Opinioni

Facciamo i conti col tesoretto

L’aumento del prodotto interno lordo e una riduzione dei costi per la collocazione del debito pubblico potrebbero portare il governo italiano ad avere a disposizione -tra il 2015 e il 2019- risorse per più di venti miliardi di euro. Secondo Bankitalia questo denaro dovrebbe servire a ridurre il debito pubblico; ma potrebbe essere utilizzato anche per ridurre il carico fiscale sul lavoro, per allentare la disoccupazione. Sulle opportunità pesa un’incognita: la sostenibilità della Legge di Stabilità 2016

Le stime sulla crescita economica del nostro Paese tendono a migliorare. I dati forniti da Istat e Commissione Europea prevedono per il 2015 un segno positivo dello 0,9%, a fronte dello 0,6 concepito in origine, per salire all’1,5% nei due anni successivi.
Tali valutazioni dipendono da elementi esterni, come tassi d’interesse vicini allo zero, un prezzo molto basso del petrolio, una maggiore concorrenzialità dell’euro, e da alcuni aspetti legati a una possibile ripresa dei consumi, che dovrebbe affiancarsi alla tenuta della esportazioni.

Accanto al miglioramento delle previsioni di crescita economica hanno preso corpo altre stime positive, elaborate da Bankitalia, che hanno a che fare con quanto l’Italia dovrà pagare per collocare il proprio debito. In questo caso si tratta di dati molto rassicuranti perché valutano un andamento -rispetto ai numeri inseriti nelle Note di aggiornamento del Documento economico e finanziario- di drastica riduzione della spesa, pari a meno 1,5 miliardi durante l’anno in corso, meno 6,7 nel 2016, meno 9,4 nel 2017 e meno 7,6 nel 2019.
Una maggiore crescita rispetto alle stime e minori esborsi in conto interessi rispetto a quanto previsto potrebbero rappresentare un vero e proprio “tesoretto” che dovrà trovare una destinazione di cui è, fortunatamente, ancora privo. In merito agli utilizzi di una simile, potenziale, risorsa, si prospettano un’incognita e due soluzioni alternative, entrambe riconducibili in realtà a un’unica condizione.

L’incognita è costituita dalla reale tenuta della Legge di Stabilità, che fonda in larga parte le sue coperture sul deficit, e per questo è stata oggetto di alcuni rilievi critici da parte della Corte dei Conti e non ha ancora ricevuto la “bollinatura” da parte della Commissione europea. Per la Corte, in particolare, le preoccupazioni sono relative al fatto che l’aggiustamento dei conti “verrebbe a gravare prevalentemente sugli enti locali”, con rischi di ripercussioni sulla qualità ed efficienza dei servizi, e alla sensibile riduzione dei margini di protezione dei conti pubblici, colpiti dal pesante nodo delle clausole di salvaguardia.

L’alternativa a cui si faceva riferimento è quella tra la richiesta di destinare il citato “tesoretto”, frutto dei risparmi nel pagamento degli interessi, alla riduzione del debito pubblico -così come suggerisce caldamente Bankitalia- e il loro impiego, attraverso varie forme, per incidere invece sulla disoccupazione che cala davvero troppo lentamente. A far propendere per la prima ipotesi contribuisce il fatto che perché il rapporto tra debito e Pil, attualmente al 133%, scenda nel corso del 2016, occorrerebbe una crescita del 2%, superiore a quella prevista nelle stime sopra ricordate. Quindi, senza la destinazione di una parte del “tesoretto”, il debito pubblico italiano continuerebbe a gonfiarsi.

A sostegno della seconda alternativa gioca invece un altro scenario. A fronte di una ripresa, sia pur timida, dell’economia, infatti, l’Istat prevede una lentissima discesa della disoccupazione dal 12,1 del 2015 all’11,5 del 2016, mentre la Commissione europea appare ancora più pessimista, immaginando una contrazione soltanto all’11,8%, nonostante gli effetti del Jobs Act.
Liberare risorse per favorire investimenti potrebbe dunque rivelarsi una strategia vincente, soprattutto agendo sulla leva, finora non utilizzata in modo deciso, della riduzione del carico fiscale sul lavoro. Secondo quanto accennato, tuttavia, entrambe queste soluzioni, come del resto la citata incognita delle coperture in deficit, hanno a che fare, ancora una volta, con i parametri europei. Solo se l’Europa prende atto, finalmente, che l’Italia, come altri Paesi, ha bisogno di trasformare i minori esborsi sugli interessi sul debito in stimoli per l’economia reale, subito avvertibili dai cittadini, e non è più obbligata a consumarli per rispettare ulteriori vincoli formali, allora verrà meno la necessità di scegliere fra riduzione del debito e sforzi per accrescere l’occupazione.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

 

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