Destra e sinistra – Ae 70

In tempi di bricolage politico, le differenze continuano ad esistere: soprattutto attorno all’idea che le ineguaglianze sociali e le ingiustizie siano un dato immodificabile della storia Destra e Sinistra sembravano già parole consumate e obsolete per spiegare la complessità del…

Tratto da Altreconomia 70 — Marzo 2006

In tempi di bricolage politico, le differenze continuano ad esistere: soprattutto attorno all’idea che le ineguaglianze sociali e le ingiustizie siano un dato immodificabile della storia

Destra e Sinistra sembravano già parole consumate e obsolete per spiegare la complessità del mondo contemporaneo, quando nel 1994 il saggio “Destra e Sinistra” di Noberto Bobbio le ha rilanciate ed imposte al dibattito politico. Il merito del filosofo torinese è di avere dimostrato, con logica stringente, che la diade Destra e Sinistra sopravvive, al di là di tutto e tutti, ed è viva oggi più che mai.

Bobbio arriva alla conclusione che ciò che caratterizza la Sinistra è una tensione verso l’uguaglianza e ciò che caratterizza la Destra è una accettazione delle disuguaglianze sociali, percepite come un elemento naturale insito nella società.

Certo, Bobbio prende in considerazioni tutte le altre contrapposizioni possibili -tra moderati e estremisti, tra conservatori e modernizzatori, ecc.- ma alla fine trova che queste contraddizioni sono interne a ciascun schieramento.

Bobbio scriveva il suo libro pochi anni dopo il crollo del muro di Berlino mentre il mondo politico e culturale era in fibrillazione. Cadevano antiche certezze e nuove ideologie si affermavano. Il filosofo ha provato a indicare dei punti fermi, che potessero evitarci la trappola della “fine della storia”

e ha messo sotto i riflettori due questioni centrali per il futuro della relazione/distinzione Destra Sinistra e sopratutto per il futuro dell’umanità:

a) il principio di eguaglianza e solidarietà sociale (il filofoso torinese non ha dubbi sul fatto che le lotte per una maggiore giustizia sociale diventeranno sempre più importanti nel XXI  secolo);

b) e il problema del mercato, “dei suoi limiti, dei suoi vizi e delle sue virtù, dei suoi benefici e malefici, del suo passato, del suo presente e soprattutto del suo avvenire”.

Con questo libro edito da Altreconomia riprendiamo le considerazioni su ciò che caratterizza/distingue Destra e Sinistra rispetto al mutamento dei valori e degli ideali che li avevano caratterizzati nel passato, e lo facciamo tentando di trovare un equilibrio tra la teoria e le sperienze vissute, tra le grandi questioni emerse nell’ultima fase storica, ed il loro declinarsi nella vita quotidiana, spesso il solo luogo dove possiamo fare delle scelte che contano.

Due percorsi

Che cosa distingue Destra e Sinistra?

Quali valori, quali obiettivi politici, quale visione della storia, della società e dello spazio economico?

Il libro di Tonino Perna (di cui in queste pagine anticipiamo alcuni brani tratti dall’introduzione e dal secondo capitolo) prova a suggerire un doppio percorso: da una parte storico (come sono cambiati, e perché, i rispettivi ideali di riferimento) e dall’altro sistemico: come si pongono Destra e Sinistra di fronte al capitalismo globalizzato, ai suoi mutamenti (nella sua forma monopolistica il capitalismo produce una crescente socializzazione dei costi di produzione, mentre ne privatizza sempre più i benefici), alle sue linee di tendenza.

E alla fine, quale idea di uguaglianza, solidarietà, diritti e convivevenza civile deriva da tutto ciò.

Destra e Sinistra. Come siamo cambiati dopo Bobbio, di Tonino Perna,

Terre di mezzo editore, 10 euro.

Le idee che ci dividono

Dall’introduzione di “Destra e Sinistra”, di Tonino Perna:

C’era una volta una netta distinzione tra i militanti e gli elettori della Destra e della Sinistra. I primi si potevano facilmente identificare con i Conservatori, i secondi con i Progressisti. Essere Conservatori significava difendere lo status quo, l’ordine sociale e gerarchico esistente, credere

in determinati valori, prima di tutto Religione-Patria-Famiglia, e quindi battersi per la conservazione delle forme sociali, economiche e politiche ereditate, a partire dalla sacralità della proprietà privata.

Essere Progressisti significava volere il cambiamento dell’ordine sociale esistente, vale a dire: mettere in discussione i privilegi economici e sociali, le forme alienanti della religione, le superstizioni e le forme arcaiche delle culture locali, promuovere il progresso e la modernizzazione della società, della cultura, delle istituzioni.

La distinzione tra Destra e Sinistra passava attraverso una diversa visione del mondo, dell’evoluzione della società e dei suoi fini.

Nella visione della Sinistra la storia aveva iscritto nel suo codice genetico un fine positivo: la liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’umanità, grazie al progresso tecnologico, si sarebbe liberata dal fardello dei lavori pesanti, dalla schiavitù del lavoro legata al bisogno, così come si era liberata dal lavoro dei servi e degli schiavi che aveva segnato le società premoderne ed arcaiche.

Con un profondo cambiamento delle relazioni sociali ed istituzionali, e grazie ai progressi inarrestabili della scienza e della tecnologia, i bisogni sociali sarebbero stati soddisfatti erogando poche ore di lavoro al giorno. È questa la prospettiva utopica ed esaltante che ha segnato tanto

il movimento anarchico quanto quello socialcomunista, e che ha anche avuto il supporto scientifico di economisti di grande valore e prestigio come John Maynard Keynes.

Ciò che teneva in piedi questa visione del mondo e del suo futuro non era solo un afflato romantico, bensì la constatazione che dalla rivoluzione industriale in poi, in Europa, il movimento dei lavoratori aveva, sia pure a costo di dure lotte e grandi sacrifici, migliorato le proprie condizioni di vita e allargato la sfera dei diritti delle fasce più deboli della popolazione. Se nella prima metà dell’800 si lavoravano anche 16 ore al giorno, dopo il 1848 -prima in Inghilterra e poi nel resto d’Europa- le ore erano scese a 10, e nella metà del 900 ad 8, e negli anni ‘70 del secolo scorso non pochi erano i contratti nell’industria che ponevano il tetto delle 36 ore settimanali. Con le nuove tecnologie informatiche si apriva una ulteriore aspettativa di più consistenti riduzioni dell’orario di lavoro e di maggiore spazio ai tempi di vita e di autorealizzazione.

Questo scenario “progressista” in cui si combinavano e marciavano insieme le conquiste di nuovi diritti per i lavoratori, la crescita economica ed il progresso tecnologico, si è spezzato, sul piano culturale, alla fine degli anni ‘70.

Il primo esempio di spaccatura all’interno della sinistra europea rispetto al mutamento tecnologico sono state le centrali nucleari. Per la sinistra “storica” le centrali nucleari andavano costruite per rispondere ai bisogni di energia crescente, e grazie al progresso scientifico e tecnologico anche i possibili rischi sarebbero stati ridotti al minimo.

Per la sinistra “alternativa” che si andava costituendo alla fine degli anni ‘70 -ambientalisti, pacifisti, ecc.- le centrali nucleari non erano una necessità, ma solo il bisogno drogato di un modello di produzione energivoro che andava cambiato. In ogni caso, la produzione di energia dall’uranio non era sicura e faceva correre all’umanità il rischio di catastrofi inaudite, e le cosiddette garanzie offerte dalla scienza e dalla tecnologia non erano credibili.

Questo fu il primo caso rilevante di spaccatura tra “progressisti” e “conservatori” dentro la sinistra europea.

Ne seguirono altri, per esempio rispetto alla contrapposizione tra agricoltura industriale e biologica.

L’ingegneria genetica, in particolare le biotecnologie applicate all’agricoltura, hanno riprodotto più recentemente questa faglia profonda all’interno della sinistra. Il movimento dei “new global”, fin dal primo incontro a Porto Alegre ha ribadito la sua netta contrapposizione agli organismi geneticamente modificati e a tutte le tecniche di manipolazione del vivente. Questa battaglia si è incrociata con le lotte per la difesa della biodiversità e contro la brevettabilità della vita, dalle piante agli animali.

Una lotta politica che in tutti i continenti va ad intrecciarsi con quella per la difesa dell’ambiente, contro le grandi opere e i progetti di privatizzazione dei beni comuni, a partire dalla questione centrale e vitale dell’acqua.

Tutte queste lacerazioni hanno determinato un cambiamento epocale: la fine dell’equazione: Sinistra=Progresso= Modernizzazione.

 

Di contro la Destra che aveva resistito sempre all’allargamento dei diritti -tanto dei lavoratori quanto dei singoli cittadini-, che per quasi due secoli aveva giocato il ruolo di baluardo della Tradizione e dell’Ordine esistente, ha cominciato ad assumere un ruolo propositivo e dirompente rispetto alla società individuando nella “Libertà del Mercato” l’architrave su cui costruire tutte le altre libertà.

Partendo da questo presupposto ha accusato la Sinistra di essere una forza della conservazione, di voler difendere il parassitismo delle strutture pubbliche, la burocrazia opprimente, il fisco vampiro che divora la ricchezza reale del Paese, gli occupati a danno dei disoccupati.

Negli anni ‘80, intorno all’asse rappresentato dai governi Reagan-Tatcher, si è costruita una nuova ideologia della Destra che ha avuto il supporto di diversi economisti, storici, filosofi e politologi. Il crollo dei Paesi del socialismo reale ha dato una ulteriore spinta alla Nuova Destra che ha fatto proseliti in tutto il mondo. Presentandosi come una forza politica moderna e liberatrice, la Nuova Destra, abbracciando con entusiasmo le nuove tecnologie -dal nucleare all’agricoltura biotecnologica fino alle grandi opere di ingegneria-, esaltando le virtù del mercato globalizzato, del libero scambio esteso a tutti gli angoli della terra, ha capovolto il rapporto storico Progressisti/Conservatori, che la faceva identificare nell’immaginario collettivo come una forza di resistenza al cambiamento.

Ma a questa Destra mancava ancora un’anima, un’identità forte che non fosse solo quella del mercato globale.

Una ricerca difficile, anche se ineludibile in una fase di grande confusione, che sta portando la Destra a ridefinirsi come Neo Con, vale a dire come una forza nuova della Conservazione -dei valori tradizionali- che si scontra con una sinistra che quando tenta di diventare Neo-Pro(gressista), rischia di entrare in una nebulosa evanescente che vuole conciliare tutto, il diavolo e l’acqua santa -il mercato e la solidarietà, la guerra “umanitaria” e la democrazia, la corsa al massimo profitto con la difesa dei diritti dei lavoratori- e non riesce a trovare, non dico un’anima comune, ma le ragioni e le passioni che l’avevano alimentata in passato.

Una sinistra Neo-Pro che, secondo una felice immagine, “vive nell’economia del tavolo della cucina: lavoro, salari, educazione, salute e pensioni, quelle cose di cui i genitori parlano in cucina quando i bambini sono andati a dormire”.

 

Fino agli anni ‘80 quando incontravi una persona sul treno e ti mettevi a conversare scoprivi, dopo poco tempo, la sua appartenenza politica. Bastava incrociare alcune questioni -come il lavoro, la distribuzione della ricchezza, il potere, la guerra, e si svelava l’ideologia politica degli interlocutori. Oggi è più difficile, alcune volte impossibile. Esistono nuove divisioni di campo che stanno emergendo, ma anch’esse sono piene di contraddizioni…

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