Approfondimento

Il dovere civico della memoria

La narrazione delle catastrofi naturali diventa strumento di prevenzione e partecipazione. Un progetto dell’Università di Napoli

Tratto da Altreconomia 156 — Gennaio 2014

“Alcuni consiglieri sono stati ricoverati in ospedale […]. Il sindaco, dimissionario, anche lui ebbe dei problemi, era morta la moglie, aveva dei bambini piccoli […]. In quel momento ci siamo detti tutti di essere vicesindaco di Lioni: tutti, maggioranza, minoranza, chiunque”. Quella che racconta Rodolfo Salzarulo, attuale sindaco di Lioni (in provincia di Avellino), a proposito del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, è solo una delle tante storie che dimostrano come i disastri, aldilà della loro tragicità, siano anche un’opportunità per risvegliare i comportamenti sociali più alti che l’essere umano è in grado di esprimere.
Questi racconti raramente emergono dalle cronache ufficiali, e hanno bisogno del tempo e dello spazio della raccolta per essere conosciute. Storie di resilienza, di tenacia, che poi sono quelle che raccontano le persone e che oggi possono essere ascoltate, guardate e lette nell’Archivio multimediale delle memorie (www.memoriedalterritorio.it). Un luogo (multimediale) aperto alla consultazione e alla proposta di nuove storie, dov’è possibile trovare interviste e narrazioni soggettive, raccolte con i metodi propri della storia orale, collettiva e individuale, della Seconda Guerra mondiale, dei terremoti e delle città, con particolare attenzione all’Italia meridionale.

Le prime trenta testimonianze video, più di mille minuti di filmati, ognuno dei quali trascritto integralmente e catalogato, sono basate sul lavoro di ricerca realizzato dal Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli Federico II sotto la guida di Gabriella Gribaudi e Anna Maria Zaccaria e che ha preso la forma dell’Archivio grazie alla collaborazione, all’interno dell’Università, con altri centri di ricerca come la Rete dei laboratori universitari di ingegneria sismica (Reluis), l’Associazione italiana storia orale, il Centro di competenza nel settore dell’analisi e monitoraggio del rischio ambientale (Amra) e la Fondazione officina solidale. “Riteniamo importante raccontare l’evento catastrofico in modo diverso, perché spesso i terremoti e le guerre vengono raccontate con narrazioni generali, macro-nazionali, in cui vengono sottolineati solo alcuni aspetti, mentre altri, quelli più vicini poi alle persone, vengono completamente dimenticati” spiega Gabriella Gribaudi. La Storia, spiega, tramanda narrazioni che alimentano stereotipi: “Pensiamo ai grandi terremoti dell’Italia meridionale, dove emergono sempre gli stessi elementi, come la miseria o le arretratezze. Se si studiano questi eventi si scoprono cose profondamente diverse: ad esempio un ruolo molto forte, soprattutto nell’immediato, dei comitati, che vengono sottovalutati dalle istituzioni a livello nazionale o vengono addirittura combattuti, come nel caso dell’Irpinia, che invece è soltanto la narrazione della corruzione”.
Storie di comitati civici, come quella che racconta l’architetto Giovanni Sbordone di Lioni, che dopo l’esperienza fatta in Irpinia si è occupato della ricostruzione dopo i terremoti in Umbria e a L’Aquila: “Sentivamo materialmente l’urgenza di capire che cosa avremmo dovuto fare […]. Bisognava fare tutti insieme […]questo ha contribuito anche a creare quel clima di fiducia reciproca che diventò una cosa sacra”.

Altre sono storie di resilienza che riguardano l’esigenza di fare informazione, come quella che racconta un insegnante, Cesare D’Andrea, in un altra testimonianza presente nell’Archivio, la nascita di un giornale, chiamato “Il Domani”, uscito il 7 febbraio del 1981, due mesi e mezzo dopo il terremoto e che ha raccontato la ricostruzione, ha fatto indagini sui prefabbricati, ha spiegato i motivi del rifiuto al piano esodo che era stato imposto alle comunità colpite: "Stampavamo tre-4mila copie, e veniva spedito in tutto il mondo. In America anche, perché là c’erano dei santangiolesi”, cioè persone migrate da Sant’Angelo dei Lombardi, uno degli epicentri del sisma.
“Spesso gli eventi catastrofici dell’Italia vengono messi da parte -spiega la professoressa Gribaudi-: si sottovalutano, un po’ perché molti devono continuare a vivere in quelle zone, e preferiscono non pensarci, e un po’ per la caratteristica del nostro Paese di lavorare sull’emergenza e mai sulla prevenzione”. Nonostante le dimostrazioni pratiche della sua rilevanza, infatti, la diffusione della memoria civica è troppo spesso ignorata, tanto dalle politiche culturali e sociali del nostro Paese, quanto dai singoli cittadini. Pochi, prima del terremoto del maggio 2012, nella provincia di Ferrara, sapevano perché una località che si chiama Fondo Sabbione o Osteria delle sabbie. In molti lo hanno capito quando hanno visto la sabbia del letto del fiume Reno comparire sulla strada. Per questo, ad esempio, per prevenire il ripetersi di effetti tragici dopo eventi calamitosi i sismologi realizzano le mappe di pericolosità sismica, studiando anche i segni della cultura popolare dei luoghi. Uno studio sulla sismologia storica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia fa emergere, ad esempio, “memoriali sismici” presenti in tutta Italia: un censimento ancora in corso ha finora individuato 165 rituali praticati in 148 comunità in tutta Italia. Dal Duomo di Lecce a quello di Siena, dalla Basilica di San Zeno a Verona a alle celebrazioni di Sant’Emidio, culto antisismico per eccellenza i cui riti vengono svolti in gran parte delle zone sismiche di tutto il mondo (santemidionelmondo.wordpress.com): sono solo alcuni degli esempi dei “memoriali sismici” che con affreschi, incisioni, riti e targhe ricordano il terremoto che ha cambiato la storia di queste città. Ecco perché, a L’Aquila, una via che ricorda il 6 aprile 2009 è il segno di una riappropriazione civile e civica della memoria di una comunità. Oggi, nell’era di internet, dei big data e della condivisione online e gratuita di ogni tipo di contenuto, il nuovo strumento di produzione e mantenimento della memoria sembra essere proprio la creazione di archivi multimediali aperti a chiunque. La professoressa Gribaudi racconta che quello intrapreso dall’Archivio multimediale delle memorie si ispira all’USC Shoah Foundation, fondato nel 1994 dal regista Steven Spielberg, che -come per l’archivio dell’Università Federico II-, è in collaborazione con la University of Southern California. In Italia esperienze simili si trovano soprattutto nella memoria delle migrazioni e dei territori: l’Archivio multimediale della memoria dell’emigrazione regionale (www.ammer-fvg.org) raccoglie fotografie, documenti cartacei e interviste registrate sui protagonisti dell’emigrazione del Friuli-Venezia Giulia. Oppure Strade della memoria (www.stradedellamemoria.it): un portale che raccoglie e mette a disposizione degli utenti un vasto patrimonio di testimonianze orali e (audio) visive con particolare attenzione alle aree di confine tra Italia e Slovenia.
Proprio per essere quanto più possibili popolari, consultati e partecipati, tutti questi archivi multimediali hanno in comune la possibilità, e il pregio, di poter essere consultati con la Licenza Creative Commons, al fine della più ampia condivisione e utilizzo. Soprattutto, offrono agli utenti la possibilità di poter contribuire e partecipare al loro arricchimento, con filmati, testimonianze e racconti civici e civili. —
 

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