Opinioni

Gli ultimi barconi, visti da Tripoli

La fine del regime di Gheddafi e la crisi dell’euro hanno bloccato gli sbarchi a Lampedusa.
È tempo che l’Ue riveda le proprio politiche migratorie

Tratto da Altreconomia 141 — Settembre 2012

Il dubbio che la stagione degli sbarchi a Lampedusa sarebbe cessata con la fine della dittatura di Gheddafi e con la crisi dell’euro m’era venuto un anno fa. Era la fine di agosto del 2011, ed ero da poco arrivato a Tripoli, al seguito di alcuni amici berberi delle montagne del Nafusa. Ospiti in una casa di giovani combattenti, dormivamo in dieci in salotto, attenti a non inciampare nei kalashnikov buttati sul tappeto. Quei ragazzi non si fermavano da settimane. Avevano appena combattuto la battaglia di Bab el Aziziya -riconquistando la capitale-, poi li avevano mandati a passare al setaccio la città, cercando di stanare gli ultimi mercenari africani fuggiti dal fronte insieme alle truppe di Gheddafi. Entravano nelle case con le armi puntate, e portavano via tutti gli africani sulla cui innocenza non ci fosse almeno un libico pronto a giurare. Ne presero a centinaia. Ogni nero rischiava l’arresto, e a volte persino la pelle. Tutti, tranne quelli al porto di Janzur. 700 persone fra uomini e donne: quasi tutti nigeriani o dell’Africa occidentale.
Quelli non li toccava nessuno perché tanto erano del giro di Adam Zuhair, un alto ufficiale della marina libica e il responsabile di tutta l’operazione. A lui il regime aveva affidato il compito di collaborare con la catena del contrabbando per organizzare la più grande operazione di sbarchi a Lampedusa di tutti i tempi, con l’idea che questo avrebbe scoraggiato l’Italia dal prolungare le operazioni militari contro Gheddafi. A sua disposizione, il regime aveva messo il porto commerciale di Zuwara, quello di Tripoli e il vecchio porto militare di Janzur, pochi chilometri a ovest della capitale. Da marzo ad agosto del 2011, il regime era riuscito a imbarcare per Lampedusa più di 25mila persone. Una media di 150 passeggeri al giorno. Senza considerare almeno 2mila naufraghi morti lungo la rotta nello stesso periodo. Dopo la liberazione di Tripoli, Zuhair era fuggito insieme a quel che rimaneva delle forze del regime. Era il 20 agosto 2011. E da quel giorno la macchina delle partenze per Lampedusa aveva smesso di funzionare. I settecento africani erano bloccati nel porto da allora: un carico mai imbarcato. E spaventati all’idea di tornare nelle proprie case mentre in strada si respirava ancora polvere da sparo, avevano deciso di fare del porto il proprio rifugio. E così avevano trasformato in baracche i vecchi pescherecci su cui sarebbero dovuti partire per l’Italia. Le imbarcazioni erano legate una all’altra da fili di panni stesi, e trasmettevano una sensazione di immobilità permanente, come se la storia della traversate in mare fosse appartenuta a un passato lontanissimo.
È trascorso un anno, e gli sbarchi a Lampedusa sono più che altro un ricordo. I dati ufficiali parlano di 1.300 persone giunte nei primi sei mesi del 2012, quasi tutti somali ed eritrei. Cifre irrisorie, tre barche al mese. Niente, se comparati al 2011, quando giunsero 25mila persone dalla Libia e altre 25mila dalla Tunisia. Eppure non c’è da stupirsi. Non è la prima volta che la rotta libica per Lampedusa chiude i battenti. Era già successo nel 2009, l’anno dei respingimenti. E allora forse per capire meglio cosa sta succedendo adesso, vale la pena fare un passo indietro.
Tra il 2003 e il 2008 sono sbarcate in Italia circa 120mila persone salpate dalla Libia. A una media di 20mila all’anno. Il 2008 fu l’anno record, con 36mila arrivi. Il business delle traversate era in mano ai libici e valeva un centinaio di milioni di euro l’anno. A chiudere un occhio sul tutto non erano soltanto i funzionari di polizia libici adeguatamente corrotti, bensì tutto il regime. Compreso Gheddafi che contava così di alzare la posta in gioco sul tavolo del negoziato con l’Italia e con l’Unione europea.
E infatti per convincerlo a porre fine agli sbarchi, a Gheddafi venne dato tutto quello che chiedeva: lo stop all’embargo, la riabilitazione della sua immagine a livello internazionale, gli investimenti, e persino un risarcimento di 5 miliardi di dollari per i crimini di guerra commessi dalle truppe italiane durante il colonialismo.
Fino a quando, una volta ratificato il trattato di amicizia italo libico nel 2009, il Colonnello acconsentì a chiudere definitivamente la frontiera. L’operazione richiese soltanto poche settimane. L’Italia iniziò a respingere in Libia i naufraghi intercettati nel Canale di Sicilia (pratica poi condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo).  E la Libia tagliò la testa al contrabbando con una serie di arresti mirati. Così, tra il 2009 e il 2010 i viaggi dalla Libia cessarono del tutto, salvo piccoli gruppi.
Lo stesso scenario si ripresenta adesso, nella Libia del dopo Gheddafi, una società che sta cambiando faccia e facce. La fine del regime del Colonnello significa anche la fine delle libera circolazione per i cittadini dei Paesi sub-sahariani, e dunque la progressiva espulsione dei lavoratori africani, sempre più spesso oggetto di controlli, arresti e rimpatri, sia lungo la frontiera Sud nel deserto sia nelle grandi città. Tutto questo a favore di lavoratori asiatici e arabi, che dovrebbero sostituire la manodopera africana, sul modello dei Paesi del Golfo.
In questa cornice, a trarne il maggiore vantaggio sono i tunisini, richiesti sul mercato del lavoro libico (soprattutto nell’edilizia e nella ristorazione) e facilitati dal regime di libera circolazione in vigore tra Libia e Tunisia. Un dato non trascurabile, perché è anche grazie all’assorbimento di una fetta della disoccupazione tunisina nell’economia libica che i viaggi tra Tunisia e Italia sono cessati. Nei primi sei mesi del 2012 soltanto poche centinaia di tunisini hanno raggiunto la Sicilia. Niente rispetto ai 25mila giovani partiti nel 2011 dopo la fuga del dittatore Ben Ali in Arabia Saudita. In un momento in cui -nell’assenza totale dello Stato- tutto sembrava possibile. Anche salire su una barca e raggiungere il sogno di una vita: l’Europa. 
Molti, però, hanno già fatto dietro-front. A parte i 4mila tunisini rimpatriati con la forza dal governo italiano, alcune migliaia dei 25mila sbarcati nel 2011 sono ritornati in Tunisia di propria volontà, dopo avere inutilmente cercato per mesi un lavoro e una sistemazione. L’Europa della crisi e del razzismo di Stato non è più una terra ospitale, né tanto meno attraente.
È l’effetto della crisi: in Italia il crollo degli sbarchi; in Spagna 500mila sudamericani tornati oltreoceano soltanto nel 2011; in Grecia il 15% degli albanesi che se ne sono andati. Ciononostante, ci dobbiamo rassegnare, Lampedusa o no, la gente non smetterà mai di viaggiare. Cambiano soltanto le rotte. E sulla nostra coscienza resta il peso dei morti caduti lungo le sue frontiere. Almeno 18.345 dal 1988, secondo Fortress Europe (fortresseurope.blogspot.com). Annegati a poche miglia dalle spiagge più belle. —
 

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