Opinioni

Il declino di Bankitalia

Davvero è pensabile far ripartire nel breve periodo l’economia italiana procedendo a nuovi tagli e a mettere sul mercato le poche partecipazioni pubbliche appetibili? 
Davvero è immaginabile rimandare al “medio termine” l’individuazione di strategie, ad oggi non definite, per finanziare investimenti pubblici e riduzione del cuneo fiscale? L’analisi di Alessandro Volpi sulle Considerazioni finali del governatore Visco

Le “Considerazioni finali” che ogni anno, a fine maggio, il governatore della Banca d’Italia presenta a un pubblico ben selezionato nelle sale di Palazzo Koch costituiscono un momento assai rilevante della vita economica e politica del Paese. 
Certo, questo rilievo è andato progressivamente riducendosi nel corso del tempo con il mutamento profondo delle prerogative dell’istituto di via Nazionale: ormai la Banca d’Italia non dispone più da tempo della possibilità di acquistare le partite di debito pubblico non vendute sui mercati e non possiede più le leve della politica monetaria, trasferite alla Bce. 
Non è più, in estrema sintesi, uno degli attori principali delle strategie dello sviluppo del Paese ed è in possesso di possibilità di intervento molto limitate. Tuttavia persistono due ambiti nei quali il ruolo della Banca d’Italia rimane cruciale. Si tratta dell’azione di analisi e di “moral suasion”, che proprio le “Considerazioni finali” possono porre in essere nei confronti del panorama economico nazionale, e delle funzioni di controllo nei riguardi del sistema bancario italiano, che la normativa europea lascia ancora in capo alle banche centrali dei singoli Paesi.

Sotto entrambi questi aspetti, però, l’ultima versione di tali “Considerazioni”, letta il 31 maggio scorso dall’attuale governatore Ignazio Visco, lascia diverse perplessità. In merito all’analisi del quadro italiano e alle possibili ricette per migliorarlo, le considerazioni di Visco non paiono particolarmente incisive. Per rilanciare l’economia italiana -a suo giudizio- occorrono investimenti pubblici mirati, anche in infrastrutture immateriali, che sono stati troppo a lungo differiti nel tempo, a cui bisogna abbinare una riduzione del cuneo fiscale che grava sul lavoro, il rafforzamento degli incentivi per l’innovazione e il sostegno ai redditi dei meno abbienti. In sostanza servirebbero interventi, così a spanne, per qualche decina di miliardi di euro. Dove trovarli, mantenendo saldo il rispetto dei vincoli di bilancio che Visco ritiene un dato immodificabile?
La risposta del governatore è molto cauta; vista l’esiguità delle risorse disponibili, l’unica strada praticabile è quella di concepire una “coerente strategia di medio termine”, che in realtà, senza date precise, risulta assai generica. Così come sembrano un po’ logore le soluzioni per l’immediato riassumibili nello “stretto controllo dei conti pubblici” e nella “realizzazione del programma di privatizzazioni” che potrebbe consentire di avvicinare il rapporto fra debito e prodotto a quanto programmato e “garantirne una riduzione significativa nel 2017”. Ma davvero è pensabile far ripartire nel breve periodo l’economia italiana -quel Pil il cui crollo ha contribuito in maniera determinante dal 2007 a rendere il debito pubblico insostenibile- procedendo a nuovi tagli e a mettere sul mercato le poche partecipazioni pubbliche appetibili? 

Davvero è immaginabile rimandare al “medio termine” l’individuazione di strategie, ad oggi non definite, per finanziare investimenti pubblici e riduzione del cuneo fiscale? 

Le parole di Visco sembrano lasciar trasparire una certa stanca ritualità che discende, forse, dalla consapevolezza di una funzione sempre più marginale delle banche centrali nazionali non più capaci di essere, come in passato, un luogo da cui la stessa politica ha potuto attingere figure di alto profilo nei momenti di maggiore difficoltà. 
Ma le Considerazioni di Visco non paiono convincenti neppure in materia di controlli. Il governatore ha rivendicato con grande orgoglio il fatto che a fronte della vicenda delle quattro banche poste in “risoluzione” nel novembre scorso, sono state gestite senza problemi per i risparmiatori le crisi di 56 intermediari negli ultimi sette anni. Ha aggiunto che anche il tema dei crediti deteriorati per circa 200 miliardi è stato affrontato con decisione e, con strumenti come il Fondo Atlante, è pensabile, a suo parere, una possibile soluzione di un problema tanto complesso. Rispetto a queste puntualizzazioni e a qualche accenno molto formale di autocritica, sembra essere mancata tuttavia, nelle “Considerazioni”, la reale volontà di affrontare di petto il nodo delle troppe incertezze del sistema bancario italiano, spesso in preda delle turbolenze dei mercati, ancora alle prese con la riforma delle banche di credito cooperativo e non di rado oggetto di rapide distruzioni dei propri valori azionari. Sono molto lontani i tempi di Einaudi, di Baffi e di Ciampi. 

* Alessandro Volpi, Università di Pisa
 

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