Opinioni

Idee eretiche – Ae 98

Negare, rubare, smantellare la scuola, com’è stato fatto in Italia, è funzionale al disegno di chi vuole mantenere lo status quo. Perché una persona formata e critica non potrebbe che agire per cambiare profondamente questa economia

Tratto da Altreconomia 98 — Ottobre 2008

Economia e formazione. Molti insistono su questo nesso, sostenendo che l’economia del futuro è quella della conoscenza, della ricerca, di soggetti in affinamento permanente. Il Libro bianco sull’educazione dell’Unione europea, a metà degli anni Novanta, impostava la sua riflessione sul sistema educativo a partire dalla domanda: come potrà l’Europa reggere nella competizione globale? E solo dopo si chiedeva come formare cittadini protagonisti della democrazia.
Dare corso a una logica simile per erudire e specializzare in modo sempre più agguerrito l’“homo oeconomicus” comporta di fatto la distruzione di quanto è necessario per l’educazione delle persone. L’Italia è un Paese in cui la scuola è stata negata, rubata, e l’università è smantellata. Eppure, persino chi punta esclusivamente a ottimizzare le prestazioni economiche degli individui dovrebbe capire che dietro ogni funzione o competenza tecnica c’è la persona. E quando manca la persona, nel senso radicale della parola, l’esito è disastroso. Per formare competenze tecniche bastano brevi corsi. Per educare le persone invece occorre un cammino di vita fatto di attività ed esperienze insieme relazionali e conoscitive, un itinerario che sia nel contempo spirituale, psicologico, etico, civile, fisico, scientifico, artistico.
Del resto, è vero che chi forma solo alcune competenze tecniche e misconosce l’educazione ha una sua furbizia: intuisce che persone critiche, forti di percorsi realmente educativi, questa economia la cambierebbero profondamente. Ecco perché chi vuole mantenere le cose così come sono, con tutte le iniquità che vediamo, colpisce anzitutto la scuola, l’università e ogni spazio propizio ai processi educativi. All’Italia dev’essere restituita la scuola, che continua a esserle sottratta. Il modo in cui l’operazione viene condotta oggi è particolarmente ipocrita: si tagliano fondi e risorse dicendo che lo si fa per dare alle nuove generazioni una scuola migliore. Si riducono gli insegnanti e si dice che così vengono eliminati gli sprechi. Nel contempo ci si guarda bene dal compiere il primo, decisivo atto concreto per risollevare la scuola, l’atto che da solo vale un terzo di un’autentica riforma: porre un tetto massimo di alunni per classe. Non più di venti. Cosicché le classi di scuola siano comunità di persone che cooperano. In classi che arrivano non di rado a trentatre alunni, con diverse situazioni personali di difficoltà gravi, tutto è massificato, nulla può essere personalizzato, non c’è possibilità di relazione educativa, di ricerca, di dialogo, di riconoscimento dei giovani, storia per storia.
Il punto è che bisogna credere nella scuola; ogni altro discorso è futile o pericoloso. Occorre guardare alle nuove generazioni come a un dono prezioso, non come fossero strumenti del mercato o esuberi o bamboccioni. E questo significa necessariamente investire nella scuola, non tagliare i fondi sempre di più, magari aumentando invece le spese militari. Per restituire la scuola rubata al Paese occorre una vera riforma. Per la riforma serve un metodo. Altrimenti restano solo gesti estemporanei, futili se non dannosi. Per “metodo” intendo un processo democratico che, coinvolgendo insegnanti, dirigenti, esperti, famiglie e, nella misura del possibile, gli studenti stessi, prepari le condizioni operative per una scuola educativa.
Il primo dei passaggi essenziali di tale processo sta nel leggere le contraddizioni fondamentali che oggi gravano sull’istituzione scolastica. La quale, appunto, poggia su contraddizioni, non su un terreno solido. Sono le contraddizioni tra una scuola snaturata e fatta azienda e una scuola come comunità educativa aperta, tra addestramento massificante e educazione delle persone, tra un sapere etnocentrico
e un sapere interculturale, tra il ripiegamento nozionista e una didattica che in sé sia già ricerca. Il secondo passaggio sta in un’azione corale che operi a livello legislativo, organizzativo e didattico quotidiano per far prevalere il versante positivo delle alternative ora richiamate. Bisogna dare vita a un movimento etico e politico che porti alla restituzione della scuola. Senza questo cambiamento la democrazia resterà svuotata e l’idea di un’altra economia nulla più che una fantasia effimera.

* Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Dirige la collana “Orizzonte filosofico” della Cittadella editrice di Assisi. È membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace della Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (An). Il suo ultimo libro è “La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione” (Cittadella editrice, 2008)

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