Opinioni

Il buco delle pensioni

La Corte costituzione -bocciando la norma che prevedeva il blocco dell’adeguamento all’inflazione dell’assegno Inps- manifesta la capacità di smontare, richiamando i principi della Carta fondamentale, ogni soluzione volta a far cassa in maniera troppo semplicistica. L’Avvocatura dello Stato, però, calcola in almeno 6 miliardi di euro il costo di "adeguarsi", risarcendo coloro che erano stati penalizzati

La sentenza che ha dichiarato incostituzionale la norma con cui veniva bloccato, a partire dal biennio 2012-2013, l’adeguamento all’inflazione delle pensioni lorde di importo superiore a tre volte il minimo Inps produce un impatto rilevante sotto molteplici aspetti. 
Per comprenderli è utile leggere con attenzione le motivazioni della sentenza che sono essenzialmente due.

La prima è rappresentata dalla eccessiva indeterminatezza delle esigenze finanziarie che hanno prodotto il blocco degli adeguamenti, e che non sono state sufficientemente “illustrate in dettaglio”. In altre parole, né la presenza dell’articolo 81 della Costituzione, che impone il vincolo del pareggio di bilancio per i conti pubblici, né la drammaticità della situazione delle finanze dello Stato, resa palmare dal costo degli interessi pagati sul debito pubblico, sono sufficienti a giustificare la “violazione” del diritto dei pensionati a ricevere “una prestazione previdenziale adeguata”. 

La seconda motivazione, forse ancora più importante per le eventuali ricadute, è individuata nella impossibilità per l’attività legislativa di valicare, nel caso di riduzioni di spesa pubblica, “i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere d’acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore”. 
Qui, in nome del combinato disposto dell’articolo 38 e degli articoli 2 e 3 della Costituzione, si pone un limite tanto decisivo quanto difficile da tradurre in cifre e in regole a qualsiasi intervento sui diritti acquisiti e a qualsiasi ipotesi di flessibilità del sistema pensionistico, anche a quelle in qualche modo contenute nelle analisi del Def.

È sempre più evidente allora che la Corte costituzionale, per quanto assai divisa al suo interno -come conferma il voto a maggioranza di un solo membro con cui si è espressa in merito alla illegittimità della norma in questione-, tende a smontare, richiamando i principi della Carta fondamentale, ogni soluzione volta a far cassa in maniera troppo semplicistica. Non sempre, peraltro, questa azione di deterrenza si risolve in benefici per gruppi sociali più deboli sul piano economico, come ha dimostrato la dichiarazione di incostituzionalità del contributo di solidarietà per le pensioni superiori ai 90mila euro, oppure come nel caso della illegittimità della Robin Tax. 
Se le motivazioni della sentenza sono dunque decisamente significative, altrettanto pesanti saranno le sue conseguenze, in primis per i conti dello Stato. Secondo le stime dell’Istat sono circa 6 milioni gli assegni pensionistici che hanno subito il blocco dell’adeguamento all’inflazione, e che quindi dovranno essere rimborsati per una cifra calcolata dall’Avvocatura dello Stato in 1,8 miliardi per il 2012 e in oltre 3 miliardi di euro per il 2013, a cui va aggiunto un effetto trascinamento per il biennio successivo destinato a far salire il totale a più di 6 miliardi di euro, secondo le proiezioni maggiormente caute. 
Si tratta di un vero e proprio “buco” nei conti pubblici, non previsto in alcun modo nel recentissimo Def e che impone la ricerca immediata di coperture assai difficili da trovare, senza un nuovo incremento di entrate fiscali, soprattutto se ad un simile ammanco si aggiunge l’incognita dell’eventuale bocciatura da parte di Bruxelles delle norme sullo split payment e sul reverse charge per la grande distribuzione, dalla quale potrebbe discendere un ulteriore conto da 1,7 miliardi.

Per molti versi quindi, la sentenza della Consulta rischia di obbligare il governo ad una profonda revisione delle proprie linee di indirizzo economico, già in parte incrinate dalla necessità di scongiurare l’eventuale impatto di clausole di salvaguardia per circa 10 miliardi. La sentenza determina però anche un altro effetto, di segno del tutto opposto, e rappresentato dal deciso miglioramento del potere d’acquisto dei titolari di pensione destinatari dei rimborsi. Questo aumento della capacità di spesa potrebbe rasserenare sensibilmente le stime del Pil e quindi sostenere anche la tenuta dei conti pubblici favorendo il rispetto dei vincoli europei. L’esito reale di un simile processo è condizionato dalla distribuzione sociale e reddituale dei beneficiari dei rimborsi, che fanno parte delle fasce più basse della "forchetta", quella compresa fra i 1.550 e i 3mila euro lordi mensili, in una percentuale pari a circa il 32% del totale. Alle diverse incognite che gravano sulle economia del Paese se ne aggiunge un’altra, forse in qualche misura prevedibile.

* Università di Pisa

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