è difficile ottenere dettagli precisi di questi accordi, ovvero quanti ettari, per quali cifre, per produrre cosa e a quali condizioni. Per gettare maggiore luce su questo fenomeno, Grain, una Ong internazionale con sede in Spagna, ha lanciato un blog all’interno del quale raccoglie le informazioni derivanti da differenti fonti, soprattutto giornalistiche, su queste acquisizioni. Quello che emerge è un quadro complesso che vede l’azione congiunta di governi, imprese dell’agro-business e investitori istituzionali come le banche, gli hedge fund, fondi sovrani e i private equity.
Il settore finanziario è infatti il secondo grande attore di questa partita. Alla ricerca di investimenti più redditizi, esso non si è lasciato scappare l’opportunità di speculare prima sui prezzi dei prodotti agricoli e adesso sulla terra. Non a caso, molti grandi investitori si stanno buttando sul business agricolo, come Goldman Sachs e la Deutsche Bank che stanno acquistando imprese di allevamento in Cina, o Morgan Stanley, che ha comprato 40mila ettari di terra in Brasile.
Anche la Banca mondiale è della partita, con un ruolo decisamente ambiguo. Da un lato, infatti, come organismo di sviluppo  è in prima linea nel sostegno a politiche per fermare l’emergenza alimentare, dall’altro affianca ai suoi pacchetti di aiuti, come gli 1,2 miliardi stanziati per l’Africa, programmi di intervento volti a modificare le legislazioni interne dei Paesi assistiti in materia di proprietà fondiaria per incentivare gli investimenti da parte del capitale straniero.
Il fatto che, da punti di partenza diversi,  governi e imprese si siano buttati sul business agricolo conduce a una serie di considerazioni. In primo luogo l’appello all’apertura dei mercati continuamente lanciato dai Paesi sviluppati e dalle istituzioni finanziarie internazionali appare un’ipotesi puramente scolastica.
La crisi, infatti, sta facendo emergere ancora di più lo sforzo dei Paesi per garantirsi l’approvvigionamento di beni e servizi attraverso politiche di intervento dirette dello Stato più che lasciando che sia il mercato lo spazio per il loro acquisto.
La messa in vendita delle terre, però, determinerà, nei Paesi che lo faranno, un’ulteriore erosione della sovranità alimentare e della capacità di portare avanti politiche di sviluppo in grado di risolvere i problemi di fame e povertà che li affliggono.

La nuova iniziativa Fao “guidata” dalle multinazionali
Contro la fame solo a parole
A causa della crisi alimentare si è verificato un incremento del numero di persone che soffrono la fame.
La Fao stima in quasi un miliardo (963 milioni) gli affamati nel mondo nel 2008, 40 milioni in più rispetto all’anno precedente, quando oltre 75 milioni di nuove persone si erano aggiunte alle 850 stimate nel 2006. Stiamo parlando del 14% della popolazione mondiale. Di questi, il  65% vive in sette Paesi: India, Cina, Repubblica Democratica del  Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan, Etiopia. I più colpiti sono  le famiglie senza terra, soprattutto quelle nelle quali è la donna a sostenerne il carico. In Africa una persona su tre soffre la fame. Nonostante si sia verificato l’abbassamento dei prezzi agricoli, la crisi alimentare continua a persistere in molti Paesi. A partire dal 2008, la comunità internazionale si è mobilitata per far fornite all’emergenza alimentare dei Paesi del Sud. In sede Onu sono state avviate iniziative come la Task Force sull’emergenza alimentare, che ha visto, oltre alle agenzie deputate dell’Onu, la partecipazione della Wto, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, che ne hanno di fatto assunto il controllo. Da questo gruppo di esperti è uscito un piano di azione, Comprehensive Framework for Action, che presenta notevoli limiti:  incapace di affrontare i problemi strutturali della crisi, propone invece come soluzione un’apertura ulteriore dei mercati, investimenti per aumentare la resa delle coltivazioni, attraverso l’utilizzo di semi ibridi, e la partecipazione e il sostegno attivo delle imprese dell’agro-businness, che in realtà sono parte e non soluzione dei problemi di fondo di questa crisi.
Dopo aver promesso 24 miliardi di dollari alla conferenza internazionale della Fao nel giugno scorso, alcuni dei governi delle principali economie del mondo, i Paesi del G8 con il sostegno della Spagna, sono pronti a lanciare una nuova iniziativa, la Global Partnership, per fronteggiare l’emergenza alimentare. Al suo interno si prevede il ruolo attivo delle imprese e dei movimenti contadini, ma il peso specifico dell’uno e dell’altro si è potuto vedere alla Conferenza di Madrid di fine gennaio, dove al rappresentante dei contadini sono stati dati pochi minuti per parlare, mentre alla Monsanto, alla Bill Gates Foundation e ai rappresentanti delle diverse istituzioni finanziaria è stato riservato un posto al tavolo dei relatori.

La nostra terra contro i G8
In vista del summit G8 che si terrà dall’8 al 10 luglio nell’isola della Maddalena, la presidenza italiana sta delineando una serie di incontri preparatori a livello locale. Dal 18 al 20 aprile a Cison di Valmarino (Treviso) si terrà -primo nella storia del G8- un vertice dei ministri dell’Agricoltura, promosso dal ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia (nella foto). Obiettivo del G8 agricolo sarà affrontare l’emergenza alimentare mondiale, delineando delle precise linee d’azione comuni per interventi strutturali in ambito agricolo. A discuterne, oltre ai ministri dei Paesi G8, saranno
i rappresentati di Repubblica Ceca, Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa ed Egitto, insieme alla commissione Ue sull’agricoltura. Parteciperanno al vertice anche organismi internazionali come Fao, Wfp, Ifad, Banca mondiale, l’“High Level Task Force” sulla sicurezza alimentare delle Nazioni Unite, l’Unione africana e l’Ocse. Dal vertice dovrebbe uscire un documento comune da sottoporre all’attenzione del vertice G8 della Maddalena. “Ridisegneremo il futuro dell’agricoltura” annuncia il ministro Luca Zaia lanciando il “suo” vertice.
La proposta di ridisegnare il futuro del mondo agricolo e contadino, partendo dalla critica del modello di sviluppo attuale, è stata accolta da una serie di associazioni e comitati locali che stanno lavorano alla costruzione di un contro-vertice, da tenersi a Montebelluna (Tv) dal 15 al 20 aprile, parallelamente al summit ufficiale. “Questa terra è la nostra terra!”: a dirlo saranno
le diverse espressioni della società civile in un festival-incontro che, a partire dalla critica del basso ai vertici internazionali, cercherà di produrre un pensiero alternativo e offrire proposte concrete. “Un’occasione -si legge nell’appello- per valorizzare in comune i legami con la terra, la civiltà contadina, la produzione agro-alimentare tipica, libera dagli Ogm, le mobilitazioni contro la devastazione ambientale, per le alternative energetiche e la creatività dei nostri territori”. L’appuntamento vuole anche essere uno spazio per nuove relazioni e scambio di saperi: per questo sono invitati a partecipare e aderire tutti coloro che credono in un altra economia possibile, a partire da un nuovo rapporto con la terra (per adesioni: questaterra@yahoo.it).
Tutti gli appuntamenti di  “Questa terra è la nostra terra!”
Ad aprire il festival mercoledì 15 aprile sarà Marco Paolini, con uno spettacolo al Palamazzalovo di Montebelluna. Giovedì 16 aprile, dal tardo pomeriggio, a Treviso si terrà un dibattito sul rapporto tra popoli indigeni, ambiente e multinazionali, con la partecipazione di Mauro Millan, dell’associazione mapuche “11 de octobre” e di Subramaniam Kannaiyan, attivista dell’organizzazione indiana degli agricoltori del Tamil Nadu meridionale. A seguire, aperitivo equo. La giornata di venerdì 17 sarà dedicata al tema “Terra, acqua, aria”, con un dibattito su un altro modello di sviluppo possibile con Guido Viale e Oscar Olivera, protagonista delle mobilitazioni sociali bolivariane sull’acqua. Sabato 18 e domenica 19 si terrà un mercato dei produttori locali; sabato ci sarà un dibattito sulla crisi climatica e le alternative energetiche al nucleare e a seguire un concerto. La mattina di domenica è in programma un dibattito sulle politiche agricole, cui seguirà un pranzo biologico, e in chiusura si terrà una assemblea dei comitati locali, per discutere una strategia comune e alternativa per il Nord-est. Tutti gli aggiornamenti sul blog del festival: questaterralanostraterra.blogspot.com (cs)

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