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Opinioni

Il Brennero, i confini e l’autosufficienza nazionale

Il progetto dell’Unione Europea sta naufragando, come dimostrano le tensioni geopolitiche lungo le frontiere "interne", gli autorevoli commenti del presidente di Bundesbank in materia di condivisione dei rischi economici e finanziari e gli interventi in ordine sparso in merito al prospettato conflitto in Libia. L’analisi di Alessandro Volpi

Il Brennero è tornato ad essere il simbolo di una tensione geopolitica che ricaccia l’Europa nel clima delle peggiori bufere novecentesche. Il successo al primo turno del candidato dell’estrema destra xenofoba Norbert Hofer in Austria, e le sue dichiarazioni in merito alla necessità di bloccare i flussi dei richiedenti asilo alle frontiere sono la chiara espressione del riaffermarsi di una cultura politica costruita sull’idea dell’autosufficienza e dell’isolamento nazionale. 
Secondo tale cultura, presentano condizioni decisamente migliori gli Stati-nazione che non conoscono contaminazioni storiche e perpetuano nel tempo, immutata, la propria identità plurisecolare; si tratta di un linguaggio che riprende molte definizioni del passato, in particolare il concetto di Stato-nazione inteso come il corpo istituzionale che rappresenta la sostanza profonda del popolo nato nel Paese e solo di quello, e le traduce in formule ancora più aggressive. 



Quella di Hofer, così come quella espressa da altri rinati nazionalismi populistici, è certo la sintesi più cruda ed estrema della sopra ricordata idea di autosufficienza che conosce però manifestazioni ben diverse nei toni e anche nei contenuti ma caratterizzate da varie sinonimie e similitudini proprio rispetto al tema della celebrazione dell’autosufficienza nazionale. 
Le recenti dichiarazioni di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, lasciano in realtà molte perplessità: il banchiere tedesco -parlando peraltro in una sede assai informale- ha sostenuto che l’Unione Europea non è “pronta” a condividere i rischi economici e finanziari e che ogni Paese deve farsi carico delle proprie esigenze e delle proprie difficoltà senza poter cercare, su questo terreno, alleati o “amici”. 
Chiunque voglia chiedere all’Europa margini di flessibilità sui vincoli di bilancio comuni, deve avere chiaro, secondo Weidmann, che ciò significa l’obbligo di assumersi il rischio delle spese e delle incertezze relative al finanziamento del proprio debito. L’ impressione che suscita una simile durezza è, appunto, quella del brusco ritorno a una dimensione rigorosamente nazionale, forse persino nazionalistica, delle relazioni finanziarie fra i vari Paesi. 
Quando il presidente della Bundesbank, membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, decide di tenere una “lezione” all’ambasciata tedesca a Roma per giudicare il ministro dell’Economia italiana troppo “ottimista” e soprattutto per ritenere legittimo e possibile che un Paese indebitato possa fallire, è evidente che l’intenzione è quella di coltivare l’orgoglio germanico e di mettere in guardia l’Europa su illusioni ireniche circa le ipotesi di improbabili sacrifici comuni, in barba agli europeismi e ai temi cari alla tradizione del Manifesto di Ventotene e di Altiero Spinelli. 



La celebrazione dell’autosufficienza nazionale si manifesta poi in alcuni degli ambiti più tradizionali della politica estera. Così sta avvenendo nel caso delle prospettive di intervento in Libia, che sembrano animate dalla somma algebrica di singole posizioni nazionali piuttosto che dalla ricerca di una visione realmente unitaria. Ma considerazioni analoghe valgono per la questione siriana, o per quella egiziana: sono prevalenti di nuovo gli interessi “strategici” dei singoli Paesi, sia in termini economici sia in termini più complessivamente geopolitici. Ciò significa che la politica estera europea non esiste più se non nella forma della ricerca di equilibri precari e mutevoli di volta in volta. La dimostrazione più chiara di una simile condizione è facilmente rintracciabile nella rapida scomparsa dell’idea stessa delle “frontiere esterne” dell’Unione Europea, che avrebbero dovuto superare, in maniera definitiva, i confini interni, ridotti a una dimensione solo geografica; nelle frontiere esterne dovrebbe consolidarsi la prospettiva di una appartenenza in grado di concepire la sicurezza comune, demolita invece dai confini interni. In tale ottica l’idea dell’autosufficienza nazionale produce, quasi inevitabilmente, il superamento del multilateralismo e la crisi delle organizzazioni internazionali che sembrano appartenere ormai, purtroppo, a un mondo scomparso. 

* Alessandro Volpi, Università di Pisa    

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