Il buco nero chiamato “cpt” – Ae 77

I diritti costituzionali non valgono per tutti: “Per una parte di cittadini non italiani abbiamo accettato che venissero violati”. È ciò che accade nei Centri di permanenza temporanea, “simboli di xenofobia”. Parola di Fabrizio Gatti “Sui Cpt dobbiamo renderci conto,…

Tratto da Altreconomia 77 — Novembre 2006

I diritti costituzionali non valgono per tutti: “Per una parte di cittadini non italiani abbiamo accettato che venissero violati”.
È ciò che accade nei Centri di permanenza temporanea, “simboli di xenofobia”. Parola di Fabrizio Gatti




“Sui Cpt dobbiamo renderci conto, da italiani, che per una parte di cittadini non italiani abbiamo accettato la violazione dei diritti costituzionali”. Parla chiaro Fabrizio Gatti, inviato dell’Espresso: “I diritti alla libertà personale, i diritti di difesa, il diritto all’informazione”.

La legge italiana sull’immigrazione ha un buco nero: il sistema dei Cpt, i Centri di permanenza temporanea. “Pseudo-carceri etniche” molto discutibili per efficacia, costi e metodi di gestione. Istituiti dalla normativa Turco-Napolitano per identificare gli immigrati non in regola e permettere la loro espulsione, dovrebbero servire, nelle intenzioni del legislatore, ad allontanare dal territorio italiano tutti gli stranieri espulsi; ma nel 2005 “solo” 11 mila stranieri passati dai Cpt sono tornati a casa; un misero 10,8% dei 119.923 depositari di un provvedimento di allontanamento. Inefficaci, per fortuna. Ma anche un pasticcio dal punto di vista economico e informativo: il ministero degli Interni, pur sollecitato, continua a non riferire alla Corte dei conti il dettaglio delle spese complessive dei Cpt (vedi box a p. 13). Perché? Deputati e giornalisti normalmente non possono accedervi. Fabrizio Gatti però c’è riuscito. Fingendosi immigrato, sì è fatto rinchiudere in due Cpt tra i più noti: a Milano e a Lampedusa.

E ha aperto il sipario su uno dei capitoli più tristi del fenomeno migratorio in Italia. “Coi Cpt abbiamo istituzionalizzato un percorso giuridico per stranieri, distinto da quello per gli italiani -dice Gatti-. Questo è anticostituzionale e per questo, secondo me, viene mantenuta la censura. Se ci fosse trasparenza si vedrebbe che i Cpt sono insensati. Per esempio, se una persona è già stata cinque anni in carcere, che senso ha mandarla due mesi in un Cpt perché venga identificata prima di mandarla a casa? Non si poteva identificarla in carcere? E poi nei Cpt c’è una situazione di promiscuità inaccettabile: se va tutto così bene, perché il Cpt di via Corelli a Milano è stato immediatamente chiuso dopo la pubblicazione del mio articolo, dove racconto come si vive lì dentro da clandestini? Perché fino al giorno prima che l’articolo venisse pubblicato il prefetto sosteneva che il Cpt fosse ben gestito? Perché il Cpt di Lampedusa, dove sono stato nel 2005, dopo il mio articolo è stato radicalmente modificato? Perché non vanno. Tanto è vero, ed è ridicolo, che anche la magistratura contabile segnala come uno dei fondamentali principi dello Stato di diritto, quello della trasparenza dei conti nelle spese di una struttura pubblica, sia carente nella gestione dei Cpt”.



Se sono così platealmente assurdi, con che coraggio i governanti li mantengono?

È vero: i governi cambiano e i Cpt rimangono. E sopravvivono perché sono totem. Se passi davanti a un vero carcere, come San Vittore a Milano, oppure davanti a polveriere militari, come quella di Vicenza, una delle più importanti d’Italia, dove sono custoditi anche missili, nessuno ti identifica, puoi circolare senza problemi. Invece, se passi davanti ad un Cpt, ti identificano! Come se ci fossero chissà quali segreti strategici da proteggere… è solo un totem che cavalca la xenofobia: un simbolo, per dimostrare ai cittadini che lo Stato sta facendo qualcosa contro gli immigrati.

E poi, se ti fai eleggere recuperando voti grazie ai Cpt, non puoi più tornare indietro.

I Cpt sono un cardine della legge italiana sull’immigrazione.



Per te è una legge che funziona?

L’ultima legge, la cosiddetta Bossi-Fini, restringe tantissimo le possibilità di permanenza e di ingresso degli immigrati, e spera così di porre fine ai flussi di clandestini. Invece raggiunge l’effetto opposto, cioè produce clandestini, perché rende più difficile agli immigrati il rinnovo del permesso, spingendoli nel baratro dell’illegalità; e rende più difficile l’ingresso regolare in Italia. È una legge presentata come il tentativo di fermare il guadagno ignobile dei trafficanti di vite umane. Ma la chiusura degli ingressi legali torna a vantaggio dei trafficanti! Provoca solo l’aumento del prezzo del viaggio illegale, perché gli immigrati non si fermano per la nostra legge.

E questo fa lievitare il numero delle vittime, perché i viaggi diventano sempre più rischiosi e insicuri. È poi evidente che, oltre a guadagnarci le mafie che organizzano il traffico di esseri umani, ci guadagna anche la nostra economia. Infatti, se l’Italia fosse un Paese in cui nessuno assume un operaio o una badante in nero, avremo in modo naturale un grande flusso migratorio regolare. Ma in Italia il mercato del lavoro è ancora ampiamente basato sul sommerso; e la richiesta, per questo tipo di mercato,

è proprio di persone senza diritti.



L’immigrazione in Italia ha una storia di almeno vent’anni. Com’è possibile che dopo tutto questo tempo siano ancora comuni situazioni di schiavitù, come quella nelle piantagioni di pomodori della Puglia, di cui hai raccontato in un tuo recente reportage?

La Storia funziona se abbiamo memoria. Ad esempio se ci ricordiamo, da italiani, del nostro passato di emigranti per bene, straccioni e, in alcuni casi, delinquenti. Ma quello che ci manca è anche la “memoria del presente”. Perché chiamare una persona “clandestino” e darle un’identità che dipende solo da un eventuale documento che ha o no in tasca? Così si cancella la memoria del presente, cioè si toglie identità e spessore alle persone che emigrano, che hanno storie, dignità, sogni. Quando manca la memoria del presente si dipinge l’immigrazione solo come una minaccia.



Chi sono e che sogni hanno quelli con cui hai vissuto nei Cpt?

Tutto il mio lavoro è dare un nome e raccontare la storia di quelli che liquidiamo con la parola “clandestino”. Dietro ci sono vite molto diverse tra loro. Però nei miei viaggi mi sono reso conto che chi parte non è mai disperato. Il concetto che si tratti di una persona senza speranza di cui dobbiamo avere pietà credo sia sbagliato e anche razzista. Chi parte di solito sa elaborare un progetto migratorio e si immagina una vita in un posto d’arrivo, anche se poi la realtà lo tradisce, come nel caso degli stranieri schiavi nelle piantagioni di pomodori. Si parte con la consapevolezza del fatto che dove sei non puoi avere più nulla. Se un operaio in Ghana è pagato un pugno di riso per una giornata di lavoro e qui anche solo 2 euro all’ora, preferirà sempre essere sfruttato qui, perché potrà sperare di inviare qualcosa a casa. Però quando uno parte non è comunque felice di partire.

La partenza è sempre una sconfitta; e lasciare i propri affetti, un dolore.



Fabrizio Gatti, a sinistra, è inviato del settimanale L’espresso. Per i suoi reportage più recenti si è finto immigrato clandestino, finendo nel Cpt di Lampedusa (pagina a fianco) e nei campi di pomodori pugliesi, dove gli stranieri vengono sfruttati come schiavi. Quando lavorava per il Corriere della sera ha ripercorso il viaggio dell’immigrazione clandestina africana e nel 2000 è riuscito a entrare nel Cpt di via Corelli a Milano. È autore del libro Viki che voleva andare a scuola (Fabbri Editori).





Sul banco degli imputati

I Centri di permanenza temporanea finiscono sul banco degli imputati: il primo, quello amministrativo del tribunale contabile per eccellenza, la Corte dei conti; ma, probabilmente, presto anche di fronte al Tar, per iniziativa di alcune associazioni milanesi.

È istruttivo sfogliare l’ultima relazione della Corte dei Conti sulla “Gestione delle risorse per l’immigrazione”. L’ultima pubblicata risale al 2004. E anche questo la dice lunga. Nell’introduzione del documento, la Corte sottolinea la complicazione ad avere, in modo diretto, dati utili alla stesura. Questo nonostante avesse già denunciato negli anni precedenti la difficoltà a “ottenere informazioni e dati univoci dalle diverse strutture del ministero dell’Interno”.

A Milano invece un gruppo di associazioni. tra cui Naga e Arci. ha depositato a fine ottobre presso il prefetto un’Istanza di accesso formale agli atti e documenti; le associazioni chiedono di “prendere visione” di alcuni atti amministrativi ancora oscuri, riguardanti la struttura “amministrativa” del Cpt di via Corelli a Milano: dalla convenzione con la Croce Rossa per la gestione del Cpt al regolamento interno del centro. Se non arriverà alcuna risposta dal prefetto entro 30 giorni, le associazioni sono decise di ricorrere al Tar. E sarà la prima volta che un Cpt finisce di fronte al Tar in Italia.





I conti in tasca

Quanto ci costano i Cpt? Secondo la relazione della Corte dei Conti, 29,6 milioni di euro nel 2004, con un costo medio unitario a persona di 71 euro al giorno. Va però osservato che i Cpt brillano per disomogeneità gestionali; gli immigrati infatti “costano” in modo diverso a seconda del Cpt in cui sono chiusi: si va dai 164 euro al giorno nel Cpt di Modena ai soli 48 euro del Cpt di Lampedusa. Entrambi però gestiti dallo stesso ente, le Misericordiae. Squilibri anche nella gestione della Croce Rossa: dai 116 euro del Cpt di Bologna ai 56 euro di Roma.



La Bossi-Fini? Una legge da sbarco

Una legge contro i trafficanti di persone: dai dati non parrebbe.

Dal 2004 al 2005 c’è stato un aumento del 40,5% del numero di persone sbarcate sulle nostre coste, passate da 13 a 23 mila. E nei primi nove mesi del 2006, l’incremento rispetto allo stesso periodo del 2005 è stato di ulteriori 3 mila unità. Nel 2005 contiamo anche il più alto numero di vittime (tra morti e dispersi) in mare. La diminuzione degli sbarchi dal 2002 al 2003 è dovuta, probabilmente, più all’effetto della sanatoria del 2003 (700 mila regolarizzati), che non al contrasto dell’immigrazione clandestina. Fonti: Dossier statistico immigrazione. Fortress europe. Min. Interno



La città dei “riaccompagnati”

Nel 2005 sono stati 119.923 gli immigrati destinatari di un provvedimento di allontanamento dal territorio italiano (con un incremento del 13,5% rispetto al 2004). Una città intera. Tuttavia bisogna leggere tra le righe. E ci si renderà conto che il numero di quelli veramente “riaccompagnati a casa” è più piccolo di quanto non sembri a prima vista. Infatti, dei 119 mila, solo 54.306 (il 45,3% del totale) sono tornati effettivamente in patria. Non solo: circa la metà dei rimpatriati (19.646) in Italia non erano neanche mai entrati, visto che sono stati semplicemente respinti in frontiera. Si evince quindi che la Pubblica sicurezza, in Italia, ha la possibilità di prendere e riportare a casa meno di un terzo degli stranieri (34.660) che, per legge, dovrebbero essere espulsi. Segno di una legge scritta senza tenere conto delle risorse reali dello Stato. Pare che, in futuro, sarà la storia a sciogliere almeno un po’ questo imbroglio legislativo: un terzo degli stranieri privi dei documenti necessari per rimanere in Italia e quindi espulsi, provengono da Paesi che presto entreranno nell’Ue (Romania, Bulgaria, Ucraina). Nel giro di qualche anno, quindi, non saranno più considerati allontanabili.



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