Il merito di Genova? Aver ribaltato l’agenda – Ae 19

Numero 19, luglio-agosto 2001Comunque andrà a finire, al “popolo di Seattle” e, più recentemente, al movimento contro il G8 di Genova, bisogna riconoscere alcuni meriti, in primo luogo quello di aver contribuito a riportare in primo piano la questione della…

Tratto da Altreconomia 19 — Giugno 2001

Numero 19, luglio-agosto 2001

Comunque andrà a finire, al “popolo di Seattle” e, più recentemente, al movimento contro il G8 di Genova, bisogna riconoscere alcuni meriti, in primo luogo quello di aver contribuito a riportare in primo piano la questione della giustizia economica -che oggi o è globale o non è- e poi della democrazia e della partecipazione.
Nel Forum internazionale che farà da contraltare al G8 (davvero di eccellente qualità la partecipazione dei relatori annunciati) si parlerà anche d'altro: di paradisi fiscali e di Tobin tax, della riforma della Banca mondiale e della difesa dell'ambiente dopo la disdetta del protocollo di Kyoto, di povertà e di globalizzazione dei diritti.
Nel Forum internazionale che farà da contraltare al G8 (davvero di eccellente qualità la partecipazione dei relatori annunciati) si parlerà anche d'altro: di paradisi fiscali e di Tobin tax, della riforma della Banca mondiale e della difesa dell'ambiente dopo la disdetta del protocollo di Kyoto, di povertà e di globalizzazione dei diritti.
Tutti temi sui quali l'impegno va avanti da più di un decennio.
Seattle, val la pena di ricordarlo, nasce molto prima di Seattle, solo che facciamo fatica a riconoscerlo perché in mezzo c'è una frattura profonda, quella delle speranze per un “mondo nuovo” nate e colpevolmente lasciate cadere dopo la caduta del muro di Berlino.
Il mondo da allora è diverso. E diverse sono le generazioni che oggi contestano -qualcuno i risultati qualcuno i fondamenti- di un sistema che non ha mai conosciuto così tanta ricchezza e così tanta, sconvolgente povertà. Un miliardo e 300 milioni di persone, secondo i dati della Banca mondiale, vivono oggi sotto la soglia della povertà assoluta.
Oggi, qui, ora.
A loro e a noi non può bastare la promessa degli economisti di buona scuola che un giorno i loro figli raddoppieranno il loro reddito: da uno a due dollari al giorno. Non avranno figli. Molti di loro moriranno prima; magari di malaria (2 milioni i morti ogni anno, il 99 per cento nei Paesi in via di sviluppo) o di diarrea (ogni anno per diarrea muoiono 3 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni: per curarli basterebbero alcuni sali. Costo della cura: 100 lire al giorno).
Ecco, al “popolo di Seattle” sta forse riuscendo un'operazione rocambolesca e straordinaria: rovesciare i temi in agenda, far emergere i diritti dei più poveri, ricordare che gli uomini vengono prima delle regole economiche. E chiedere ai governi e alle istituzioni internazionali (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale ma, soprattutto, quel coacervo di poteri e di debolezze che sono oggi le Nazioni Unite) di assumere decisioni conseguenti.
Questo è quello che resta anche dopo Genova.
Restano poi i manifesti e i documenti stilati e presentati in questi mesi, gli ultimi quelli dei cattolici, di cui parliamo a pagina 11, e quello della composita area “eco-pacifista” che rappresenta la maggioranza di quelli che hanno lavorato nel Genoa Social Forum: 800 realtà italiane e di altri Paesi che si sono date appuntamento a Genova e si sono riconosciute in una comune piattaforma ideale. E adesso stanno nascendo Social Forum in molte città da Torino a Bologna a Perugia, nasce Attac Italia, si moltiplicano i nodi della Rete di Lilliput: insomma, nonostante l'estate, è tutto un fiorire di incontri, dibattiti, iniziative.
Un mese fa un risultato di questo genere era solo una speranza. Ora resta ancora una prova di maturità da superare: dimostrare, come abbiamo scritto tante volte, che è possibile manifestare in piazza, in modo incisivo e plateale se serve (alla Greenpeace per intenderci), senza ricorrere alla violenza e senza mettere a rischio l'incolumità di nessuno.
Questo resta ancora da fare nell'immediato.
E poi ci sarà da sottrarsi al “turismo ideologico” dell'inseguire i vertici dei potenti e ritornare a occuparci del “bene comune” anche a livello locale. Obiettivi e traguardi che sono riconosciuti da tutti.
Dopo Genova il “popolo di Seattle” si ridarà appuntamento dall'1 al 5 febbraio a Porto Alegre, Brasile, Stato del Rio Grande do Sul: nessun vertice di potenti da contestare, nessun palcoscenico internazionale da sottrarre, ma il secondo Forum mondiale sociale (in contemporanea e in contrapposizione con il Forum economico mondiale che si svolge a Davos) che, l'anno scorso, ha riunito, in una settimana di incontri, dibattiti, proposte, decine di migliaia di persone che provenivano da tutti i continenti (e non era un caso che si svolgesse in Brasile e non in Europa o negli Stati Uniti). Da lì forse uscirà un “popolo” davvero nuovo.
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Tute bianche, le invisibili

Le tute bianche non sono un'associazione e non sono nemmeno un gruppo. Se identificate il movimento contro il G8 con le tute bianche state commettendo un errore. Chi indossa una tuta bianca vuole innanzitutto rendersi visibile e rendere riconoscibile una maniera per manifestare. Ormai sono quasi un simbolo: della condizione di chi usa la disobbedienza civile come metodo di protesta. E disobbedienza civile vuol dire scontro, senza armi se non il proprio corpo, con le forze dell'ordine. Un atteggiamento non violento che però non vuol dire pacifismo gandhiano: disobbedienza di piazza attiva, di massa e protetta, per entrare nei luoghi dei vertici dentro i quali è vietato arrivare, come la zona rossa prevista per il summit di luglio. Gli attivisti dei centri sociali a Genova, o almeno un gran numero di loro, faranno delle tute bianche la loro bandiera comune. Ma chiunque può, se vuole, decidere di indossarne una. Le prime in Italia si sono viste in occasione delle proteste contro i centri di permanenza temporanea per extra comunitari, come quello di via Corelli di Milano. Da allora se ne sono viste un po' ovunque, e l'idea si è internazionalizzata. Esistono “Tute bianche” inglesi, americane, finlandesi, spagnole, svedesi. Tutte incarnano gli “invisibili” (immigrati, lavoratori atipici, minoranze) che vogliono far sentire la propria voce e mostrarsi come parte della società.
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Sentinelle del mattino

Per lunga consuetudine i cattolici non amano la piazza, anzi la temono. Un modo d'essere, di lottare e di comunicare (e una strategia -si direbbe parlando d'altro-) che è quanto di più lontano ci possa essere dal modo d'esistere delle “Tute bianche”. Eppure c'è stato un vescovo, anzi un arcivescovo, Silvano Piovanelli, ex primate di Firenze, che poche settimane fa ha scritto: “Per fedeltà al Vangelo, ci mettiamo dalla parte delle tute bianche e diciamo no al G8”. Qualcuno deve aver sobbalzato sulla sedia leggendo l'articolo di Piovanelli in bell'evidenza sulla prima pagina del “Corriere della Sera” del 21 giugno. Ma per molti è stato come un darsi di gomito, un tirare un sospiro di sollievo. D'altra parte all'inizio del mese il segnale l'aveva dato l'arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi -che non è certo non estremista- in un'intervista al quotidiano “Avvenire”: “Cattolici, il G8 è affar nostro!” Così, dopo il mondo missionario, dopo Pax Christi, dopo gli scout, dopo le Caritas e le comunità di accoglienza si sono mossi anche l'Azione cattolica, un po' di oratori, qualche pastorale giovanile, e poi Acli, comunità di S.Egidio, Focsiv e tanti altri: in tutto una quarantina di realtà che hanno sottoscritto un manifesto intitolato “Sentinelle del mattino: guardiamo il G8 negli occhi”. È soltanto uno dei manifesti fioriti in queste settimane ma è interessante: c'è una premessa (“Oggi nel mondo la dignità della vita umana è violata. Molti sono gli ambiti in cui questo accade, dalla guerra alla povertà, dal sapere privilegio di alcuni al potere monopolio di pochi. Noi sentiamo l'impegno di appartenere a una famiglia, quella umana, che va oltre i confini nazionali e le logiche economiche”), c'è la notte (i conflitti, le guerre, il debito estero dei Paesi più miseri, la scandalosa differenza tra ricchi e poveri) e c'è un'alba da costruire: la globalizzazione dei diritti e delle responsabilità. Vogliamo -c'è scritto nel manifesto- un “forte, condiviso e rispettato sistema di regole in cui non il più forte abbia maggiori diritti, ma il più debole… Vogliamo un impegno immediato e concreto di denuncia dei paradisi fiscali e finanziari… Vogliamo una tassa sulle transazioni valutarie sul tipo della Tobin tax… Vogliamo… impedire lo sfruttamento lavorativo delle persone… Vogliamo che siano riconfermati immediatamente gli accordi di Kyoto…. Vogliamo un'economia libera in cui siano impedite posizioni di monopolio… Vogliamo regole che consentano produzione e distribuzione dei medicinali a costi sostenibili per le popolazioni più povere”.
Non si può dire che il documento resti sulle generali, anzi (come là dove, a proposito di debito estero dei Paesi poveri, si chiede di spostare al 19 giugno 1999 la data del debito cancellabile). Peccato che poi “per guardare negli occhi il G8” i cattolici abbiano scelto di essere a Genova in una data a parte, il 7-8 luglio. Incontri, proiezioni, gruppi di lavoro sui temi dello sviluppo e dell'economia mondiale. E una marcia pacifica, la sera del 7, attraverso la città, con tanto di concerto finale. Preoccupati che non esistano, nei giorni del G8, le condizioni per una manifestazione senza violenze e feriti.
La speranza è che però i cattolici ci siano anche nei giorni caldi: perché siano possibili anche altri modi di manifestare c'è bisogno anche di loro.
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A Boccadasse: chiesa aperta per G8

Una chiesetta arroccata sugli scogli, alla periferia di Genova. Due giorni di digiuno e di preghiera: per la cancellazione del debito, per i poveri del mondo.
I grandi del pianeta dovranno tener conto anche di questo: di centinaia, forse migliaia di persone che, lontane dai clamori della piazza, protesteranno nel silenzio della meditazione. Non a caso l'iniziativa parte dai missionari, i più vicini ai problemi dei Paesi poveri.
L'appuntamento è per il 20 di luglio, nel santuario francescano di S.Antonio di Boccadasse, che fino alla sera successiva diverrà “spazio sacro di riflessione ma anche spazio di forti e chiare richieste ai G8, alla Banca mondiale, al Fondo monetario internazionale”.
Ma l'invito alla meditazione e a pregare è rivolto a tutti, ovunque ci si trovi, cristiani e non(info: lamanna.g@gesuiti.it). A Boccadasse la veglia durerà giorno e notte, ininterrottamente, fino a quando arriverà il momento di unirsi alla grande manifestazione di sabato per le strade di Genova.
All'appello della “Commissione giustizia e pace e integrità del creato” che ha promosso l'iniziativa hanno risposto almeno 250 gruppi per più di 70 congregazioni: tutti hanno sottoscritto un documento con la richiesta di annullamento del debito estero, che verrà consegnato a capi di Stato.
La preghiera, il silenzio e il digiuno sono un modo di “mettersi in gioco”, di condividere, di stare quotidianamente dalla parte degli ultimi: nei giorni caldi e concitati di Genova uno spazio così, offerto e aperto a tutti, può diventare un'oasi.
“Anche Dio sogna… nella Genova dei G8 -scrive padre Zanotelli sul numero di luglio di “Nigrizia”- E nessuno può proibirci di sognare un mondo che sia altro da quello che i grandi 'sognano' per noi”.

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