Opinioni

I tre punti chiave della manovra

L’eliminazione della tassa sulla prima casa e i mancati introiti, il nodo del rientro dei capitali e l’aumento dell’Iva e delle accise previsto per il 2016. L’analisi del contesto entro cui si muoverà la Legge di stabilità del Governo di Alessandro Volpi

A metà ottobre dovrebbe vedere la luce la nuova legge di Stabilità che, in base alle molteplici dichiarazioni del premier e del ministro dell’Economia, avrà un carattere “espansivo”, finalizzato a sostenere l’incipiente ripresa.

Al di là della questione più generale delle coperture della impegnativa eliminazione di Tasi e Imu sulla prima casa, esistono tre questioni specifiche e meno visibili che possono avere però un peso assai rilevante sulla buona riuscita della prossima manovra.

1) È sempre più evidente, come ben emerge dal Documento di economia e finanza (Def), la crescente differenza fra la base imponibile teorica dell’Imu, pari a 2.615 miliardi di euro, e quella reale, che si ferma a 1.844 miliardi con una differenza di circa il 30% e con un tax gap -un minore introito fiscale- di 5,6 miliardi di euro; un dato ampiamente più alto del costo dell’intervento necessario per eliminare Imu e Tasi sulla prima casa e in costante aumento rispetto all’anno precedente, allorché era stato pari a 4,2 miliardi. In altre parole, oltre all’esigenza di trovare le risorse per la riduzione della pressione fiscale sugli immobili si pone il problema della copertura di uno scostamento importante in termini di entrate correnti delle amministrazioni pubbliche. In due anni infatti sono mancati quasi 10 miliardi di euro che rischiano di pesare molto qualora si proceda ad un ulteriore abbattimento del gettito, con l’eliminazione appunto della tassazione sulla prima casa. Un elemento positivo che può contenere questo pericolo proviene però dall’andamento del fabbisogno dello Stato -la differenza fra entrate e uscite di cassa- che nei primi nove mesi del 2015 è stato pari a 49,5 miliardi di euro, 19 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, fornendo una base favorevole alla Legge di stabilità in fase di ultimazione.

2) Continuano a permanere le pesanti clausole di salvaguardia imposte dal rispetto dei vincoli europei, che assommano a ben 70 miliardi da ora al 2018. Quelle relative al 2015 sono state evitate ricorrendo di fatto alla proroga dei termini per la “voluntary disclosure”, il rientro volontario dei capitali dall’estero, che il Governo ha esteso al 30 novembre, con un’estensione di due mesi, fortemente richiesta e concessa nella speranza di potere coprire, una tantum, anche una parte delle spese previste nella imminente Legge di stabilità. Restano tuttavia 16 miliardi di ulteriori aumenti di Iva e accise per il 2016 che il Governo ha dichiarato di voler cancellare attraverso il contenimento della spesa pubblica, affidando proprio alla Legge di Stabilità il compito di definire nel dettaglio in che modo ciò avverrà. Si tratta di una spada di Damocle che rimarrà attiva fino a quando non verranno cambiate le regole europee e che risulta sempre più difficile da gestire pur in presenza di una maggiore flessibilità nell’interpretazione dei vincoli di bilancio.

3) L’esecutivo ha manifestato anche la propria volontà di varare un piano straordinario di investimenti nelle infrastrutture -dall’edilizia scolastica, al digitale, agli interventi contro il disseto idrogeologico- finanziato interamente in deficit, ricorrendo proprio agli spazi di flessibilità consentiti dalla Commissione europea per un intervento complessivo di 5 miliardi, scomputati dalla spesa e, appunto, dal deficit, e destinati a sommarsi ad altri 5 miliardi provenienti dal bilancio Ue. In questa ottica, la manovra 2016 tende realmente a gettare il cuore oltre l’ostacolo, affidandosi piuttosto che ai numeri, per molti versi un po’ traballanti, alla scommessa sulla ripresa e su un significativo rialzo del Pil, senza il quale la sostenibilità complessiva dei conti pubblici risulterebbe assai precaria. Sarà fondamentale, in una simile prospettiva, molto politica, la benevolenza europea, certo non favorita dalla scelta del nostro governo di detassare i patrimoni invece del lavoro, come suggerito da Bruxelles, e molto dipendente da come la Germania vivrà la profonda crisi di credibilità causata dallo scandalo Volkswagen. I tedeschi non dimenticheranno chi li lascerà soli adesso. 
 

* Università di Pisa

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia