Opinioni

Editorialisti sull’orlo di una crisi di nervi

Il cambiamento climatico è innegabile, ai negazionisti non resta che deligittimare chi presenta le notizie

Tratto da Altreconomia 181 — Aprile 2016

Quando, fra qualche decennio, qualche storico cercherà di capire i motivi per cui gli esseri umani hanno tardato così tanto ad agire contro il riscaldamento globale, un capitolo corposo dovrà dedicarlo al ruolo giocato dai mass media

L’informazione sul riscaldamento globale è spesso un misto di confusione e ambiguità, reticenze ed esagerazioni. Da una parte la negazione, il rifiuto di credere a quanto la comunità scientifica in modo sostanzialmente unanime sostiene da decenni. Una parte in ritirata, fortunatamente il negazionismo è quasi scomparso in televisione: sulla carta stampata gli articoli negazionisti sono ormai pubblicati solo su Il GiornaleLibero e Il Foglio. Dall’altra parte l’allarmismo come strategia editoriale, per vendere più copie o alzare l’audience. Se i fatti non rispondono ai requisiti del catastrofismo giornalistico (e molti degli impatti del riscaldamento globale son così, sono lontani e spostati nel tempo) sono resi più sexy per colpire il cuore o la pancia. I toni allarmisti sono in genere abbandonati rapidamente, sostituiti con altre emergenze, anche questi eventi epocali, gravi pericoli o incubi che assediano milioni di persone. Alla fine si perde la differenza fra le notizie, perché il bombardamento delle breaking news nel mondo della comunicazione globalizzata rende più difficile l’approfondimento della notizia stessa, la verifica della sua fondatezza, della sua rilevanza effettiva, la sua corretta contestualizzazione; l’ansiosa attesa delle novità che faccia impennare i contatti finisce con il richiedere strutturalmente notizie effimere, o fa apparire come effimere per contaminazione anche comunicazioni epocali.

In questo contesto disastrato, iniziano a vedersi degli sprazzi di informazione di qualità: dal 2015 il meteorologo e climatologo Luca Mercalli, da sempre in prima linea nella divulgazione scientifica sui cambiamenti climatici, conduce una bella trasmissione televisiva, “Scala Mercalli”, sei puntate in onda in prima serata il sabato, in cui il clima che cambia è il tema principale, con servizi approfonditi e interessanti. Finalmente si inizia a capire qualcosa del problema, le cause, gli impatti già in corso o attesi per il futuro, gli strumenti a disposizione per cambiare direzione.

Ma le azioni per contrastare il cambiamento climatico hanno delle conseguenze. Ci sono delle scelte che dovranno essere fatte, degli interessi di business che dovranno essere fermati. Alcuni cambiamenti riguardano anche le nostre azioni quotidiane. 

È per questo che sta emergendo una nuova figura, quella dell’editorialista sull’orlo di una crisi di nervi. È un tipo di editorialista abituato a parlare del nulla, campione del cerchiobottismo, un alfiere del “diamine, non preoccupiamoci troppo”. Davanti agli aumenti di temperature senza precedenti, ai ghiacci che si fondono, agli impatti delle attività di fracking, agli incidenti a centrali nucleari, l’editorialista ha un problema: non è più possibile fare finta di niente, e non è neppure possibile negare la realtà. La soluzione è quella di prendersela con chi presenta le notizie. 

Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere, è uno di questi. Ogni anno trova un modo per attaccare Luca Mercalli, descrivendolo come “incattivito”, “ideologico”, “profeta di sventura”, addirittura “sadico”, con frasi come: “addio allo stile rassicurante di Piero Angela. Qui si sceglie la strada del catastrofismo”. Chi disturba il manovratore va bastonato. Meglio dire che tutto va bene, con le splendide meteorine o la ventisettesima replica della storia dell’impero romano.

* Stefano Caserini è titolare del corso di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente)
 

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia