Approfondimento

Editoriale Ae 102

Il cuore di questo numero di Altreconomia è un’inchiesta sull’informazione in Italia. In qualche modo, giochiamo -se non in casa- perlomeno su un terreno che ben conosciamo. Lo facciamo con animo pesante: giornali, radio e televisioni nostrani versano in uno…

Tratto da Altreconomia 102 — Febbraio 2009

Il cuore di questo numero di Altreconomia è un’inchiesta sull’informazione in Italia. In qualche modo, giochiamo -se non in casa- perlomeno su un terreno che ben conosciamo. Lo facciamo con animo pesante: giornali, radio e televisioni nostrani versano in uno stato che ci preoccupa. Molti sono gli elementi che concorrono a questa situazione. Li riassumiamo.
L’informazione in Italia è controllata da un manipolo di editori, che in realtà di mestiere fanno altro. Tra i principali gruppi che controllano i media italiani c’è di tutto: finanzieri, costruttori, industriali e banchieri. Il lavoro del nostro Giulio Sensi -che trovate a pagina 16- parte da questo dato dirompente: i primi 5 gruppi editoriali fatturano il 73,1% del totale del mercato. Per questo non troverete un’inchiesta simile sui principali quotidiani o periodici, né tantomeno sulle televisioni: l’informazione in Italia è in mano a un oligopolio di personaggi che la utilizzano a proprio vantaggio, in un intreccio economico e politico che ha pochi eguali. E al quale non piace farsi troppo notare. Questo manipolo controlla l’informazione che ci arriva nelle case.
Il secondo elemento è quell’editore occulto che chiamiamo pubblicità. La fetta maggiore delle entrate di una testata sono infatti le inserzioni, non le vendite. Le conseguenze dirette di questo dato sono due. La prima è che senza inserzioni l’informazione in Italia -semplicemente- non esiste. La seconda è che gli inserzionisti, le aziende che pagano per pubblicizzare i propri prodotti su giornali e riviste, interferiscono, eccome, sui contenuti e sulle notizie. Anche loro hanno il potere di dire ciò che si può o meno scrivere. Il terzo elemento attiene al mestiere, al giornalismo. A dispetto di una -reale e minoritaria- casta di intoccabili, la maggior parte dell’informazione in Italia è fatta da precari senza contratto, malpagati e non garantiti. Ai quali vengono chiesti pezzi come fossero in una catena di montaggio, in tempi brevi e senza possibilità di verifica o approfondimento. Vessati da un editore che detta la linea che meglio fa i suoi interessi, attenti a non disturbare questa o quell’altra azienda. Minacciati dal continuo rischio di querela e da un ordinamento giuridico che sembra sempre più negare il diritto alla libera espressione.
Oggi però i problemi sono aumentati. Il crollo economico colpisce anche -e forse con più forza- il sistema dei media. Molti quotidiani escono con una foliazione ridotta a causa della diminuzione della pubblicità, invocano lo stato di crisi e iniziano a tagliare compensi. Molti licenziano o ricorrono al prepensionamento. Il risultato è un’informazione pavida, asservita, approssimativa e superficiale. Censurata e sottomessa.
Della quale non ci fidiamo e -forse- abbiamo paura.
È necessario allora ristabilire un rapporto di fiducia con l’informazione, e lavorare per tutelarla. Perché la libera informazione è elemento vitale di democrazia: se è deficitaria la prima, è minacciata la seconda.
 

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