Opinioni

I beni confiscati e il cambio di passo

La legge popolare sul riutilizzo dei patrimoni mafiosi compie vent’anni. Una rivoluzione quasi riuscita

Tratto da Altreconomia 181 — Aprile 2016

Vent’anni fa, il Parlamento italiano approvava all’unanimità la legge 109, che stabiliva la possibilità di utilizzare per finalità di carattere sociale i beni e le aziende confiscate alle mafie. A quattro anni dalle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, grazie alla mobilitazione di un milione di cittadini che decisero di firmare la petizione lanciata da Libera, la politica italiana approvò un provvedimento spartiacque nella lotta alle mafie. Finalmente, si era data forma alla straordinaria intuizione di Pio La Torre, sindacalista, parlamentare e autorevole membro della Commissione antimafia: per sconfiggere le cosche non occorrono solo la magistratura e le forze dell’ordine. I mafiosi vanno impoveriti e le loro ricchezze illecitamente accumulate devono essere restituite alla collettività. I beni confiscati devono diventare beni comuni. Parlare di lotta a Cosa nostra, alle camorre, alla ‘ndrangheta e alla Sacra corona unita, pertanto, significa non solo garantire la sicurezza sui territori, ma anche battersi per assicurare l’esistenza e il funzionamento di un sistema economico libero, sano ed efficiente.

“I beni confiscati sono diventati palestre di cittadinanza ed occasioni di occupazione; luoghi di dignità e di lavoro” ha affermato don Luigi Ciotti. Essi, per restare nel solco delle parole del presidente di Libera, hanno permesso di porre a fondamento della lotta alle mafie sia lo sviluppo economico che il lavoro educativo-culturale. Sottrarre i beni e le aziende ai boss, trasformarli in occasioni concrete di lavoro, in centri di aggregazione e di formazione, ha dimostrato che le mafie non sono né invisibili né invincibili e che quando lo Stato riesce in questa impresa, dimostra concretamente la sua presenza, credibilità e autorevolezza. 

Sono più di 23mila i beni immobili e più di 3.500 le aziende definitivamente confiscate dal 1982 ad oggi, secondo quanto riferito dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Una dimensione rilevante dal punto di vista patrimoniale, economico e finanziario. Diversi di questi beni, soprattutto immobili (e quindi terreni) sono utilizzati grazie all’azione portata avanti dagli enti locali insieme alle cooperative sociali. Molti altri, purtroppo, o non vengono adoperati o, peggio, sono ancora abitati e usati dai mafiosi. Nel caso delle aziende, si registra la maggiore criticità: soltanto 70 sono attualmente in funzione. 

Serve un cambio di passo nella lotta alle mafie. E, in Italia, questa consapevolezza è partita dal basso, dal mondo delle associazioni e delle forze sindacali. Due anni fa è stata lanciata la campagna “Io riattivo il lavoro”, capeggiata dalla Cgil e sostenuta da Libera, Avviso Pubblico e da altre realtà della cosiddetta “antimafia sociale”. Sono state raccolte migliaia di firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare che propone di modificare in punti specifici la normativa vigente in materia di beni e aziende confiscate. Il provvedimento, insieme a quello proposto dalla Commissione parlamentare antimafia, è stato discusso in seno alla Commissione giustizia della Camera dei deputati. Ne è scaturito un testo unificato che è già stato approvato nel primo ramo del Parlamento italiano. 

Nelle prossime settimane, forti anche del fatto che il Governo ha recentemente presentato il Piano di azione nazionale sui beni confiscati e le politiche di coesione, è prevista la calendarizzazione della discussione al Senato. Bisogna vigilare. Le mafie sono ritornate ad alzare la testa e i mafiosi non accettano facilmente di essere impoveriti.

* Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”, www.avvisopubblico.it

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