Opinioni

Il nostro mestiere è avere memoria

Altreconomia ha raggiunto il numero 150: un traguardo non scontato, dopo 14 anni di giornalismo indipendente. Lo fa in questa primavera del 2013, in cui la politica -dopo aver saccheggiato il linguaggio dell’economia solidale- ripropone il peggio di se, nel governo formato a due mesi dalle elezioni

Tratto da Altreconomia 150 — Giugno 2013

“Il tradimento non trionfa mai” scriveva Sir John Harington, poeta vissuto a cavallo tra il 1500 e il 1600, alla corte della regina Elisabetta I Tudor.
“Qual è il motivo? Perché se trionfa, nessuno osa chiamarlo tradimento”. Sarebbe opportuno tenere una memoria minuziosa dei giorni intercorsi tra le ultime elezioni politiche (24 e 25 febbraio 2013), quelle del presidente della Repubblica (dal 18 aprile) e la nascita del governo guidato da Enrico Letta (24 aprile). L’esito incerto delle urne, che non consegna una maggioranza chiara; il fallimento della proposta Marini, poi Gabanelli, Rodotà, Prodi e i 101 franchi tiratori; infine (ancora) Napolitano.
La risata compiaciuta di Silvio Berlusconi in aula; le sedi del Pd occupate in giro per l’Italia, le contestazioni ai parlamentari neo eletti; i “saggi” che stilano un programma di governo (alternativo ai programmi proposti in campagna elettorale e votati dai cittadini). Il governo di “larghe intese” tra due partiti che avevano fatto della demonizzazione l’uno dell’altro il proprio cavallo di battaglia.
Il coro unanime della stampa e della televisione a sostegno del nuovo esecutivo. La rassicurazione falsa dei “mercati che promuovono il governo” perché lo spread scende (e a nulla valgono i commenti del quotidiano di Confindustria, che mette in guardia dal “surreale mondo della finanza, che si sta dimenticando di guardare il ben più crudo mondo reale”).
La retorica ancora più falsa del “non c’era altra scelta”; il linguaggio inaccettabile di chi parla di “pacificazione” innalzando quanto accaduto a un livello morale che in questo caso è in realtà di tutt’altra e opposta natura. Il paradosso di alleanze elettorali che si sgretolano e danno vita a opposizioni improbabili.
Infine, dopo tanta retorica sulla competenza, il merito, il cambiamento, la spartizione di ministeri e incarichi con il ripescaggio di personaggi senza consenso popolare o improponibili (Roberto Formigoni, Daniele Capezzone, Gianfranco Micciché, Vincenzo De Luca per citarne alcuni). Nessuno che fa autocritica.
Ma soprattutto, dopo aver saccheggiato il linguaggio dell’economia solidale -parlando di sostenibilità, beni comuni, diritti- la conferma all’alta velocità, alla cementificazione, la cancellazione indistinta dell’Imu, il ritorno al carbone e alle fonti fossili; la scomparsa dall’agenda del reato di tortura, del reddito di cittadinanza, del disarmo; il potere consegnato alle solite lobby.
Avremo memoria di tutto questo, perché è il nostro mestiere.
Lo facciamo da quasi 14 anni e questo mese festeggiamo il numero 150: un traguardo non scontato.
Il bilancio 2012 di Altreconomia chiude con una buona tenuta dei ricavi di cui siamo soddisfatti, specie in un periodo come questo. Registriamo dopo qualche anno una perdita (circa il 4%), che però è dovuta in parte a scelte di “garanzia” nei confronti dei dipendenti della nostra cooperativa.
La crisi dell’editoria ci ha certamente colpiti, riducendo non di poco le entrate dalla vendita della rivista e dei nostri libri. Abbiamo cercato di compensare concentrandoci su servizi editoriali, che oggi costituiscono una parte importante del fatturato. Grazie al sito, non sono diminuiti i nostri lettori, che al contrario sono significativamente aumentati.
Come sappiamo, il mercato dell’informazione è ormai profondamente mutato, e al pari di tutti anche noi stiamo cercando di coniugare il nostro modo di fare giornalismo con la tendenza sempre più accentuata da parte delle persone a pretendere informazione gratuita.
Una sfida faticosa, dagli esiti molto incerti per noi, che dobbiamo accettarla ma che la viviamo sapendo di essere in questo avvantaggiati rispetto ad altri.
Come abbiamo sempre detto, non riceviamo finanziamenti pubblici, non dipendiamo dalla pubblicità, non abbiamo banche che coprano i nostri debiti. Però abbiamo i nostri lettori e soci, che con il loro investimento ci permettono di proseguire il nostro lavoro.

Per questo motivo, in occasione del 150esimo numero, abbiamo lanciato la nostra proposta: diventare socio e abbonato in una volta sola. Per chi lo è già, aumentare la quota di capitale sociale e rinnovare l’abbonamento. Tutte le informazioni le trovate qui. —

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