Opinioni

Elusione fiscale, l’Europa non cambia musica

L’attesa proposta della Commissione europea in materia di tassazione delle imprese multinazionali, resa pubblica oggi, si rivela in realtà solo un obbligo parziale di una rendicontazione pubblica disaggregata Paese per Paese. Riguarda, inoltre, appena il 15% delle corporation, quelle che fatturano oltre 750 milioni di euro. Il commento di Antonio Tricarico di Re:Common  

Era uno dei pochi provvedimenti legislativi che la debole Commissione Juncker si era impegnata a promulgare: una proposta sulla scivolosa materia fiscale. Soprattutto per dimostrare che il presidente della Commissione, fortemente colpito dallo scandalo LuxLeaks nel suo Lussemburgo, di cui è stato a lungo primo ministro, faceva sul serio nella lotta all’elusione fiscale delle multinazionali. 

Ma ancora una volta si è persa l’occasione per mandare un messaggio forte e chiaro alle grandi corporation. Neppure lo scandalo dei Panama Leaks ha spinto l’esecutivo di Bruxelles a introdurre una vera trasparenza per tutte le imprese.
 
L’odierna proposta della Commissione si limita a introdurre un obbligo solo parziale di una rendicontazione pubblica disaggregata Paese per Paese dei bilanci delle multinazionali. Queste entità al momento presentano bilanci aggregati, da cui non si può affatto desumere con certezza quali siano tutte le filiali e controllate esistenti, quali i profitti e gli utili generati e soprattutto quali le tasse pagate in ciascuna giurisdizione. La società civile internazionale ritiene che una misura di questo tipo, se applicata in maniera pubblica da tutte le multinazionali, sarebbe il più potente deterrente all’elusione fiscale che avviene tramite l’oramai consuetudinario spostamento dei profitti, erodendo l’imponibile in quei paesi dove si producono e vendono davvero beni e servizi. Attualmente molte delle tasse sono pagate in giurisdizioni “opache”, dove sono trasferiti i profitti perché le aliquote sono alquanto basse.
 
La Commissione si è limitata a proporre la rendicontazione Paese per Paese solo per le multinazionali che operano -ossia sono registrate con la propria sede centrale o una sussidiaria- nell’Unione Europea e che hanno un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di euro. Questa soglia di fatto esclude fino all’85% delle corporation, secondo una stima dell’Ocse. Quindi i dati saranno scomposti Paese per Paese sono per quel che riguarda i 28 paesi dell’Unione europea e per le giurisdizioni extra-UE inserite nella lista europea dei paradisi fiscali. Una lista prodotta nel 2015 dalla Commissione, che risulta però parziale e contestata perché non esaustiva -per esempio mancano la Svizzera o gli USA, che ha nel Delaware uno tra i principali paradisi fiscali del Pianeta-. In questo modo l’elusione fiscale continuerà, passando per la segretezza di altri paesi. Si aggiunga, inoltre, che anche laddove venga richiesto il dettaglio per paese, la Commissione non obbliga le imprese a pubblicare dati dettagliati inerenti tutte le varie forme di società controllate, i diversi tipi di patrimoni posseduti e i sussidi pubblici ricevuti.
 
A questo punto ha senso che il Parlamento europeo si impunti e rispedisca al mittente la proposta, chiedendo una riformulazione molto più ampia e comprensiva, ciò che l’unica istituzione democratica dell’Ue ha già richiesto diverse volte alla Commissione e a tutti i paesi membri.
Intanto il 26 aprile si aprirà a Lussemburgo il processo contro Antoine Deltour, il whistleblower alla base dei LuxLeaks. Ben poco alla fine è cambiato dopo una sequenza di scandali impressionanti, per ultimo i Panama Papers, e chi ha avuto il coraggio di rendere pubblica la verità oggi rischia anche la prigione. Una vergogna della presunta democratica e di sicuro poco trasparente Europa, a cui sarebbe il caso di porre urgente rimedio prima che finisca definitivamente la fiducia in questa Unione.

* Re:Common, www.recommon.org

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