Opinioni

Il 2015 sarà l’anno di una (equa) riforma fiscale?

L’Italia ha bisogno di riscrivere l’architettura del sistema tributario, abbandonando ogni separazione fra centro e periferia ma anche fra entrate tributarie ed entrate extratributarie, tenendo conto degli effetti prodotti sul fisco locale dalle coperture utilizzate per il taglio delle imposte e delle tasse “nazionali”. I suggerimenti di Alessandro Volpi, per "riforme" da avviare nei primi sei mesi dell’anno

I primi sei mesi del 2015 saranno decisivi per le sorti economiche, e non solo, del nostro Paese. In tale arco di tempo infatti prenderanno forma compiuta alcune delle questioni cruciali del prossimo futuro, questioni peraltro tra loro molto legate. Si definirà, innanzitutto, se e quanto l’Italia dovrà correggere la manovra finanziaria contenuta nella Legge di stabilità; si tratterà di capire, in altre parole, se la Commissione europea seguirà le indicazioni espresse dai propri organismi tecnici, secondo cui il nostro Paese dovrebbe “accrescere” il suo sforzo per una cifra di poco inferiore ai 40 miliardi, con l’inevitabile condanna ad un’austerità insostenibile, oppure se l’impegno “riformatore” del governo Renzi riuscirà a convincere Juncker e i suoi colleghi commissari ad accettare un obiettivo decisamente più contenuto, in grado di permettere una ripresa almeno parziale.
Qualora l’Europa non si mostrasse disposta a una maggiore tolleranza nei confronti del rinvio delle scadenze per il risanamento dei conti pubblici, lo scenario diverrebbe subito molto cupo a cominciare dalle probabili difficoltà che insorgerebbero nel collocamento dei titoli del debito italiano. Di fronte a una sanzione per lo sforamento degli obiettivi prefissati, sarebbe assai complicato trovare compratori a tassi ragionevoli per gli oltre 260 miliardi di euro di titoli di Stato da piazzare sui mercati, già al netto dei Bot.

L’Italia nel 2105 dovrà far fronte infatti ad una montagna di titoli pubblici in scadenza più grande di quanto avvenuto in passato, e si troverà quindi in una situazione pressoché unica fra i vari Paesi europei che richiederà, necessariamente, un buon giudizio degli operatori, a partire da quelli istituzionali, un sostegno fattivo ad opera delle politiche monetarie della Bce e il mantenimento di rating accettabili per evitare un declassamento destinato ad impedire agli stessi investitori istituzionali di comprare titoli italiani. 
In estrema sintesi, nei primi sei mesi si capirà quale sarà il giudizio dell’Europa sulla nostra capacità di tenuta e, di conseguenza, diverrà evidente la sorte del nostro debito pubblico, da cui dipende larghissima parte della sopravvivenza dello Stato. Due fattori potranno rivelarsi particolarmente importanti nel determinare l’andamento delle vicende economiche italiane e pertanto nel consentire un epilogo positivo a queste incertezze.

    1.    Esiste una improcrastinabile necessità di dare corpo a una vera riforma fiscale, capace di legare insieme fisco statale e fisco locale, ma soprattutto in grado di esprimere una visione complessiva del sistema delle entrate, ben oltre i confini della sola delega fiscale. Accelerare in tale direzione significherebbe dare all’Europa un segnale molto forte di miglioramento del quadro economico nazionale e, al contempo, avviare una serie di processi virtuosi in materia di redistribuzione e produzione del reddito. È certamente utile una riduzione del carico fiscale -e in parte, qualora il bonus degli 80 euro venga conteggiato in tale ambito, ciò è avvenuto con un passaggio dal 43,3 del 2013 al 42,9 del 2014- ma non basta, perché occorre che la riduzione sia permanente e “reale”. Occorre cioè che tenga conto degli effetti prodotti sul fisco locale dalle coperture utilizzate per il taglio delle imposte e delle tasse “nazionali”. Se si riduce l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) ma aumenta l’IMU (Imposta Municipale Unica), il beneficio fiscale viene meno, così come se la futura local tax metterà in capo allo Stato tutta l’IRPEF (l’imposta sul reddito delle persone fisiche), lasciando ai Comuni tutta l’IMU, è molto probabile che in molti casi, essendo insufficiente il gettito IMU, aumenteranno le tariffe dei servizi. Il sistema fiscale ha bisogno così di una architettura che lo regoli nel suo insieme, abbandonando ogni separazione fra centro e periferia ma anche fra entrate tributarie ed entrate extratributarie; serve una riforma, appunto, che per ragioni di urgenza può precedere persino quella, in realtà propedeutica, dell’ordinamento statale. Questa visione unitaria necessita, parallelamente, di una marcata semplificazione perché non è più accettabile che nella complessità delle voci si generi una situazione in cui l’importo delle cartelle relative a mancati pagamenti di tasse, tributi e contributi previdenziali assommi a 530 miliardi, con la magra consolazione di recuperare solo circa 7 miliardi l’anno.

    2.    È indispensabile un significativo indebolimento dell’euro in maniera tale da renderlo più coerente con la reale forza delle diverse economie europee. Se non è pensabile uscire dalla moneta unica, poiché continua a rivelarsi il migliore strumento per contenere i contagi delle crisi, è tuttavia necessario che l’euro costi meno del dollaro perché solo così diverrà possibile uscire da una pericolosissima deflazione. Con un euro svalutato e un’inflazione fisiologica al 2%, il debito pubblico italiano sarebbe assai meno pesante e i nostri impegni di risanamento sarebbero assai più lievi e credibili. Con un euro svalutato le nostre imprese recupererebbero, sia pur artificialmente, una dose di capacità competitiva che oggi scontano nei confronti di tutti i paesi dollarizzati. Peraltro, i benefici di un euro più debole toglierebbero argomenti alle dure critiche che stanno investendo l’Europa in quanto tale e che tenderanno sempre più a diventare uno dei temi centrali dei dibattiti politici nazionali.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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