Il circolo vizioso dell’Amazzonia. Un rapporto del Wwf


L’Amazzonia è al collasso
, stretta nella morsa della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Entro il 2030, oltre il 55% dei suoi “boschi umidi” potrebbe essere danneggiato per sempre. A lanciare l’allarme è un rapporto del Wwf, “The Amazon’s vicious cycles: drought and fire in the greenhouse”, che indaga la relazione esistente tra la foresta amazzonica e il clima del nostro Pianeta.

Scritto da Daniel C. Nepstad, senior scientist al Woods Hole Research Centre del Massachussets, uno dei più autorevoli centri di ecologia a livello internazionale, il documento insiste sulle dinamiche circolari che legano i boschi umidi amazzonici con la stabilizzazione del clima mondiale.

La conservazione dell’Amazzonia, il “polmone verde” del Pianeta, è fondamentale per la regolazione del clima: la foresta assorbe un grande quantità del calore che l’energia solare riversa sul nostro pianeta; garantisce un’immensa fonte di acqua dolce, circa un quinto dell’acqua dolce fluviale mondiale, in grado di influenzare alcune delle grandi correnti oceaniche che regolano il sistema climatico; ma soprattutto è un ingente serbatoio di carbonio che, attraverso la deforestazione, può liberarsi nell’atmosfera innalzando il riscaldamento della Terra. Allo stesso tempo però, l’aumento in corso della temperatura globale colpisce in particolare la regione amazzonica: se, secondo quanto anticipato da buona parte della comunità scientifica internazionale, il riscaldamento globale porterà alla riduzione del 10% delle precipitazioni globali, il fenomeno sarà ancor più accentuato in Amazzonia, dove le precipitazioni potrebbero calare di un 20%, con un conseguente aumento delle temperature locali tra i 2 e gli 8 gradi centigradi. Alcune importanti ecoregioni amazzoniche come i boschi di babaçu del Maranhao brasiliano, il bosco secco del Maranon peruviano e i “boschi nebbiosi” boliviani, andrebbero persi per sempre. Molte specie animali, tra cui diversi primati, vedrebbero scomparire oltre l’80% del loro habitat naturale.

L’aumento della domanda mondiale di soia, carne di manzo e biocombustibili rende sempre più “vantaggiosa” la distruzione della foresta, e la tecnica di deforestazione più diffusa continua a rimanere l’incendio. Il carbonio liberato dalla conversione delle foreste in pascoli o terreni agricoli è attualmente stimato tra 0,2 e 0,3 miliardi di tonnellate ogni anno. Una cifra destinata a raddoppiare con l’aumento della siccità e l’intensificazione degli incendi.

Il nuovo rapporto Wwf, organizzazione da decenni protagonista nei progetti di protezione dell’Amazzonia, lascia comunque uno spiraglio all’ottimismo.  Un “circolo virtuoso di retroalimentazione ecologica” è ancora possibile: se protetti dagli incendi, i boschi umidi sarebbero in grado di recuperare la loro funzione stabilizzatrice delle precipitazioni nel giro di 15 anni. Per ogni anno libero da incendi, il grado d’infiammabilità delle aree protette si ridurrebbe, mentre aumenterebbe la quantità di vapore acqueo emessa nell’atmosfera e, di conseguenza, il livello delle precipitazioni. Una dinamica in grado d’innescare il recupero della foresta.

Per favorire tale processo, il rapporto pone l’accento sull’aumento delle “riserve” forestali (dal 2004 al 2006, in Amazzonia oltre 23 milioni di ettari sono stati dichiarati riserva), sul maneggio forestale sostenibile (basato su tecniche d’estrazione del legno a “impatto ridotto”) e sui meccanismi internazionali di compensazione economica per quei Paesi tropicali impegnati nella conservazione delle foreste.

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