I due volti del paradiso

L’isola di Jersey è meravigliosa per le compagnie che non vogliono pagare tasse, ma un incubo per la popolazione locale, un quarto della quale è indigente Non appena l’aereo tocca terra tagliando la nebbia mattutina che ancora avvolge Jersey, si…

Tratto da Altreconomia 104 — Aprile 2009

L’isola di Jersey è meravigliosa per le compagnie che non vogliono pagare tasse, ma un incubo per la popolazione locale, un quarto della quale è indigente

Non appena l’aereo tocca terra tagliando la nebbia mattutina che ancora avvolge Jersey, si capisce di aver raggiunto una località  “particolare”. E non solo per la sua collocazione geografica: un’isoletta della Manica a un’ora di traghetto dalla Normandia francese e una cinquantina di minuti di aereo da Londra. Dalla scaletta dell’aereo si scorgono subito le vistose pubblicità che tappezzano tutta la struttura del piccolo terminal aeroportuale. Investment banking, servizi legali sulla finanza, banche, denaro. Sono le parole più ricorrenti negli advert. Per andare a Saint Helier, la cittadina capitale di questo Staterello che fa parte del Regno Unito, ci vogliono pochi minuti di taxi. Il tassista ha voglia di raccontare che aria tira dopo la polemica sul ruolo dei paradisi fiscali nella crisi finanziaria, negli ultimi mesi alimentata anche da presidenti e Primi ministri dei Paesi che contano – da Sarkozy alla Merkel, da Obama a Brown. “La finanza ha tolto il futuro a questa isola e difficilmente smetterà di occuparla” tuona senza mezzi termini.
Jersey è uno dei paradisi fiscali più vicini nei quali farsi un bel viaggio. È in buona compagnia: sono paradisi fiscali anche la Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein, Andorra, Montecarlo e la stessa City di Londra, di cui parliamo a pagina 29. Fino agli anni Settanta era una destinazione turistica rinomata, amata soprattutto dai surfisti, oltre a disporre di una produzione agricola di elevatissima qualità – i pomodori e le mucche di Jersey erano molto apprezzate.
Fa parte del Regno Unito, ma non dell’Unione Europea. Una scelta voluta alla metà degli anni Settanta per preservare alcune politiche privilegiate a favore dei 90mila isolani che la abitano. Tra queste il regime di tassazione favorevole ai locali, per sostenere la loro economia. Il governo inglese copre delle funzioni, inclusa parte della sicurezza, ma Jersey ha un Parlamento e un governo autonomo. I cittadini europei possono vivere e lavorare a Jersey come in qualsiasi paese Ue, ma altrettanto non possono fare i cittadini di Jersey. Una contraddizione che a distanza di anni complica la vita a coloro che non ce la fanno più a vivere nell’isola.
E sono tanti, al contrario di quello che si potrebbe pensare.
Dalla fine degli anni Settanta le autorità locali hanno puntato sull’ospitare a Jersey il fior fiore dell’industria dell’evasione fiscale. Oggi nel Paese sono registrate ben 33mila imprese. Tra queste numerosi trust, ossia fondazioni senza fini di lucro, che a Jersey di fatto possono anche essere utilizzate per fini non caritatevoli. Girando per le strade di Saint Helier sorprende che nel mezzo di una cittadina di mare con palazzine basse si trovino all’improvviso sedi di banche d’affari come la Royal Bank of Scotland, la Barclays o la Bnp Paribas e innumerevoli insegne delle ormai rinomate “mailbox company”.  Basta avere una scrivania, un indirizzo postale e una targhetta e si è ufficialmente registrati a Jersey (e non si pagano tasse sui proventi dichiarati). In teoria per aprire una filiale offshore servirebbe l’autorizzazione governativa locale, che però soprattutto nel caso delle grandi compagnie e delle banche è meno che un pro forma. Fino al 2001, anno in cui il registro delle imprese divenne pubblico, operavano sull’isola anche famose aziende italiane come Enel, Eni e Mediaset. Poi, in concomitanza con l’introduzione di un livello leggermente superiore di trasparenza, hanno dismesso le loro controllate per spostarsi altrove. Oggi se volete dare una scorsa a tutte le società registrate, potete fare un salto qui: https://www.jerseyfsc.org/registry/
Ad ogni modo l’esercito finanziario importato dall’estero, principalmente da Londra, offre occupazione a 12mila delle 53mila persone della forza lavoro locale, senza considerare l’indotto. Di fatto una famiglia su due è legata direttamente all’industria finanziaria, seppur non a livello di management. I livelli alti e le collegate paghe con bonus lucrosi spettano solo a manager che vengono da fuori. Ciò ha da sempre generato un senso di inferiorità nella popolazione locale nei confronti degli stranieri che per le strade di costiera girano in Porsche e vivono in austere ville del primo Novecento. Ma negli ultimi anni qualcosa è iniziato a cambiare. La crisi finanziaria ha agitato le autorità locali, che negano pubblicamente di gestire un paradiso fiscale, ma sostengono di fornire solo condizioni fiscali più favorevoli. Allo stesso tempo a Jersey un’inaspettata crisi sociale sta raggiungendo livelli insopportabili. Ben 8mila lavoratori e lavoratrici vivono con i sussidi dello Stato, ossia ricevono un assegno per integrare il basso salario, nonostante per sopravvivere facciano anche due o tre lavori di fascia bassa. I servizi sociali sono sempre più cari. Una semplice visita generica dal proprio medico costa almeno 30 sterline. Ma come si è arrivati a tale contraddizione?
Semplice, per rendere Jersey appetibile agli speculatori della finanza ed ai ricchi evasori, il governo ha adottato un meccanismo di tassazione che va contro ogni senso comune o logica redistributiva: per le prime 50mila sterline di reddito si paga il 20 per cento di tasse, per le seguenti 50mila il 10 per cento, per le seguenti 100mila il 3 per cento, e sopra i 200.000 nessuna tassazione. E come se non bastasse alcune imprese originarie di Jersey, le poche che ci sono, registrano a loro volta le loro attività offshore nella vicina isoletta di Guernsey, che “fa concorrenza” come paradiso fiscale.
Una follia, che rende indigente un quarto della popolazione del Paese terzo al mondo nella classifica del Pil pro-capite. Secondo Rose Pestana, una operatrice delle pulizie e tra i pochi che, come sindacalista, ha il coraggio di alzare la voce, “non solo i miliardari accumulano ancora più ricchezza con l’evasione fiscale, ma i poveri di Jersey sono quelli che gli pagano i servizi!”. Solo dopo anni di battaglie il governo locale ha introdotto un’Iva del 3 per cento -prima era zero- che però tutti pagano ingiustamente in maniera uguale. 
Una situazione che purtroppo viene denunciata pubblicamente da pochi, visto il clima di intimidazione vera e propria che le autorità hanno instaurato da anni. Se qualcuno si espone, allora il mondo dell’industria fa notare ai familiari che rischiano di perdere il posto. Il ricatto occupazionale è anche usato sul reazionario Jersey Evening Post per respingere al mittente ogni critica che arriva dall’estero. Per i pochi attivisti presenti si è instaurato un clima poco amichevole, che però non li ferma nel promuovere sotto traccia un dibattito sul futuro del Paese. Per la prima volta alcuni dei 53 onorevoli eletti al Parlamento locale, i cosiddetti statesmen, sono critici della strategia del governo di negare l’evidenza e rivendicano la necessità di pensare una transizione oltre il paradiso fiscale. “Siamo sull’orlo del precipizio. -afferma il parlamentare Geoff Southern- Al momento attuale, con la crisi che monta, non è possibile che il nostro Pil sia formato per il 57 per cento dai servizi finanziari e solo per il 5 per cento da turismo e agricoltura, c’è bisogno di una forte iniziativa da parte dell’esecutivo e degli imprenditori locali”.
A inizio marzo il primo ministro di Jersey è volato a Londra a firmare un accordo bilaterale per aumentare la trasparenza sull’operato della finanza sull’isola. Nel frattempo la Svizzera ha accettato di cambiare in parte la legislazione sulla protezione del segreto bancario. Ma, in assenza di un accordo globale e chiaro contro i paradisi fiscali, il rischio è che l’industria finanziaria dell’evasione fiscale chiuda dall’oggi al domani i battenti in realtà come Jersey e si sposti in Asia, dove può avere maggiore “protezione”. A chi chiede responsabilità alle autorità locali e di pensare a un futuro economicamente sostenibile per la popolazione di Jersey, viene risposto che ogni passo per una maggiore regolamentazione può avvenire solo quando tutti gli altri paradisi fiscali faranno lo stesso. Ossia molto probabilmente mai.
Insomma, sembra proprio che la storia rischi di ripetersi come alla fine della Seconda guerra mondiale, quando le truppe alleate snobbarono la piccola Jersey e presero la terraferma cosicché l’isola fu liberata per ultima dopo la caduta di Berlino, o meglio vide la resa inevitabile dei nazisti. Ma questa volta c’è chi, con il sostegno della società civile internazionale, sta pensando ad organizzare una vera resistenza che lentamente porti al cambiamento, prima della fine della guerra. “Le prime vittime dei paradisi fiscali sono i loro stessi abitanti” sostiene John Christensen, anima dell’inglese Tax Justice Network e lui stesso nativo di Jersey.
"Qui comandano solo 150 milionari, il governo non ci dà le informazioni di cui abbiamo bisogno e si importa forza lavoro a basso costo dall’Est Europa a discapito dei locali. Come se non bastasse il costo della vita è sempre più elevato e i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”, si lamenta Luigi Barbato, beneventano che da 50 anni vive e lavora a Jersey. Un’isola dove non è tutto oro quello che luccica…

Anche la City di Londra è un paradiso fiscale
Il cuore della città è esentasse
Una città nella città, o addirittura uno Stato nello Stato? La City di Londra, cuore pulsante, anche se ora molto affaticato, della finanza mondiale è un’entità anomala di cui pochi conoscono le modalità di funzionamento. Scendendo alla fermata di Bank della metropolitana londinese, l’occhio va subito alle colonne neoclassicheggianti del Royal Exchange e all’imponente edificio della Banca d’Inghilterra. Oltre agli “addetti ai lavori” con giacca e cravatta d’ordinanza e l’espressione un po’ depressa di chi ha appena letto delle perdite record della Aig o della Royal Bank of Scotland (“buchi” grandi come il Pil del Marocco), a girovagare per la City ci sono gruppetti di turisti con telecamere e macchine fotografiche che funzionano a pieno regime. Sanno che “tecnicamente” stanno visitando una sorta di mini-Stato? Un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, ma è una realtà a parte. Per l’esattezza una corporazione a sé stante -la dizione esatta è City of London Corporation- che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei (pochi, solo 8mila) residenti e delle (molte, solo le banche sono oltre 500) compagnie attive nella City, con il piccolo dettaglio che chi ha più dipendenti e di conseguenza un giro d’affari maggiore ha più potere di voto. Tanto per fare un esempio, un’impresa con 3.500 membri di staff ha diritto a ben 79 voti. Chi comanda disegna a suo piacimento le norme e i regolamenti per la maggior parte destinati a limitare al massimo la pressione fiscale. Uno strumento indispensabile per attirare denaro che si accumula nei forzieri della City. Un retaggio medievale, quello della Corporation, che sta al sistema finanziario attuale come le splendide chiese del celebre architetto Christopher Wren stanno alle ipermoderne costruzioni che ospitano banche e compagnie d’assicurazioni. Ma se il contrasto tra la splendida cattedrale di St. Paul e l’avveniristico palazzo dei Lloyd’s o le audaci linee della Swiss Re Tower può rivelarsi a tratti accattivante, le anacronistiche norme che regolano il funzionamento della City sembrano più un utilissimo strumento per tutelare gli interessi delle imprese e degli istituti di credito che operano nella City (ben 254 di questi ultimi sono stranieri). Secondo John Christensen, del Tax Justice Network, la City è il più grande paradiso fiscale del pianeta, con diramazioni nelle Cayman Island piuttosto che a Jersey, nelle Bermuda, a Singapore o a Hong Kong.
Questa complessa rete tessuta per eludere la pressione fiscale e per “gestire al meglio” i profitti miliardari del mondo della finanza che ruota attorno allo square mile, il miglio quadrato occupato dalla City, non si evince certo dal corposo materiale informativo che si può ottenere visitando gli uffici della Guildhall. Ovvero la sede amministrativa della Corporation, contornata da biblioteche, gallerie d’arte ed edifici scolastici. Anche leggendo i rapporti annuali si ha quasi l’impressione che la City si preoccupi principalmente di sostenere una pletora di iniziative culturali. Non solo, si stanno compiendo molteplici sforzi per ridurre le emissioni di CO2 prodotte sul suo territorio e aumentare la percentuale dei rifiuti riciclati (nel 2008 si è fatto registrare un bel +76% rispetto all’anno precedente). Per fortuna ci pensa il Lord Mayor, ovvero il sindaco, che attualmente risponde al nome di Ian Luder, a girare il mondo in lungo e in largo per promuovere le attività della City. Attività che di filantropico hanno ben poco, ma riguardano strumenti finanziari a rischio come i derivati (42% del totale del mercato mondiale), per i quali da più parti si chiede una stretta incisiva e una regolamentazione molto rigida.
(Luca Manes)       

L’intervento, di Loretta Napoleoni
Tutti i paradisi fuori legge, l’unica soluzione 
La riduzione del gettito fiscale è uno dei primi segni negativi della recessione. Ne sa qualcosa il Regno Unito che alla fine di febbraio si è ritrovato con entrate fiscali quasi dimezzate rispetto all’anno precedente. Anche negli Stati Uniti e negli altri Paesi occidentali gli effetti negativi della recessione pesano sul fisco. Se a questo aggiungiamo le massicce iniezioni monetarie alle banche e le nazionalizzazioni, ci rendiamo conto di quanto poco contante ci sia nell’erario pubblico. E un modo rapido e indolore per rimpinguarlo è mettere le mani sugli evasori. La lotta all’evasione fiscale è sempre popolare. Si puniscono i ricchi, che hanno frodato lo Stato, senza aumentare la pressione fiscale. Ecco la ricetta della nuova crociata – perché nell’immaginario collettivo di crociata si tratta.
I governi europei l’hanno lanciata poche settimane fa contro i paradisi fiscali, dove si pensa sia nascosta la ricchezza degli evasori. Come nascondere che questa guerra santa finisce per dare un po’ di lustro a governi ormai bistrattati dalla crisi, professionalmente incapaci di gestirla e in serie difficoltà nei confronti della popolazione? Naturalmente si tratta solo di palliativi: nel lungo periodo i 5 o 8mila miliardi di dollari -tanto si stima l’evasione abbia sottratto globalmente- non serviranno proprio a nulla se saranno sperperati in misure inconsistenti, come è avvenuto fino a oggi con le tasse del contribuente.
Un’inchiesta della Cbs statunitense condotta a febbraio nelle Cayman Island, ad esempio, ha messo a nudo il legame surreale che esiste tra il salvataggio di alcune banche americane e questo paradiso fiscale. Gran parte di quelle che hanno beneficiato della prima tranche di contante elargita dal Tesoro, hanno infatti succursali e uffici nelle Cayman. Goldman Sachs possiede 15 sportelli, Citigroup 90 e Morgan Stanley addirittura 158, pari a sette volte il numero degli alberghi dell’isola. In totale le banche americane presenti nelle Cayman hanno ricevuto 227 miliardi di dollari, soldi che gli hanno consentito di continuare la loro attività offshore, tra cui quella di aiutare i clienti americani a evitare di pagare le tasse in casa.
Viene spontaneo chiedersi che cosa succederà a queste banche se Washington dichiarerà “fuori legge” i loro uffici offshore.
La risposta è semplice: li sposteranno da qualche altra parte. Regolare e limitare i paradisi fiscali americani ed europei, dunque, non serve proprio a nulla se si lasciano impuniti quelli del Medio Oriente e dell’Asia. All’origine dei paradisi fiscali troviamo una vecchia legge di common law, voluta da Londra per contrastare lo strapotere napoleonico. Una “regola fiscale” nata quando i tribunali inglesi de facto incoraggiavano l’evasione dei dazi imposti dalle dogane francesi. Quella regola si è poi evoluta, diventando un principio degli ordinamenti anglosassoni, secondo cui l’amministrazione statale non può agire nei confronti del patrimonio di società o individui se depositato in una banca di un paradiso fiscale. E così negli ex-dominions del Commonwealth britannico è sbocciata l’industria dei paradisi fiscali (anche se gli anglosassoni preferiscono il termine “rifugio fiscale”, tax haven). Sulla definizione di paradiso fiscale non si riesce però a trovare un accordo. Secondo l’Ocse, che dal 1998 monitora la nebulosa dell’evasione fiscale, il basso livello o l’assenza di tassazione non basta a fare di un Paese un paradiso fiscale. Sono necessarie altre condizioni: il rifiuto di cooperare con altri Stati e la mancanza di trasparenza nelle indagini fiscali. A questo si deve aggiungere la reticenza a cooperare nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco. Se veramente il mondo vuole porre fine all’evasione fiscale allora che si dichiarino fuori legge tutti i paradisi fiscali e si puniscano le banche internazionali che vi operano. Qualsiasi altra misura è solo propaganda.

* Loretta Napoleoni è un’economista e saggista. Il suo ultimo libro è La morsa, Chiarelettere 2009

A marzo l’azione delle ong
Il 12 e 13 marzo 2009 Jersey è stata è stata la meta di un folto drappello di ong. Oxfam, Action Aid, Friends of the Earth, Attac e l’italiana Crbm, tra le altre, si sono date appuntamento sull’isola per denunciare le ingiustizie perpetrate dai paradisi fiscali (nella foto). La due giorni di Jersey è consistita in un incontro pubblico dal titolo “Centri finanziari offshore, passato, presente e futuro”, cui purtroppo non ha partecipato il governo locale, sebbene fosse stato invitato. Durante il meeting non solo si è ribadita la necessità di un’azione globale e multilaterale per risolvere una volta per tutte lo spinoso problema dei paradisi fiscali. Nella seconda giornata d’azione una cinquantina di attivisti e quasi altrettanti giornalisti hanno compiuto un tour delle principali banche presenti a Jersey (come Citigroup, Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland), che si ritiene proteggano nelle loro casseforti un capitale di circa 500 miliardi di euro. Nel corso dell’azione sono state fornite numerose informazioni sul ruolo giocato dagli istituti di credito nel contesto della crisi finanziaria e soprattutto come le loro operazioni siano state “facilitate” dall’utilizzo dello strumento dei paradisi fiscali.

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