Gas di Stato modello Bolivia – Ae 75

A maggio il presidente Morales ha nazionalizzato il settore degli idrocarburi. Lo Stato prende il controllo delle risorse energetiche, ma non caccerà le compagnie straniere, che dovranno rinegoziare la loro presenza. E abituarsi a fare meno profitti Sono passati meno…

Tratto da Altreconomia 75 — Agosto 2006

A maggio il presidente Morales ha nazionalizzato il settore degli idrocarburi. Lo Stato prende il controllo delle risorse energetiche, ma non caccerà le compagnie straniere, che dovranno rinegoziare la loro presenza. E abituarsi a fare meno profitti


Sono passati meno di 100 giorni dalla sua elezione a Presidente della Repubblica di Bolivia, quando, a maggio, l’indigeno Evo Morales firma il decreto con cui lo Stato dispone che tutte le riserve di petrolio e gas naturale del Paese siano nazionalizzate. Un evento storico, per un Paese dove la ricchezza di risorse naturali da secoli si traduce in sfruttamento e povertà per gran parte della popolazione. Per interpretare questa “nazionalizzazione” occorre, anzitutto, allontanare dalla mente il berretto verde del colonnello Fidel Castro. A differenza di quanto avvenuto negli anni Sessanta a Cuba, dove gli interessi stranieri sono stati sistematicamente espropriati, in Bolivia le installazioni e le infrastrutture necessarie all’estrazione e alla raffinazione degli idrocarburi continueranno a essere di proprietà degli investitori stranieri che finora hanno lavorato in Bolivia: lo Stato ha tutta l’intenzione di dare seguito alle partnership avviate con loro negli ultimi 10 anni. Da maggio, però, il controllo dell’intero sistema è passato alla compagnia statale Ypfb (Yacimentos Petroliferos Fiscales de Bolivia). Ypfb oggi controlla il 51% delle azioni di ciascuna delle joint venture Stato/corporations esistenti (Petrobras Bolivia Refinacion, Chaco, Andina, Transredes le più grandi), dopo aver fatto ricorso, caso per caso, all’esproprio (previo indennizzo) delle azioni necessarie. Le compagnie straniere non avranno più contratti di concessione ma diverranno prestatrici di servizi, dovranno cioè confrontarsi con un’autorità nazionale decisa a ricuperare sovranità e autonomia decisionale sulla proprie risorse energetiche. Il decreto prevede sei mesi di tempo per la negoziazione dei nuovi accordi che -come ha spiegato il ministro per gli Idrocarburi, Andres Soliz Rada- “saranno studiati e stilati valutando gli investimenti e i guadagni ottenuti in passato da ogni singola società”.



Per anni lo Stato si è limitato a un prelievo fiscale del 18% su ciascuna operazione d’esportazione. Ora, se vogliono continuare a lavorare in Bolivia, le grandi corporations del settore dovranno dire addio agli extra profitti, generati in passato grazie alla complicità di amministrazioni corrotte e prone agli interessi stranieri. Le riserve boliviane di gas naturale sono seconde in Sudamerica soltanto a quelle venezuelane. E il Paese possiede anche importanti giacimenti petroliferi da cui estrae circa un milione di barili al giorno. Ciononostante la Bolivia continua a essere lo Stato più povero della regione: il Pil pro capite ammonta a 900 dollari l’anno, con un’aspettativa di vita media inferiore ai 64 anni. Gli indios rappresentano il 62,2% della popolazione.



A “fare le spese” della rivoluzione energetica avviata dal nuovo governo c’è il “gotha” mondiale degli idrocarburi: gli spagnoli di Repsol (che controllavano Andina), Petrobras (Brasile), Total (Francia), British Gas (che controllava Chaco) e Shell (che controllava Transredes) sono i nomi che spiccano nella lista delle 26 compagnie straniere attive sul territorio boliviano. Repsol, proprietaria di gran parte dei gasdotti del Sudamerica, controllava da sola oltre un quarto delle riserve di gas e petrolio boliviane. La brasiliana Petrobras, che dal 1999 in Bolivia ha effettuato investimenti per 1,5 miliardi di dollari, estrae e raffina il 60% del gas boliviano. Total ha una partecipazione del 15% nei giacimenti di San Antonio e San Alberto (il più grande del Paese) che portano alla Francia circa 21 mila barili di greggio al giorno. Dal 1996, anno in cui il settore energetico boliviano venne privatizzato (vedi box in alto), gli stranieri hanno investito nel settore oltre 3 miliardi di dollari. Le prime reazioni della comunità internazionale alla nazionalizzazione sono state di conseguenza durissime. A Strasburgo, in occasione della visita di Morales al Parlamento europeo (15 maggio),

il gruppo dei Popolari ha presentato una mozione secondo cui il provvedimento “viola i diritti umani”: la mozione è stata respinta per una manciata di voti e gli eurodeputati popolari hanno abbandonato l’aula prima che Evo cominciasse il suo discorso. In Brasile il presidente Lula ha riconosciuto la legittimità del decreto, definendolo “un atto inerente alla sovranità della Bolivia”. Ma José Sergio Gabrielli, presidente di Petrobras, ha minacciato di “sospendere ogni ulteriore investimento” e di “abbandonare il Paese”. Minacce ripetute da tutte le altre compagnie straniere coinvolte. Raffreddati i bollenti spiriti, nessuno però se n’è andato sbattendo la porta. Con i prezzi di gas e petrolio in salita, i rappresentati di Governi e corporations hanno pensato bene di sedersi al tavolo delle trattative. Come primo risultato l’amministrazione Morales ha portato a casa un nuovo accordo per la fornitura di gas all’Argentina: dal 15 luglio il prezzo a cui Ypfb consegna 7,7 milioni di metri cubi giornalieri di gas naturale è salito a 5 dollari per milione di unità termica (Btu), con un incremento del 56% su quanto pagato in precedenza. Ypfb sarà inoltre socia dell’argentina Enarsa nella realizzazione di un gasdotto nel Nord-Est dell’Argentina attraverso cui la Bolivia potrà esportare altri 20 milioni di metri cubi al giorno di gas.

Al momento sono in corso le trattative con il governo Lula e i rappresentanti di Petrobras. Dal 1999 il Brasile importa dalla Bolivia 26 milioni di metri cubi giornalieri, pari al 50% delle sue importazioni di gas naturale. La fornitura è disciplinata da un General Supply Agreement (Gsa) che prevede aggiustamenti trimestrali: il prezzo, partito da 1,23 dollari a giugno 1999, ha toccato i 4 dollari a luglio 2006. Negli ultimi 15 anni il Brasile ha convertito l’industria paulista e gran parte delle centrali termoelettriche all’uso del gas: oggi l’80% di quello consumato a San Paolo proviene dalla Bolivia. Forte dell’accordo raggiunto con l’Argentina il presidente di Ypfb, Jorge Alvarado Rivas, mira a portare il prezzo almeno sopra i 5 dollari. Se le parti non raggiungeranno un nuovo accordo si ricorrerà a un arbitraggio internazionale che avrà luogo a New York.



2003, la guerra del gas

Nel 1996 il Presidente Gonzalo Sanchez de Lozada “capitalizza” le principali imprese pubbliche, trasformandole in società per azioni. In un batter d’occhio Ypfb e altre compagnie statali vengono assoggettate al capitale straniero. Nell’ottobre del 2003 il suo secondo mandato finisce nel sangue: la “guerra del gas”, come verrà ribattezzata, lascia 80 morti tra i manifestanti per la nazionalizzazione degli idrocarburi, costringendo il Presidente alla fuga negli Stati Uniti. Il successivo governo Mesa, sotto la pressione popolare, promuove un referendum (luglio 2004) in cui il 90% dei votanti vota per la nazionalizzazione. Mesa tenta un compromesso politico ed emana (giugno 2005) la nuova “legge sugli idrocarburi” che innalza il prelievo fiscale sulle esportazioni al 50%. Per i boliviani non è abbastanza, e il malcontento sfocia in nuovi scontri che spingono Mesa a rassegnare le dimissioni.



Prossimo passo, la coca

Per i popoli andini “coca es patria” ed Evo Morales, una lunga militanza come sindacalista dei piccoli coltivatori della foglia di coca, lo sa molto bene. Masticare coca è il più consueto dei passatempi di gran parte dei boliviani, che in questo modo combattono fame e stanchezza. Il Paese è il terzo produttore mondiale, alle spalle di Colombia e Perù: legalizzarne la commercializzazione è stata, insieme alla nazionalizzazione degli idrocarburi, la principale promessa di Evo. Il governo spera di far uscire la coca dall’elenco Onu delle piante velenose e di poterne avviare il processo d’industrializzazione: dentifricio (la coca è ricca di calcio), shampoo, biscotti e tè sarebbero i primi prodotti a finire sul mercato. Il Venezuela di Chavez si è già detto pronto a investire negli impianti necessari.



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