Dilemma sociale

Il rinnovo del contratto di lavoro per le cooperative sociali riapre il dibattito sullo scontro tra tutela dei diritti e sostenibilità economica Se non ci fossero loro, più di 3 milioni di cittadini italiani dovrebbero fare i conti con un…

Tratto da Altreconomia 103 — Marzo 2009

Il rinnovo del contratto di lavoro per le cooperative sociali riapre il dibattito sullo scontro tra tutela dei diritti e sostenibilità economica

Se non ci fossero loro, più di 3 milioni di cittadini italiani dovrebbero fare i conti con un peggioramento -talvolta grave- della loro qualità di vita; 30mila giovani e adulti in difficoltà perderebbero il reddito e un’opportunità per formarsi e incontrare altre persone; oltre 250.000 persone, in gran parte donne, resterebbero senza occupazione.
"Loro” sono le cooperative sociali: una particolare categoria di cooperative caratterizzata dal fatto di “perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini”, come le definisce la legge. Hanno a che fare con problemi grandi: curano i bambini, gestiscono case di riposo, inseriscono al lavoro disabili ed ex detenuti. Sono una parte importante del welfare del nostro Paese. Oggi, però, sono messi sotto scacco dall’evento più comune nella vita di un’impresa:
il rinnovo del contratto collettivo. Il contratto era scaduto alla fine del 2005 ma è stato rinnovato solo a metà del 2008 ed ha portato, tra le poche novità, un aumento degli stipendi del 10%. Ancora poco, secondo i lavoratori di una categoria che ha compensi notoriamente bassi e che per 30 mesi ha visto salire il costo della vita ma non i propri salari. Sicuramente tanto per le cooperative sociali che vedono aumentare i costi proprio mentre la spesa sociale pubblica è sottoposta a pesanti contrazioni: basti pensare che il Fondo nazionale delle politiche sociali -uno dei più importanti capitoli di questa voce di bilancio- è diminuito del 30% nel solo 2008. Si è così creata una situazione che mette in conflitto tra loro lavoratori, persone in condizione di fragilità e famiglie. Un esempio: per una cooperativa sociale che gestisce un asilo nido l’aumento degli stipendi delle educatrici comporta un aumento delle rette per le famiglie. Per converso, il mantenimento delle rette può mettere in difficoltà la stessa sussistenza della cooperativa o riflettersi nel peggioramento delle condizioni contrattuali per chi ci lavora. D’altra parte anche l’aumento delle rette può determinare un calo degli iscritti al nido e quindi mettere a rischio posti di lavoro e ricavi della cooperativa. È un equilibrio fragile: è sufficiente un evento legittimo come un fisiologico aumento di salari per comprometterlo. Ecco perché il rinnovo di questo contratto collettivo è un dato che interessa tutti, ben oltre il confine dei 250.000 occupati del settore.
Sull’esistenza di una vera “emergenza salariale” cui il contratto ha provato a far fronte convengono sia lavoratori che cooperative. Ora però ciò che divide è la conseguenza che questo determinerà sulle imprese e sui servizi. “Quello che ci serviva era un sistema di regole più vicino ai nuovi bisogni”, spiega Massimo Giusti, responsabile delle relazioni sindacali di Confcooperative- Federsolidarietà, l’organizzazione di rappresentanza politico-sindacale cui aderisce circa la metà delle cooperative sociali. “Le nostre cooperative gestiscono da moltissimi anni gli asili nido, mentre il contratto nemmeno li prevede come ambito di applicazione. Le cooperative di tipo B hanno figure specifiche di tutor per l’inserimento lavorativo: sono operai specializzati, giardinieri, elettricisti, che affiancano e formano persone in difficoltà, ma il contratto non si occupa di valorizzare questa funzione particolare. O ancora, le famiglie sono alle prese con servizi a domanda individuale, magari svolti al loro domicilio e che si pagano direttamente -l’assistenza ad un anziano, una baby sitter per piccoli gruppi di famiglie- e questo tema non è risolvibile solo intervenendo sui redditi, ma anche sulle regole del mercato del lavoro”.
Il clima della trattativa è stato teso, tanto che si è arrivati anche a un inedito sciopero della categoria. Lo conferma Giovanni Pirulli -segretario nazionale Fisascat Cisl, una delle organizzazione sindacali firmatarie del contratto (è anche questo un dato significativo: i lavoratori della cooperazione sono rappresentati dai sindacati della funzione pubblica e dei servizi). “Da un lato, le cooperative -afferma Pirulli- si lamentano perché devono sostenere costi alti, dall’altro non si può mantenere il diritto a lavorare perché si ha il costo del lavoro più basso. Gli equilibri del welfare devono essere quindi garantiti attingendo alla fiscalità generale, non ai redditi dei lavoratori dei servizi”. Allo sforzo delle cooperative, infatti, non corrisponde un’analoga disponibilità dell’ente pubblico a rivedere i costi dei servizi.
gSe lo Stato ha poche risorse e le famiglie ancor meno -risponde Giusti- come può la cooperazione continuare a lavorare alle nuove condizioni contrattuali? Ci sono moltissimi enti che ancora assegnano la gestione dei servizi sociali col sistema del massimo ribasso che non premia la qualità, ma solo il risparmio”. Il dibattito è più che mai aperto, con posizioni che da un lato chiedono che gli enti locali tornino il più possibile a gestire in proprio i servizi e dall’altro cercano di vincolare le amministrazioni pubbliche ad un rigido rispetto dei minimi contrattuali.
Al confronto contrattuale tra datori di lavoro e dipendenti, manca però la voce più forte della cooperazione sociale: quella dei soci lavoratori, insieme datori di lavoro e dipendenti. Per loro la rappresentanza sindacale è stretta quanto quella datoriale, ma proprio per questo è per loro particolarmente chiaro che l’aumento di stipendio che “si sono concessi” è solo un cuscinetto per stare più comodi mentre segano il ramo su cui sono seduti. Lo afferma chiaramente Valeria Meroni, uno dei 150.000 soci lavoratori delle cooperative sociali. “Mi sento molto lontana dal dibattito contrattuale. Penso che oggi la cooperazione sociale debba investire su sé stessa. La cooperazione sociale può far collaborare in un unico progetto di impresa sociale soci utenti e soci lavoratori, capitali e solidarietà, interessi pubblici e privati. Essere soci è una scelta imprenditoriale di reciproco investimento tra cooperativa e lavoratore: in questo circolo virtuoso crescono le persone, le organizzazioni e la qualità dei servizi”. 

Diamo i numeri
Sono 7.363 le cooperative sociali iscritte agli albi provinciali e regionali. Il dato, l’ultimo disponibile, arriva dall’Istat e fa riferimento al 2005. I soci sono 262.389: 255.583 persone fisiche e 6.806 persone giuridiche. La base sociale si compone in prevalenza di soci lavoratori ordinari (57%), altri soci (13% cento), soci volontari (11%) e secondariamente di soci lavoratori svantaggiati (6%), soci utenti (5%), soci collaboratori (3,%). I lavoratori occupati sono in tutto 244.223, con una media di 33 lavoratori per cooperativa. Per il 71% sono donne. Rispetto alla tipologia di contratto: l’87% dei lavoratori sono dipendenti, il 13% collaboratori, l’1% interinali. Il 39% delle cooperative ha meno di 10 lavoratori. Circa il 15% è la quota di chi ne impiega 50 e più. Il “valore della produzione” delle cooperative sociali è pari a circa 6.381 milioni di euro, con un importo medio per cooperativa di 867mila euro. Il totale delle entrate delle cooperative arriva in misura prevalente da fonte pubblica (70%). Il resto è fonte privata (26%) e c’è una quota residuale di altri ricavi (4%)

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