Il lavavetri che c’è in ognuno di noi

Decine le ordinanze autoritarie in nome della sicurezza. Che invece si ottiene con il dialogo e il rispetto, come ci insegna la famiglia di Giovanna Reggiani Gabriela era una lavavetri. Viveva in condizioni estreme, in un campo rom improvvisato e…

Tratto da Altreconomia 102 — Febbraio 2009

Decine le ordinanze autoritarie in nome della sicurezza. Che invece si ottiene con il dialogo e il rispetto, come ci insegna la famiglia di Giovanna Reggiani

Gabriela era una lavavetri. Viveva in condizioni estreme, in un campo rom improvvisato e pieno di topi, ma tutto sommato “guadagnava bene”: anche 20-25 euro al giorno. Poteva in qualche modo provvedere ai due figli piccoli rimasti in Romania. Quando il Comune di Firenze vietò il “mestiere girovago di lavavetri”, per Gabriela cominciò un calvario, complicato dalla nascita del terzo figlio, che i servizi sociali volevano sottrarle. È passato un anno e mezzo e Gabriela vive ancora in condizioni d’indigenza, ma almeno il figlio maggiore Marcel, di undici anni, ha cominciato a frequentare la scuola in Romania, grazie a un’adozione a distanza -100 euro al mese- pagata dai valdesi fiorentini. Marcel è entusiasta e può immaginare una vita migliore di quella toccata ai genitori.
La vicenda di Gabriela e Marcel è uno spaccato della storia recente d’Italia: unisce due eventi chiave come l’ordinanza fiorentina contro i lavavetri (agosto 2007) e l’uccisione a Roma di Giovanna Reggiani (nel novembre successivo) a opera di un immigrato romeno, un delitto orribile, che fu all’origine di una violenta campagna politica contro i rom e l’immigrazione dalla Romania. La famiglia Reggiani ne rimase sconvolta: la tragedia di Giovanna diventava pretesto e materia di propaganda, producendo un clima da autentico pogrom. I Reggiani sono valdesi e la sorella minore di Giovanna, Paola, vive a Firenze, dove nacque l’idea -nell’ambito della comunità valdese- di avviare un progetto con gli immigrati romeni, “come reazione al lutto per l’uccisione di Giovanna”.
Al posto dell’odio e della discriminazione, si trattava di scegliere il dialogo e il rispetto. Quell’idea si è concretizzata da poco con l’adozione a distanza di Marcel.
È certo una piccola cosa, ma di grande valore etico e simbolico, anche perché avviene nella città simbolo della svolta che ha spinto le forze democratiche e progressiste sul terreno tipico della destra: il binomio “legge e ordine”, l’avversione per gli stranieri, l’ossessione per le supposte minacce all’incolumità fisica dei “cittadini perbene”.
L’ordinanza firmata dagli assessori fiorentini Graziano Cioni (nella foto a pagina 14, con don Alessandro Santoro) e Silvano Gori alla fine dell’estate 2007, costituisce uno spartiacque. Molte giunte di centrosinistra hanno imitato quella fiorentina e si è aperta la stagione delle “ordinanze creative”, con la fattiva partecipazione dei sindaci di destra. Si è vietato di tutto: dalla richiesta di elemosina (perfino nella Assisi di San Francesco) alla sosta notturna sulle panchine, dal consumo di birre e alcol all’aperto fino alla musica di strada. Il sindaco leghista di Cittadella (Padova) ha introdotto limiti di censo e requisiti abitativi per la concessione della residenza, altri hanno ostacolato i matrimoni misti. Gli sgomberi dei campi rom si sono moltiplicati.
Walter Veltroni, sindaco di Roma al tempo del delitto Reggiani e poi leader del Partito democatico, ha lanciato lo slogan “la sicurezza non è né di destra né di sinistra”, completando l’operazione avviata a Firenze. A fronte di statistiche criminali poco allarmanti, si è cominciato a parlare di “insicurezza percepita”, alimentando così le ansie ingiustificate dei cittadini e rinunciando al principio di razionalità. L’astio verso gli immigrati è diventato un’ossessione, con l’attiva complicità dei media, che hanno enfatizzato e amplificato ogni caso di micro criminalità riguardante rom e stranieri. La campagna si è fatta così virulenta che nel maggio scorso l’appello lanciato da un gruppo di “Giornalisti contro il razzismo” intitolato “I media rispettino il popolo rom” (www.giornalismi.info/mediarom), è stato sottoscritto in pochi giorni da centinaia di cronisti e mediattivisti, evidentemente a disagio nel clima di conformismo e servilismo che si respira nelle redazioni dal delitto Reggiani in poi.
Sul piano politico è stato un calvario: in poco più di un anno abbiamo avuto il “pacchetto sicurezza” del governo Prodi (novembre 2007) improntato a un inedito autoritarismo; il successo elettorale della destra (aprile 2008) a livello nazionale e al Comune di Roma sulla base di una forte campagna attorno ai temi dell’immigrazione e della micro criminalita’; il progrom al campo rom di Ponticelli (Napoli, maggio 2008); l’invio dell’esercito nelle strade di alcune grandi città; il “pacchetto Maroni”, coi nuovi poteri di polizia attribuiti ai sindaci e misure di legittimità democratica assai dubbia come le schedature nei campi rom e l’introduzione del reato di “clandestinità”.
In breve, dopo la “svolta di Firenze” molti argini etici e culturali sono crollati. Il Paese si è imbarbarito, il razzismo ha cominciato a radicarsi nelle istituzioni.
La cultura democratica sembra paralizzata, prigioniera di un tragico errore politico, cominciato con l’ordinanza contro i lavavetri. Per voltare pagina è necessario avere coscienza del proprio fallimento e recuperare quei principi-guida -dialogo, rispetto, razionalità- colpevolmente accantonati e tuttavia coltivati da alcune minoranze attive.

Parla Paola Reggiani, sorella di Giovanna
Nulla si costruisce con la violenza
Ecco un brano dell’intervista a Paola Reggiani, inclusa nel volume “Lavavetri”
Paola, qual è la cosa che ti ha ferito e poi ti ha spinto a dar vita al progetto della comunità valdese con le comunità rom?
“Le bugie, la falsità”
Le bugie da parte di chi?
 ”Da parte dell’informazione. L’informazione non capiva la nostra scelta, la nostra posizione da un punto di vista familiare, di non parlare pubblicamente. Per cui c’era insistenza, nella totale incomprensione. Noi avevamo il fastidio di trovare i giornalisti sotto casa e di non poter in alcun modo intervenire. Quando mi trovavo qualche cronista sotto casa e dicevo: grazie, ve ne potete andare, loro tornavano. […] Ma non c’è solo questo. Mi ha colpito la strumentalizzazione della vicenda di mia sorella, nelle varie campagne elettorali, sia a livello amministrativo che politico, e sotto vari aspetti. Ogni volta che si parlava di sicurezza, tornava sempre il nome di mia sorella, per fortuna non la storia, ma era come una goccia che cadeva regolarmente, in determinate situazioni. Questo è ciò che più profondamente mi ha disturbato. Ho invece apprezzato molto il rispetto che è venuto da un giornalista che conosco bene, il quale però è stato vessato dai propri colleghi, perché diceva: io conosco benissimo Paola, ma non mi permetto neanche di mandarle un saluto di condoglianze visto che loro hanno detto: lasciateci in pace. Lui è stato vessato e questa è una cosa che mi fa male. D’altra parte apprezzo la sua coerenza, il suo rispetto. […] C’è un’altra cosa che mi ha colpito, e si torna sempre alla questione del rispetto e della dignità. Il giorno del funerale di mia sorella, subito prima si stava celebrando un altro funerale: il sacerdote, all’inizio della celebrazione, ha detto che la funzione sarebbe stata veloce, e che tutti si dovevano rendere conto che la priorità doveva essere data al funerale successivo, quello di mia sorella, che era così importante… Si torna sempre lì: la dignità, il rispetto che non ci sono. […] Un’altra cosa che contava in quel momento, e che non c’è stata, è il rispetto di mia sorella. I giornalisti insistevano, ma come potevamo andare lì davanti ai microfoni a dire qualcosa? L’unica cosa che noi possiamo dire è che la giustizia faccia il suo corso… Con un grande punto interrogativo”.[…]
Tu oggi cosa pensi di quella reazione della politica, del meccanismo che si innescò?
”Io dico che non c’è coerenza, perché agendo così non garantisci sicurezza a nessuno. Non dai delle alternative alle persone che hai cacciato dalla città, dai luoghi in cui abitano, e così crei nuovi ostacoli alla possibilità di costruire delle cose insieme. E non dai sicurezza alle altre persone, che diventano vittime a loro volta di reazioni estreme, frutto di situazioni contingenti. Non è questa la sicurezza, né il modo di reagire a fatti così gravi. Non si può distruggere, si deve costruire. E con la violenza non costruisci, da qualsiasi parte questa provenga”.

Il libro
Il titolo ufficiale del libro di Lorenzo Guadagnucci è “Lavavetri”, ma la copertina è come un manifesto, con una lunga frase che si ispira a un celebre aforisma del pastore protestante Martin Niemoller riferito al nazismo. Il libro individua la vicenda fiorentina come uno spartiacque politico e culturale e ricerca le radici dell’ossessione per la sicurezza. Il volume comprende un’intervista esclusiva con Patrizia Barabanotti e Paola Reggiani, e un’altra con Alessandro Santoro, prete fiorentino di periferia e co-promotore del digiuno a staffetta che si oppose all’ordinanza sui lavavateri. “Lavavetri” è una coedizione Terre di Mezzo-Le Piagge, e costa 7 euro.

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