Intervista

Il motore ti ricerca

La privacy è un diritto fondamentale, lo ha stabilito la Corte di Giustizia Ue, e prevale sull’interesse economico privato, anche di Google. Intervista a Stefano Rodotà —

Tratto da Altreconomia 163 — Settembre 2014

Google, Il più grande motore di ricerca del mondo, è a tutti gli effetti “responsabile” del trattamento dei dati personali. E, in quanto tale, è tenuto a rispettare norme e prescrizioni a tutela del diritto fondamentale di ogni persona a vedere preservata la propria vita privata. Non c’è alcun (privato) interesse economico che tenga: l’equilibrio non esiste, è il diritto a prevalere. A ciò, in sintesi, è giunta la cosiddetta sentenza sul “diritto all’oblìo” pronunciata il 13 maggio scorso dalla Grande sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea (Causa C-131/12), chiamata a dirimere il caso di un cittadino spagnolo perseguitato da quella che Stefano Rodotà ha definito “l’oppressione dei ricordi”. Un’oppressione che Mario Costeja González ha voluto porre in discussione il 5 marzo 2010, contravvenendo all’amara battuta di Evgeny Morozov contenuta ne “L’ingenuità della rete” (Codice edizioni, 2011) secondo la quale “molti di noi scambierebbero molto volentieri la loro privacy per un buono sconto della Apple”.

Molti, ma non Costeja González. Sino al 5 marzo 2010, infatti, digitando il nome dell’interessato sul motore di ricerca di Google (Google Search), qualunque navigante avrebbe potuto incontrare due link a due pagine del quotidiano catalano “La Vanguardia”, datate gennaio e marzo 1998, riportanti un annuncio di vendita all’asta di immobili collegata a un pignoramento ai danni proprio di Costeja González. Che ha ritenuto il fatto in sé semplicemente inaccettabile -per riservatezza, tempi e rilevanza-, e ha presentato ricorso dinanzi alla Agencia espanola de proteccion de datos (Aepd, equivalente al nostro Garante per la protezione dei dati personali) contro la società editoriale “La Vanguardia Ediciones SL”, la filiale iberica del colosso -Google Spain- e la casa madre statunitense Google Inc.. Il 30 luglio 2010 il Garante spagnolo ha “assolto” La Vanguardia, ma ha rimesso al giudice comunitario ogni valutazione circa natura e oneri in capo al motore di ricerca. E il risultato è stato determinante. Secondo la Corte, Google Search -presentato dai suoi proprietari come un semplice vettore di per se stesso neutro, ininfluente, quasi irresponsabile- in realtà “raccoglie”, “estrae”, “registra”, “organizza”, “conserva”, “comunica” e “mette a disposizione” i dati personali, ed è di conseguenza “lui a dover essere considerato come il ‘responsabile’ di tale trattamento”. Un trattamento che può “incidere significativamente” sulla sfera privata e sulla “protezione dei dati personali”, con una “ingerenza” dotata di una “potenziale” “gravità” che “non può essere giustificata dal semplice interesse economico del gestore di un siffatto motore di ricerca”. A vigilare sull’operato di Google (o suoi omologhi) sono chiamate le autorità di controllo e le autorità giudiziarie. Dunque non vi è alcun irrisolvibile dilemma tra trasparenza e privacy, come invece hanno sostenuto gli interessati vertici di Google, quanto una redistribuzione di potere a discapito di un “modello” d’impresa.
Sulla quale torna a riflettere, con Ae, il professor Stefano Rodotà: “Avere riaffermato la natura costituzionale della tutela dei dati personali è in evidente contraddizione con l’idea della morte della privacy, un diritto considerato da alcuni proprio soltanto dell’età dell’oro della borghesia”.

Professore, qual è la più diretta conseguenza della sentenza del 13 maggio?
Nell’approccio multi-stakeholder è avvenuto un fatto importante, quasi rivoluzionario. Fino a ieri il tavolo vedeva i soggetti su un piano di parità. Soggetto privato con interessi economici e grandi organizzazioni a tutela dei diritti civili. Ora questo non lo possiamo più dire. Oggi coloro che sono portatori di interessi economici debbono essere presi in considerazione per ciò che dicono e che fanno con un ordine di valutazione che ormai è stato gerarchizzato: prima arriva l’interesse alla tutela dei diritti fondamentali e poi la tutela degli interessi economici. È cambiato il modo di produrre la costituzione per Internet, che non è oggi -ai miei occhi- qualcosa che possa essere affidato a un unico testo. Io vedo, piuttosto, un processo ininterrotto da cui discendono testi diversi che vanno ad integrarsi reciprocamente.

I dirigenti della multinazionale sostengono che la sentenza possa incidere sul pieno diritto ad essere informati. È così?
Può sorgere la possibilità che io usi il potere che mi viene attribuito -come quello di chiedere la de-indicizzazione o la cancellazione al sito di origine- a fini censori. Sul punto la sentenza del 13 maggio però si è spesa, sostenendo che ciò non vale per le figure pubbliche. E questo è un concetto che non nasce con la Rete, ma nasce dalla sentenza The New York Times versus Sullivan, del 1964. Quest’ultimo era un uomo politico che si era lamentato del fatto che fossero state messe in circolazione delle affermazioni da lui ritenute diffamatorie. La Corte suprema degli Stati Uniti d’America ne riconobbe la figura pubblica, riconoscendo la centralità della circolazione di notizie sul suo conto, per far sì che vi fosse un controllo diffuso sul suo operato.
Quali sono stati gli avvenimenti più importanti accaduti poco prima di questa importante sentenza?
Le rivelazioni di Edward Snowden, e prima l’operazione WikiLeaks di Julian Assange, hanno mostrato ai cittadini l’importanza della trasparenza sul versante pubblico. Dovremmo dire che siamo di fronte, forse, alla morte degli arcana imperii, cioè della pretesa degli Stati di nascondere, più che alla morte della privacy; la vicenda di Snowden ha visto sì le proteste dei grandi governanti del mondo -da Merkel in Germania a Roussef in Brasile- ma ha visto anche la visibilissima protesta delle persone, anche negli Usa, e da parte delle associazioni per i diritti civili.

Il Parlamento europeo si accinge ad approvare il regolamento in materia di trattamento dei dati personali. Quali saranno gli effetti?
Quando arriverà il regolamento europeo i suoi riflessi andranno ben al di là dell’Unione europea, in quanto questo darà forza a un modello certamente diverso da quello degli Stati Uniti, con il quale negli ultimi c’è stato un netto conflitto. Al di là degli interessi economici, vi è una contrapposizione tra chi sosteneva che fosse necessaria anche una regola pubblica e chi riteneva sufficiente l’autoregolamentazione dei grandi soggetti. In questi ultimi anni la contrapposizione è diventata però meno violenta.Ricordo la legge californiana che vieta all’imprenditore di accedere ai dati che si trovano nella pagina Facebook del dipendente -o di chi aspira all’assunzione- anche se questi ha dato il suo consenso.
I due modelli, quindi, non sono così in contrapposizione. E il fatto che sia venuto consolidandosi il modello europeo, che oggi è stato mutuato nel Paese più influente di quello che un tempo chiamavamo il “terzo mondo”, cioè il Brasile, ci dice che questa è una dinamica da tenere in conto. —

Il garante provvede
Il 10 luglio 2014 il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso un “provvedimento prescrittivo” nei confronti di Google Inc. in materia di trattamento dei dati personali. I punti chiave dell’iniziativa dell’autorità guidata da Antonello Soro sono chiarissimi: prima di tutto Google sarà chiamata, entro 18 mesi, a “rendere un’informativa completa ed efficace agli utenti” a proposito dei loro dati, nonché provvedere alla “cancellazione dei dati personali su richiesta dell’interessato autenticato” dai sistemi “attivi” entro due mesi.
Sei sono invece i mesi di tempo che la multinazionale ha a disposizione per eliminare i dati eventualmente archiviati nei sistemi di back-up. Per quanto riguarda le iniziative immediate, a Google è prescritto di “acquisire il consenso preventivo degli utenti […] in relazione al trattamento delle informazioni che li riguardano […] nonché per l’utilizzo di cookie e di altri identificativi per finalità di profilazione”. L’attuale messaggio sui cookie -Ae va in stampa il 25 luglio- è stato infatti ritenuto “privo di alcuna funzione”. Entro il 30 settembre 2014, infine, l’azienda dovrà proporre al Garante il testo di un protocollo condiviso di controllo e verifica.

No comment
Diffamazione online, sorveglianza di massa, libertà di espressione, informazione e multinazionali della Rete. Tutto questo è “No comment”, l’inchiesta di Altreconomia sulla democrazia protetta dell’insulto. Da metà settembre nelle botteghe del commercio equo e sul sito www.altreconomia.it/libri

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