Opinioni

Geopolitica della (prossima) manovra

La questione greca, la crisi che ha colpito la Cina e l’emigrazione nel Bacino del Mediterraneo sono i tre fattori che influiranno sulla capacità di manovra del governo italiano in vista della prossima legge di Stabilità. Variabili esterne cui si accompagna in Italia la crisi delle Province, prossime al default, e la sostenibilità dei tagli a Regioni ed enti locali. Un commento di Alessandro Volpi

Non è facile valutare come gli scenari internazionali influiranno sull’economia italiana, e in particolare sulla prossima legge di Stabilità. È indubbio però che alcuni elementi del panorama mondiale risulteranno assai rilevanti.
Per il 2016 sembra profilarsi una manovra da 25 miliardi di euro, di cui circa 10 dovrebbero provenire da una faticosa spending review, resa incerta da numerose variabili, a cominciare dalla difficilissima condizione delle province, ormai in default, e dunque con molteplici rischi in materia di erogazione di servizi essenziali, o dalla sostenibilità dei tagli alle Regioni e agli enti locali.

Le incertezze maggiori sembrano però essere quelle relative alle coperture legate all’andamento generale dell’economia del Paese, dalla crescita del Pil, che registra un debole più 0,2 trimestrale, all’evoluzione del deficit e del debito, fino al costo degli interessi. Si tratta di variabili che possono assumere un’incidenza diversa a seconda dei margini di flessibilità che la Commissione europea sarà disposta ad accordare ai nostri conti pubblici. Quanto più rigida sarà l’interpretazione dei parametri, tanto più costosa dovrà essere la manovra finanziaria italiana; tale rigidità dipende inevitabilmente, tuttavia, dalle turbolenze presenti negli scenari internazionali citati in apertura, perché un quadro incerto non può in alcun modo combinarsi, soprattutto secondo le chiavi di lettura tedesche, con una maggiore tolleranza rispetto ai canoni del rigore.

Le criticità maggiori paiono essere tre.

1) La vicenda greca manifesta sempre più una connotazione fortemente paradossale.
Nel momento in cui il governo ellenico ha ricevuto il trasferimento di 13 miliardi di euro, prima considerevole tranche del piano di aiuti di 86 miliardi, negoziato con Europa e Fondo Monetario, il premier Tsipras ha annunciato le sue dimissioni, per procedere a una nuova consultazione elettorale in grado di conferirgli un mandato più solido. Agli occhi dei mercati, e non solo, si riaffaccia dunque, in maniera abbastanza inattesa, una condizione di grande instabilità; non è detto infatti che, al di là dei rassicuranti sondaggi a favore del leader greco, non si apra un periodo assai complicato in termini politici, con la conseguenza, magari, di ritardare la convocazione delle urne o, nel caso di rapido svolgimento delle elezioni, di un successo del fronte antieuropeista. Del resto, non giocano a favore di Tsipras la cessione di 14 aeroporti regionali a un consorzio a guida tedesca, o il cospicuo piano di privatizzazioni che dovrebbe partorire, per il periodo 2015-2017, un’entrata nelle casse dello Stato di circa 6,5 miliardi o, ancora, il Fondo di oltre 50 miliardi in cui dovranno confluire i principali beni pubblici del Paese, concepito nei termini della colossale fideiussione, a garanzia del rispetto degli impegni contratti con l’Europa.
Alla luce di simili misure, l’impressione che l’accordo firmato da Tsipras possa provocare una “germanizzazione” della Grecia contribuirà, non poco, a ingrossare i consensi dei suoi avversari, accendendo di nuovo tensioni sulla tenuta dell’euro e quindi aumentando i rischi per i paesi aggravati da un pesante debito pubblico denominato in tale moneta.

2) La crisi cinese sembra divenire ogni giorno più grave,
e la triplice svalutazione dello yuan sta provocando conseguenze molto insidiose. La più significativa è la fuga dei capitali esteri dalla Cina e, più in generale, da tutti i Paesi emergenti a diverso titolo legati al colosso asiatico. Una situazione siffatta, che ha già bruciato 3.600 miliardi di dollari, sta causando grossi scivoloni borsistici, anche in Europa, e la rapida corsa verso titoli rifugio -come i buoni del Tesoro tedeschi e americani- destinata a rendere più costoso il collocamento dei titoli pubblici degli altri paesi a cominciare, ancora una volta, da quelli con più debiti, soprattutto se la Federal Reserve procederà ad un aumento dei tassi.

3) Le massicce emigrazioni che stanno investendo l’intero bacino del Mediterraneo
e l’area balcanica hanno assunto i tratti del dato strutturale non più qualificabile come un’emergenza di natura temporanea. Il disastro libico ha acquisito dimensioni non più sostenibili che sono rese ancora più complesse dal crollo del prezzo del petrolio, destinato a rendere molto improbabile qualsiasi ipotesi di rinascita di eventuali governi sostenuti dalla comunità internazionale. Quanto costerà in termini economici questa instabilità permanente è davvero arduo da quantificare sia sul piano complessivo della produzione di ricchezza in una vasta zona del mondo sia sul versante, più specifico, dell’Europa e degli Stati rivieraschi, quelli maggiormente interessati dal fenomeno.

Se realizzare una spending review sostenibile è assai arduo, fare i conti, nel senso letterale della parole, con un quadro internazionale così complesso appare decisamente più difficile. 

* Alessandro volpi, Università di Pisa.

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