Opinioni

Epigrafi in attesa di moderazione

Offendere, minacciare, schernire qualcuno, magari in maniera anonima, senza per questo essere perseguiti, puniti o perlomeno stigmatizzati, non ha nulla a che vedere con la libertà.
Eppure è ciò che accade "in Rete", nel mondo virtuale analizzato da Duccio Facchini nel suo nuovo libro-inchiesta per Altreconomia edizioni, "Trolls Inc.". Di cui anticipiamo, qui, la prefazione di Pietro Raitano, direttore di Ae

Offendere, minacciare, schernire qualcuno, magari in maniera anonima, senza per questo essere perseguiti, puniti o perlomeno stigmatizzati, non ha nulla a che vedere con la libertà. Lo capirebbe anche un bambino.
Da anni assistiamo nei programmi televisivi a risse inconsulte, dibattiti che si trasformano in arene, volgarità e attacchi gratuiti, costruzione scientifica di rabbia, scontri, offese.
Non è questa la sede per dibattere sui motivi che rendono più o meno attraenti simili spettacoli.
Quel che ci interessa qui è guardare all’evoluzione che il fenomeno sta conoscendo, attraverso quel canale privilegiato, accessibile e – così si dice – democratico che è la Rete.
Oggi da spettatori ci siamo trasformati tutti in protagonisti. Possiamo dialogare – e nel caso litigare – con un politico via Twitter, possiamo offendere qualcuno in un commento che verrà letto da milioni di persone sul sito di un grande quotidiano. Il pubblico è entrato a far parte delle spettacolo e il suo potere è aumentato esponenzialmente: fa parte della rissa, ne può essere artefice e iniziatore. E ovviamente anche vittima.
Se fosse solo una questione di buona educazione non ci sarebbe troppo di cui preoccuparsi, né sarebbe il caso di avere rimpianti per i tempi andati.
Ma il fenomeno è diverso. Attraverso la rete assistiamo a ripetute violazioni della privacy che espongono dati riservati al mondo intero, a ricostruzioni approssimative, senza verifiche e senza possibilità di replica, a diffamazioni e offese che rovinano carriere e vita, in alcuni casi in maniera drammatica, come hanno dimostrato vari episodi di cyberbullismo.

La cosa è seria e va avanti da anni senza che alcuno di questi luoghi che ospitano e consentono questa indecenza ne sia mai stato chiamato a rispondere, sotto il profilo della controinformazione e della legge. La Rete, luogo democratico per eccellenza, al quale chiunque può accedere per dare voce alle proprie opinioni, può dunque diventare arena di vera e propria delinquenza mediatica.
Tutto questo potrebbe essere facilmente fermato applicando le leggi che già esistono. Basterebbe richiamare alle proprie responsabilità tutti i soggetti coinvolti, dall’anonimo commentatore fino al provider e ai motori di ricerca. Eppure questo non accade.
Perché? Da una parte, certamente, ci siamo assuefatti a un notevole innalzamento della soglia di tollerabilità.
Un imbarbarimento delle relazioni che -peraltro- da virtuali poi si riverberano direttamente nella società reale, inquinano i rapporti interpersonali, di lavoro, politici e istituzionali.
Ma questa spiegazione non è sufficiente.
La verità è che qui siamo di fronte a un fenomeno soprattutto economico.
Se guardiamo con attenzione al proliferare di commenti offensivi, di tweet intolleranti, di accanimento online nella prospettiva dell’interesse economico, avremo forse le risposte alle domande che ci poniamo: è questo lo sguardo di questo libro.
Nessuno infatti ha stabilito a priori quale sia il modello economico – il business model – della Rete: quale tipo di produzione, filiera, consumo. In qualche modo, il modello si è autodefinito (qualcuno direbbe che l’ha stabilito il mercato) e oggi sappiamo che è la quantità di utenti, il cosiddetto traffico, che definisce le economie della Rete, che permette ai ricavi di essere superiori ai costi.
Il traffico di per sé non varrebbe nulla, ma è la misura del valore della pubblicità. Più utenti, più pubblicità. Ecco l’economia di internet: reclame, advertising, pubblicità.
Ci pare scontato, ma non lo è affatto: anche in questo caso, abbiamo aderito a un modello pensando che non ci siano alternative. Ma tant’è. In realtà, le alternative ci sono, ma sono oggi risibili se guardiamo ai numeri.

La diretta conseguenza è che se il traffico – l’altissimo traffico – sancisce la sostenibilità economica, o la prosperità, allora sappiamo che delle centinaia di milioni di siti oggi presenti in rete, solo una manciata – letteralmente – può dire di avere un traffico sufficiente a coprire i costi. Internet, economicamente parlando, è il più grande oligopolio della storia dell’umanità, nel quale pochissimi gruppi (Google, Twitter, Facebook e pochi altri) si spartiscono tutta la torta. Nel farlo, hanno imposto il loro modello, nel quale gli utenti lavorano (riempiendo pagine e pagine di contenuti, gratis) e loro guadagnano.
Ecco perché il decadimento è tollerato e non punito. Perché è necessario al modello economico. A noi fanno credere che si tratti di una questione di principio, di libertà.
O addirittura, l’occasione di dire la propria in pubblico, con l’illusoria speranza di venire ascoltati. In realtà stiamo lavorando per loro.
Non solo, stiamo accettando un significativo peggioramento delle relazioni sociali, un imbarbarimento delle relazioni personali, di lavoro e politiche, una progressiva tendenza all’isolamento e all’individualismo solo per favorire gli affari di grandi colossi dell’industria della rete o dell’informazione online. Noi crediamo di batterci contro lo spauracchio della censura, quando stiamo solo tutelando interessi di multinazionali col loro carico di “ottimizzazione” fiscale, le loro stock options, i loro telefonini prodotti in Cina.

I Troll sono solo un’altra pedina di questo gioco.

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