Hanin sotto le bombe – Ae 22

Numero 22, novembre 2001Due anni fa Marinella Correggia scrisse per noi un articolo dall'Afghanistan sugli sminatori, gli uomini che -su mandato Onu- disinnescano le mine che, a milioni, la guerra precedente ha disseminato nel Paese. Ora Marinella sta ripartendo per…

Tratto da Altreconomia 22 — Ottobre 2001

Numero 22, novembre 2001

Due anni fa Marinella Correggia scrisse per noi un articolo dall'Afghanistan sugli sminatori, gli uomini che -su mandato Onu- disinnescano le mine che, a milioni, la guerra precedente ha disseminato nel Paese. Ora Marinella sta ripartendo per quella regione: le abbiamo chiesto di scrivere questa pagina per AltrEconomia.

Strada Herat-Kandahar, colline di Auorma. Hanin mette male la mano e la granata inesplosa gliela maciulla. Quando arriviamo la mano cola sangue e carne.

Qualcuno avrà spiegato a quel pastorello ora dodicenne perché bombardano da settimane le sue colline? Sarà scappato Hanin o sarà ancora là con le sue capre? Avrà da mangiare, in quel luogo vuoto dove gli aiuti arrivano ancor meno che altrove, e sei milioni di afghani ne hanno bisogno? Riuscirà a dormire o la paura di non svegliarsi più lo terrà con gli occhi spalancati, come quel giorno dopo l'incidente?

Frammenti di ricordi. Come Jamila e i suoi occhi dolci mentre invano ci comunicava messaggi anti-taleban in parsi e poi in pashtu, la burqa sollevata in quell'ospedale di Kandahar dove faceva lezione antimine a mucchietti di stoffa accoccolati: donne contente di vedersi negli occhi finalmente. Sarà stato quello stesso ospedale che le “bombe antiterroristi” hanno colpito giorni fa con decine di morti? Jamila ci voleva a casa sua; ci defilammo con una scusa: preparare una cena per gli ospiti le sarebbe costato giorni di fame.

Ci sarà ancora la sua casa, e ci sarà ancora lei? Chi ha la radio può ascoltare in lingue afghane gli annunci degli americani: “Se abitate vicino a caserme o campi militari andatevene: è pericoloso”. Se non ascoltate questo messaggio o non ubbidite rischiate di essere centrati dalle bombe. Se ve ne andate, certo potrete morire centrati lungo il viaggio di profughi (è successo là giorni fa, successe in Kosovo due anni fa); ma potreste farcela, e in questo caso al massimo vi troverete senza casa, che tanto non era granché. Quanti non hanno i soldi né la voglia di andarsene lasciando tutto il poco?

Karim. Lui e gli altri sminatori hanno mantenuta aperta l'unità di emergenza nella periferia di Herat. Quattro morti le bombe hanno fatto nella sede dei colleghi di Kabul. Intanto l'obiettivo di ripulire il suolo afghano va a farsi benedire: c'erano nel Paese circa 7 milioni fra mine e ordigni inesplosi (Uxo) ancora da tirar fuori dai campi e dalle case, ma la guerra sta inquinando il terreno con altri Uxo. Syed Karim e gli altri prendono ancora accoccolati sul tappeto lo scin ciai (tè verde), la sera? Non passa la voglia di bere un tè, pensando che può essere l'ultimo? Peraltro, funziona ancora l'acquedotto già tenuto con lo spago?

Le donne nomadi kuchi, le uniche esentate dal burqa, vesti coloratissime e a più strati che accendevano l'ocra delle montagne e della polvere mentre le famiglie con bambini, cammelli e asinelli in novembre scendevano per centinaia di chilometri dal freddo incombente del Nord per svernare nelle loro tende al sole di Kandahar. Dove saranno adesso e dove andranno? Kandahar è troppo “calda” ora, lo sapranno? Sono persone abituate alla vita durissima, a muoversi e a vivere di poco (come tutti gli afghani); ma scappare dalle bombe verso non si sa dove (forse verso Samarcanda dove la morte aspetta) non è la stessa cosa che migrare come le rondini nella cattiva stagione.

I bambini vocianti con gli aquiloni contro il tramonto in discesa sui minareti un tempo bellissimi e ora lesionati dall'incuria. Vietato dai taleban fabbricare aquiloni, ma i bambini li costruivano con mezzi di fortuna, e volavano benissimo. Una scena da film, come quasi tutte quelle a cui si assiste in Afghanistan; quando si torna, si dice: “C'è qualcosa di irreale qua, oppure là”. Poi ci si accorge che lo strano è là e qua, e come un gioco di carte i due pezzi tengono su insieme l'orrore: del troppo e del troppo poco, del troppo costruito e del troppo distrutto.

Le donne mendicanti a Kabul, i burqa a brandellini, mani tese fra le macerie prodotte dalla guerra civile della prima parte degli anni Novanta. Nella capitale rimanevano in piedi dei palazzoni in stile sovietico, dove abitava Alia, che stava per iscriversi all'università quando i taleban la chiusero. Chi darà retta alle mendicanti e ai loro bambini adesso, e come faranno ad andar via senza mezzo alcuno? Che ne sarà del soggiorno pieno di tappeti e senza sedie dove Alia, sorridente perché non è dignitoso mostrarsi disperati, offriva mandorle e uvetta secca e il marito di sua cugina, un femminista, annuiva alle loro critiche verso i taleban?

Molte persone a me care sono sotto i bombardamenti che per la terza volta in 10 anni gli Usa con l'appoggio degli alleati (anche l'Italia) conducono in modo diretto, per non parlare delle tantissime guerre per procura.

Due anni fa, la mano di Hanin dilaniata lì per lì era parsa un segno del destino a noi, gruppetto di italiani in delegazione con la Campagna mine. Giuramento di futuri impegni per la pace e la serenità del popolo afghano. In queste settimane ci si addormenta e ci si sveglia chiedendosi come rispettare la promessa fatta alla mano di Hanin. Cosa fare? Controinformazione telefonando a radio e scrivendo ai giornali contro le bugie di guerra? Ci si rimprovera che, dopo settimane e settimane di guerra sui civili afghani, non sia ancora arrivata l'idea efficace, e si sia ancora qui, mentre si vorrebbe essere là, con una forza di civili internazionale: centinaia di corpi di europei arabi indiani americani in missione di fratellanza e come deterrente alle bombe. O forse solo perché Hanin e gli altri non credano che adesso gli mandiamo la morte, dopo aver loro sorriso un giorno.

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