Approfondimento

Editoriali avvelenati – Ae 20

Numero 20, settembre 2001Raccontare Genova invocando i miti giornalistici dell'obiettività e della separazione dei fatti dalle opinioni è un'impresa maledettamente difficile. Tuttavia, proprio perché la capacità di analisi critica è ormai diventata un bene scarsissimo, è necessario aggrapparsi ad essa…

Tratto da Altreconomia 20 — Luglio/Agosto 2001

Numero 20, settembre 2001

Raccontare Genova invocando i miti giornalistici dell'obiettività e della separazione dei fatti dalle opinioni è un'impresa maledettamente difficile. Tuttavia, proprio perché la capacità di analisi critica è ormai diventata un bene scarsissimo, è necessario aggrapparsi ad essa con tutte le energie, per evitare che tre giorni di violenza si trasformino semplicemente nelle prove tecniche di una guerra che è già scoppiata sui banchi del parlamento e sta continuando sulle pagine dei mezzi di informazione, dove i “black bloc” della carta stampata hanno dato il via, sia a destra che a sinistra, ad un fittissimo lancio di editoriali avvelenati, che cavalcano l'ondata di malcontento dei manifestanti e l'insofferenza delle forze dell'ordine per raccogliere un facile consenso.

Le ferite fanno ancora troppo male, e non è facile parlare di Genova, ma è tremendamente necessario cercare la verità restando in bilico tra due estremismi, affermando con fermezza che le forze dell'ordine continuano a rappresentare una garanzia di sicurezza e tutela per i cittadini, che i movimenti di critica alla globalizzazione e i loro attivisti sono ancora una grandissima risorsa sociale e culturale a disposizione di tutti, che il mondo della politica è ancora l'ambito privilegiato in cui costruire la società di domani. È proprio il rispetto verso i tutori della legge che deve spingere le istituzioni, gli operatori dell'informazione e i singoli cittadini a denunciare con fermezza tutte quelle circostanze in cui le forze dell'ordine hanno abbandonato il loro ruolo di rappresentanti dello Stato, cedendo alla tentazione della legge di strada e scegliendo di agire in base alla legge del più forte.

È proprio per salvare la bellezza e la ricchezza culturale di tantissimi movimenti e associazioni presenti nelle strade di Genova che bisogna essere pronti a schierarsi anche contro il “movimento”, quando sbaglia bersaglio scegliendo di invadere la zona rossa invece di entrare nella coscienza della gente, quando le violenze verbali utilizzate per impressionare i mezzi di informazione ne evocano altre molto più concrete, quando è la “piazza” a trascinare i suoi leader e a dettarne gli umori anziché il contrario, quando ci si limita a rincorrere l'agenda dei potenti della terra.

È proprio per l'altissimo valore dell'impegno politico che va esercitato il diritto alla critica di quelle forze politiche che cavalcano la contestazione e strumentalizzano la piazza invece di provare a interpretarla con umiltà, trasformando un insieme di persone variegato ed eterogeneo in un gruppo di delinquenti o in un gruppo di martiri a seconda dei propri interessi particolari e della propria convenienza, e utilizzando strumentalmente i manifestanti come un potente ariete politico con cui sfondare il fronte opposto. In questo particolare contesto storico, con questo clima politico e con un altissimo livello di tensione nella società civile, mantenere un'equidistanza che non degeneri nel qualunquismo e nell'indifferenza è un'impresa non indifferente, soprattutto quando si cerca di produrre informazione senza blandire o esacerbare la rabbia di chi ne usufruisce. Come se tutto questo non bastasse, a qualcuno è venuta in mente l'idea geniale di mettere qualche bomba qua e là, creando ulteriori spunti di tensione e un livello di confusione tale da permettere a ciascuno di vedere dietro quelle bombe il “nemico” della sponda politica opposta.

Camminare da solo per le strade di Genova cercando disperatamente di evitare la guerriglia urbana con uno slalom tra posti di blocco, nuvole di lacrimogeni e macchine bruciate per me è stata indubbiamente un'esperienza su cui riflettere. Per la prima volta in vita mia mi sono sentito braccato, totalmente insicuro, e molte certezze maturate fino a quel momento si sono sciolte come neve al sole. Sono riuscito per puro caso, e grazie ad una buona dose di sana vigliaccheria autoconservativa, ad evitare le “zone calde” degli scontri. Il mio senso critico e la mia capacità di valutazione serena sono stati messi a dura prova dai pestaggi subiti dai manifestanti (che hanno colpito anche persone a me vicine) dalle decine di racconti delle persone coinvolte loro malgrado negli scontri di piazza, dalle immagini agghiaccianti trasmesse dalla televisione e su internet. Per me, e per moltissimi altri che hanno vissuto esperienze simili alla mia, non è facile parlare di Genova.

Ma è proprio per questo che dobbiamo provarci.

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