Il Financial Times torna sul fair trade. E cambia linea

Scarpe da trekking, macchina fotografica ed immancabile taccuino. Ed uno scoop a portata di mano, facile, quasi quanto sparare sulla croce rossa. Da quel viaggio in Perù, Hal Weitzmann dalle pagine del Financial Times descrisse le condizioni, vergognose, in cui erano tenuti alcuni lavoratori stagionali nelle piantagioni di caffè equosolidale. Una situazione che meritava un intervento, se necessario anche sanzionatorio, da parte delle organizzazioni preposte al controllo, ma che da caso specifico diventò evidenza oggettiva. Alla complessità geometrica del mondo si preferì l’aritmetica degli scoop sensazionalisti: uno più uno fa due. E che l’opinione pubblica si scandalizzi. E’ passato un anno, da quell’8 settembre. Stesse pagine, stesso giornale, altro reporter.

di Alberto Zoratti

Tocca a Michael Skapinker, stavolta. E non per denunciare, ma per analizzare uno scenario, quello delle vendite dei prodotti Fair Trade e del rapporto tra grandi catene distributive e consumatori responsabili.

La linea è cambiata, il “trade” diventa “good” ed il “retailing” diventa “ethical”. E ci si domanda come mai, un commercio così sostenibile sia corteggiato dal 30% dei consumatori ma riesca a coinvolgerne direttamente soltanto il 3%.

Ma non è sui dati che ci vogliamo soffermare, ma sulla filosofia. Per Skapinker il Commercio equosolidale non è una pratica distorsiva del mercato, al contrario; sull’isola caraibica di Santa Lucia la vendita di banane Fairtrade ha permesso ai produttori del posto una nuova vita.

Perfetto, direte voi. Un altro illuminato sulla strada di Damasco. O forse sarebbe meglio dire davanti all’entrata di Sainsbury’s, visto che la catena distributiva inglese sta investendo in banane equosolidali, con grande copertura mediatica con un ovvio ritorno di immagine e quindi d’investimento economico.

Il problema, per gli attori di un sistema economico globalizzato, non è più il Fair Trade. O almeno non più di tanto. Le grandi catene distributive rimangono l’ultimo anello della catena del valore, quello più forte e determinato che riesce a condizionare lo sviluppo della filiera a monte. E non solo dei piccoli produttori, ma anche dei grandi fornitori. Chiedere alle Associazioni di categoria degli agricoltori per conferme.

Il problema, oggi, ha altri nomi. A cominciare dal ciclo corto e dallo sviluppo dei mercati locali. Semplificare la filiera significa oltrepassare le intermediazioni e quindi il peso della distribuzione. Ed infatti Skapinker non perde l’occasione visto che sembrerebbe che le campagne per il ciclo corto (food-miles campaign) siano antitetiche con gli interessi di contadini del Mondo in via di sviluppo.

Forse per quelli inseriti nel 10% di agricoltura internazionalizzata. Già incastrati negli ingranaggi globali delle grandi aziende dell’agrobusiness. Ma probabilmente non per quelle persone coinvolte nel 90% dell’agricoltura mondiale, ancora legata ai mercati regionali o locali. Inseriti in filiere da consolidare, da rafforzare, certamente. Ma che trovano il loro spazio nella creazione di mercati regionali, non dipendenti totalmente dalle esportazioni o dalle grandi catene distributive.

Nel Sud come nel Nord del mondo. Basti pensare alla proposta di Coldiretti sul cibo a chilometro zero. L’esatto contrario di quello che si discute nei negoziati sul commercio internazionale, Accordi di Partenariato Economico in testa, o nelle stanze di alcune Organizzazioni non governative o del Fair Trade, dove un’economia d’esportazione tout court diventa la panacea per lo sviluppo del pianeta.

Facendo felici consumatori etici, catene distributive e i loro dirigenti. E forse anche diversi produttori. E il resto del pianeta e delle comunità del Sud? Andiamo, siate ottimisti, business is business per tutti. O quasi.

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