Opinioni

D&G, quando l’evasione fiscale fa moda

Il procuratore generale di Milano ha chiesto di annullare la sentenza che ha condannato Dolce e Gabbana per evasione fiscale: i due farebbero grande il nostro Paese grazie a una società con sede in Lussemburgo. Se anche fosse vero, sulle etichette dovrebbero scrivere "tax free".
Il commento di Antonio Tricarico di Re:Common

Dolce e Gabbana, “tutto il giorno impegnati tra stoffe, modelli, modelle, ricevimenti”, sono “creativi” per lavoro. Con queste parole il procuratore generale della Corte di Appello di Milano non immagina i due stilisti a gestire schemi di “abbattimento fiscale”, e per questo all’inizio della settimana, a sorpresa, ha dichiarato ai giudici della Corte di Appello che la pubblica accusa chiederà di annullare la sentenza di primo grado. 
Sentenza che condannava il duo a un anno e 8 mesi per aver spostato la loro società Gado in Lussemburgo, operazione che a questo punto viene dichiarata “legittima”. 
 
Va ricordato che la questione dell’evasione fiscale nell’alta moda nostrana sembra la norma, visto che al principio del 2014 Prada ha patteggiato con l’Agenzia delle Entrate, fino a transare 420 milioni di Euro per riportare in Italia e regolarizzare la complessa rete di società che in Olanda e Lussemburgo costituivano la catena di controllo del gruppo.
 
Ebbene sì, l’accusa della Procura di Milano (le famose “toghe rosse”, nell’immaginario di molti politici e media nostrani) rinuncia a infierire su quelli – come Dolce e Gabbana – che in Italia “hanno pensato in grande come un grande gruppo in espansione nel mondo… e sono andati in Lussemburgo perché là c’è un regime fiscale capace di attrarre capitali e attirare investitori internazionali”. 
Ciliegina sulla torta, il procuratore generale milanese ha portato l’esempio della Fiat che, dopo la mega-fusione con Chrysler, ha deciso di registrarsi in Olanda e pagare le tasse a Londra. Insomma, un modello da seguire. Per la verità non per l’Agenzia delle Entrate, che ha preso le distanze da questo inaspettato dietrofront della Procura di Milano.
 
Potremmo chiosare che la stessa Procura ha scoperto l’acqua calda, visto che l’utilizzo da parte delle multinazionali italiani dei paradisi fiscali (come il Lussemburgo), anche dentro l’Ue e la stessa Eurozona, in via generale è legittimo. Ma è sorprendente che, in presenza di un’indagine dettagliata sul caso, la Procura si sia ricreduta in merito alle circostanze dell’operato dei due stilisti. Soprattutto perché si è addotta come motivazione che non erano a conoscenza del fatto di star compiendo un atto illecito – per cui in sede amministrativa i due stilisti hanno già versato 40 milioni allo Stato – in quanto troppo impegnati a far grande il made in Italy.
 
Se tutti i presunti grandi capitali d’industria – sempre coraggiosi e creativi, ovviamente – si  impegnassero solo a far grande l’Italia all’estero non pagando le tasse – appunto perché troppo impegnati –, cosa rimarrebbe da fare a chi le tasse le versa ogni giorno? Magari si deve solo convincere che nel suo lavoro è un nullafacente e non fa grande l’Italia, per questo paga.
Di fronte a una tale farsa, sarebbe il caso di tornare ai fondamentali della rivoluzione americana, al principio “no taxation without representation”, ma interpretato al contrario. Representation e uso della definizione di made in Italy solo se c’è taxation in Italia. Altrimenti, che sulle etichette tanto ambite di Dolce & Gabbana si scriva “made in Luxemburg”, o ancora meglio “tax free”. Peccato che nessuno dei vecchi e nuovi patrioti della politica italiana – sempre più numerosi – abbia il coraggio di alzare la voce contro i grandi marchi italiani. Anche loro forse troppo creativi e impegnati, per pagare le tasse in Italia?

* Re:Common, www.recommon.org

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