Il Burkina di Thomas Sankara. Memoria di una terra e di un uomo


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Altraeconomia durante la lavorazione del film Même père même mère, girato in Burkina Faso nell’estate del 2007. Lo pubblichiamo nel ventesimo anniversario dall’assassinio di Thomas Sankara (nella foto), presidente del Burkina Faso, avvenuto il 15 ottobre 1987.

Durante le riprese di Même père même mère, seconda “produzione dal basso” della malastrada.film, ci ritroviamo a girare in lungo e in largo per il Burkina Faso, “terra degli uomini integri”. Ne viviamo le città, i villaggi.

di Giuseppe Spina, malastrada.film

Parliamo con contadini e intellettuali, uomini e donne, bambini: gente vittima dell’attuale/ventennale governo, gente che “indossa” (letteralmente) il partito governativo -che elargisce magliette e altri gadget in ogni periodo elettorale-. Vediamo Sankara un po’ dappertutto, ma mai in modo definito, sempre dietro la coltre di qualcosa. Coltre dorata in certi casi, in altri grigia e talmente intensa da non riuscire a farti vedere cosa vi è celato dietro, qual’è la ricezione stessa della storia, quale quella del presente. Ne ricaviamo delle sensazioni, che filtriamo attraverso il nostro mezzo, e dei concetti, che vengono fuori attraverso l’organizzazione del materiale “filtrato”.

Se il mondo coloniale era un mondo a scomparti, in cui esistevano città indigene e città europee, la cosiddetta decolonizzazione e la continua gestione da parte degli Stati imperialisti di grandi fette di mondo, altro non è che il superamento di questa divisione: un’uniformazione del mercato, l’eliminazione del distacco evidente tra il colono e il colonizzato, tra l’europeo e l’africano.

In altre parole, in Africa non esistono più differenze appariscenti e nette, non esiste più questa distinzione tra lo spazio dell’europeo e quello dell’africano. L’eliminazione del distacco viene praticata da una finta etica oggettiva e democratica, per la quale siamo tutti uguali, che nasconde però un’economia aggressiva (di cui dunque è complice), fatta di trust, costrizioni e relativi monopoli. Che non sfrutta più con la frusta ma che si arricchisce più di prima. La vera strategia della liberalizzazione, appoggiata indistintamente da tutti i partiti parlamentari, è che questa non si traduce in un trionfo dell’individualismo come si è soliti pensare, ma semmai nella proliferazione di “identità collettive”. Si formano allora associazioni, Organizzazioni non governative, enti internazionali per l’aiuto o la modificazione di questo o quello. Queste organizzazioni acquisiscono, risucchiano, quelle responsabilità che dovrebbero essere di ogni individuo, causando così un facile esaurimento dell’atto di coscienza di ognuno. Ogni individuo si scrolla di dosso la propria responsabilità depurandosi attraverso un ente astratto, da cui riceve una jouissance, un piacere che dà soddisfazione, ma che non aiuta di certo a cambiare le cose.

Le masse africane, come del resto quelle europee, continuano a inglobare le forme e gli insegnamenti di stampo capitalistico, senza fare alcuna distinzione del “prodotto”. Basta considerare il modo in cui l’africano tratta il prodotto di consumo una volta esaurito, cioè l’atteggiamento nei confronti dello scarto: la condizione di miseria e di sporcizia delle grandi città africane, come Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, ad esempio, non è, in fin dei conti, che il risultato di qualcosa che appartiene alle multinazionali dei Paesi imperialisti.

Ora, come accade per la differenza razziale, non si tratta più di un atto di sottomissione del nero nei confronti del bianco, quanto di una continua e perseverante differenza economico-culturale-territoriale di cui non ci si accorge, che fa sì che il nero sia continuamente (per)seguito da un bisogno che non è il suo.

Ed è proprio da questo punto prospettico, dal problema della percezione del bisogno, che osserviamo l’operato di Sankara. [pagebreak]

“La politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale -disse in un suo storico discorso pronunciato il 4 ottobre 1984 di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York- non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico, culturale”.

Quella del presidente assassinato fu una rivoluzione dei costumi, dei consumi, culturale, per riformare il Paese secondo una forma di socialismo “dal basso”, in cui concetti come “produrre e consumare burkinabé” non sono solo forme di protezionismo (metodo che nello stesso periodo veniva proposto anche in Francia), ma un invito alle masse della propria nazione ad alzare la testa e a considerare i propri beni estremamente preziosi.

Produrre e consumare burkinabé voleva dire adottare un atteggiamento africano nei confronti dei prodotti di consumo. Non tanto per fortificare un’identità nazionalista, quanto per ridare dignità a un modo di vivere: il modo di vivere africano.

Con ciò non aspirava a porre il Burkina Faso e l’Africa stessa al di fuori del sistema capitalista: nel discorso di Addis Abeba (che ultimamente con la malastrada.film abbiamo riproposto in un video in occasione del ventennale) Sankara suggerisce la creazione di un nuovo fronte economico africano che si potesse contrapporre a quello europeo e statunitense.

Riconsiderare il bisogno vuole dire, ad esempio -tra i mille casi possibili sui quali Sankara applicò buona parte dei suoi sforzi- scegliere come auto governative delle Renault 4 e non dei grossi veicoli costosi. Sankara fu parecchio rigido da questo punto di vista, nel periodo rivoluzionario non fu donato niente che potesse andare oltre la soglia che separa l’essenziale dal superfluo. (Lo stesso Valentin, fratello di Thomas, che abbiamo incontrato a Ouagadougou è, ed è stato, un tassista come tanti.) L’obiettivo economico era, per riprendere le parole del discorso all’Onu, “creare una situazione in cui ogni burkinabé potesse impiegare le proprie braccia ed il proprio cervello per produrre abbastanza da garantirsi almeno due pasti al giorno e dell’acqua potabile”. Dunque il bisogno e la sua percezione richiedono la riconsiderazione stessa della cosiddetta libertà di scelta.

Del resto Sankara amava Lenin e insieme a loro, oggi, ci dovremmo riporre la questione: “Libertà? Sì, ma per chi? Per far cosa?”.

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