Opinioni

Il fattore “asilo nido”

Molti Paesi, e tra questi l’Italia, non investono nell’educazione professionale dei bambini tra 0 a 3 anni. Le evidenze empiriche rivelano che da questa discenda il benessere futuro di un Paese. Il problema, forse, è che un lavoro da donne

Tratto da Altreconomia 130 — Settembre 2011

Da tempo il contributo delle donne all’economia è oggetto di analisi e pubblicazioni, ma viene declinato come contributo che potrebbero dare alla crescita del prodotto interno lordo (Pil) andando a lavorare. Nella stessa direzione, la conciliazione del carico del lavoro domestico con quello dell’occupazione, vanno le politiche per le donne. Spesso si fa riferimento al fatto che in Italia mancano gli asili nido, che il tempo pieno è poco diffuso e che durante le vacanze estive non c’è modo di organizzarsi. Sebbene questi problemi siano reali, il discorso nasconde due pregiudizi diffusi: il primo è che il compito di badare ai figli rimane esclusivamente delle donne, mentre sarebbe ora di superare questa visione limitata del ruolo dei papà nella vita dei figli, per parlare di condivisione del lavoro domestico e non solo di conciliazione; il secondo, forse più importante, è la considerazione che l’unico contributo economico attribuito al fatto che i bambini siano seguiti da educatori professionisti sia quello di “liberare” il tempo delle madri.
Da un punto di vista economico, invece, al valore del tempo liberato delle madri andrebbe aggiunto l’impatto legato al fatto che i bambini vengano seguiti -fin da piccolissimi- da professionisti, dando il giusto valore, anche da un punto di vista economico, a un compito educativo forse più importante dell’insegnamento universitario. In Italia, invece, nei primi anni di vita di un bambino le mamme vengono lasciate sole: frequenta l’asilo nido il 15% dei bambini, con punte massime del 24% al Centro e minime del 9.5% nel Sud Italia. Sono rare le strutture di supporto per i bambini in questo periodo della loro vita, come i consultori e gli spazi dedicate ai piccolissimi. L’Italia spende 7mila dollari per ogni “studente” sotto i 3 anni, 7.500 per alunno delle elementari e  più di 8mila per ogni universitario. Le proporzioni sono analoghe nei 30 Paesi più industrializzati (Ocse), anche se alcuni studi hanno dimostrato  quanto sia sbagliato questo approccio. Scrive l’Ocse: “I profili di spesa dei Paesi analizzati non sono coerenti con la teoria e l’evidenza dello sviluppo dei bambini e del loro benessere. Non esiste alcuna logica che spieghi il motivo per cui i governi spendano proporzionalmente di più per l’educazione dei più grandi”.
In un recente articolo una economista (donna) della Banca mondiale ha messo al centro del dibattito economico il concetto di “capitale intangibile”, inteso come il capitale che non è naturale o fisico. Il capitale intangibile non viene misurato nei sistemi di contabilità nazionale ma spiega più del 60% della ricchezza di un Paese. Le componenti del capitale intangibile sono in via di definizione, ma gli economisti hanno individuato relazioni molto forti con il capitale umano, e in particolare l’educazione e le infrastrutture sociali e istituzionali. L’educazione, quindi, assume un’importanza centrale nello sviluppo economico di un Paese, la capacità di formare adulti pronti e preparati anche da un punto di vista emotivo e relazionale è essenziale per la creazione di ricchezza. Recenti ricerche inglesi dimostrano che lo sviluppo educativo di un bambino a 22 mesi predice accuratamente il suo successo scolastico a 26 anni, e che bambini considerati a rischio a 3 anni hanno probabilità di essere arrestati per attività criminali intorno a 21 anni  due volte e mezza in più degli altri.
Il nostro cervello ha raggiunto uno sviluppo dell’80% al compimento del 3° anno di eta. Insomma molti Paesi europei hanno capito che i primi tre anni della vita sono fondamentali per creare individui che potranno contribuire positivamente alla società del domani. Barack Obama lo dice chiaramente “per ogni dollaro speso nella cura dei bambini in età precoce, l’economia ne ricava 10 in riduzione di abbandono scolastico e aumento dei successi nella vita scolastica del bambino”. In Olanda esiste un sistema di professionisti che segue lo sviluppo del bambino fin dai primi giorni di vita, accompagnando i genitori in ogni passo. Forse si esagera nel ritenere che il fatto che siano soprattutto le donne a svolgere attività educative nei primi anni di vita del bambino abbia portato a una sottovalutazione del contributo di queste attività per la società. Ma sono numerosi gli indicatori di questo modo di pensare. Pensiamo, ad esempio, al fatto che sebbene nelle scuole elementari le donne rappresentino quasi il 100% degli occupati, la recente riforma scolastica fa riferimento invece al “maestro” unico, come se per dare dignità al lavoro della maestra lo si debba trasformare in un termine maschile. L’educazione dà un contributo fondamentale alla ricchezza e alla crescita economica di un Paese, il sistema educativo è un’infrastruttura sociale fondamentale per il benessere economico futuro della società.
Oggi che le risorse mancano è necessario dibattere seriamente sull’allocazione delle stesse, in particolare sull’opportunità di incrementare gli investimenti in quelle attività che maggiormente contribuiscono alla ricchezza nel lungo periodo. Come l’educazione nei primi anni di vita, anche se è una roba da donne.

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