Dentro i marchi – Ae 69

Chi compra biologico si fida di un’etichetta. Ma il sistema delle certificazioni non è semplice, a partire dal legame economico tra controllore e controllato, passando per analisi chimiche a campione e un meccanismo di deroghe da rivedere Comperare prodotti biologici…

Tratto da Altreconomia 69 — Febbraio 2006

Chi compra biologico si fida di un’etichetta. Ma il sistema delle certificazioni non è semplice, a partire dal legame economico tra controllore e controllato, passando per analisi chimiche a campione e un meccanismo di deroghe da rivedere

Comperare prodotti biologici costa: il consumatore finale paga infatti i più alti costi di produzione rispetto all’agricoltura tradizionale, le “inefficienze” della distribuzione, e anche i costi di certificazione.

Ma che garanzie abbiamo quando acquistiamo un prodotto così?

I prodotti biologici, per definirsi tali secondo la legge, devono riportare in etichetta una certificazione che attesti che sono stati ottenuti in modo conforme al regolamento Ce 2092/91, la legge che disciplina produzione, trasformazione, distribuzione dei prodotti bio in tutta Europa. Questa etichetta garantisce che i prodotti in questione siano stati ottenuti senza l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi, radiazioni ionizzanti, organismi geneticamente modificati (ogm), rispettando la stagionalità delle produzioni (frutta e verdura solo di stagione, secondo i tempi di maturazione), con metodi di allevamento non intensivi, utilizzando mangimi naturali, cure omeopatiche e fitoterapiche.

Il giro d’affari in Italia è alto -1,4 miliardi di euro-, pari all’1,5% dei consumi alimentari. I bio-consumatori sono tanti, anche se non tantissimi in confronto con altri Paesi; ma l’Italia è il primo Paese in Europa e il terzo al mondo per quanto riguarda la produzione di biologico, il che significa quindi che produciamo soprattutto per l’esportazione. Il mercato italiano del bio, nonostante la crisi del settore agroalimentare, tiene.

Chi acquista bio vuole un prodotto che, rispetto al tradizionale, sia più sicuro, di maggior qualità, e più rispettoso dell’ambiente. Queste caratteristiche sono garantite dai controlli degli organismi di certificazione: enti privati autorizzati dal ministero delle Politiche agricole e forestali, che devono dimostrare di essere totalmente slegati e indipendenti rispetto ai soggetti controllati. Sono 16 gli enti certificatori che operano in Italia, tra questi Icea, Suolo&Salute, Bioagricert, QC&I, Ecocert Italia, Imc, e altri ancora.

Nelle aziende agricole, ed anche in quelle di trasformazione e distribuzione, questi organismi svolgono controlli diversi: sui documenti, per verificare che le certificazioni siano tutte in regola, e “sul campo” con prelievi e analisi di prodotto. Se i controlli hanno esito positivo, autorizzano all’uso dei marchi “bio” e della dicitura: “prodotto da agricoltura biologica, controllato da…”. Tutto questo ha un costo: le aziende controllate pagano all’ente di certificazione una somma in relazione al tipo di produzione (gli ortaggi pagano più dei cereali) e all’estensione del terreno. Questo legame economico tra controllore e controllato è per alcuni discutibile.

“Ma per essere autorizzati dal ministero questi enti devono dimostrare di svolgere attività ‘terza’ rispetto a quella dei soggetti controllati” spiega Lino Nori, presidente di Federbio, la federazione degli organismi di controllo a cui aderiscono anche molti altri soggetti, dalle associazioni ambientaliste a quelle dei consumatori. D’altra parte per il momento non si è trovato un sistema migliore: l’autocertificazione (anche in una filiera corta) resta troppo labile e, come spiega Francesco Giardina, voce autorevole del settore bio in Italia, “è lo stesso meccanismo che si applica per qualsiasi forma di certificazione volontaria in tutto il mondo, da quelle per il riconoscimento del marchio Dop (per il prosciutto di Parma, come per il Parmigiano Reggiano), alle certificazioni di qualità di qualsiasi azienda”.

E chi controlla i controllori? Il ministero, innanzitutto, che verifica i requisiti. E poi ci sono le Regioni: “Fanno le ispezioni, che sono di due tipi diversi. C’è la vigilanza nelle sedi degli enti, per valutare che siano in regola i documenti -dice Gabriella De Filippo, responsabile del Dipartimento agricoltura biologica della Regione Lombardia- e poi c’è la visita nelle aziende, su un campione (circa il 5% annuo) tra quelle immesse nel sistema di certificazione, per verificare che i controlli siano stati realmente effettuati. Questi controlli sono delegati alle Province. In caso di irregolarità non sono previste sanzioni: però, per i casi più gravi, c’è la revoca da parte del ministero. È un problema, ma è in discussione una legge che riformerà completamente questo sistema in senso ancora più garantista, introducendo, tra le altre cose, sanzioni per gli organismi di controllo che fossero trovati per qualche ragione non conformi”.

“Mediamente un’azienda paga intorno ai 500 euro l’anno per essere certificata dal nostro organismo -spiega Francesco Ruzzi, responsabile Sistema di controllo Icea-. C’è una quota minima fissa di 400 euro per tutte le aziende (ma ci sono possibilità di sconto) ed una variabile in base all’estensione del terreno e al tipo di produzione. Così, certificare gli ortaggi costa di più rispetto ai cereali, perché la redditività è maggiore”.

“Coltivare bio costa di più, ma non è il costo della certificazione ad essere determinante” dice Antonio Corbari, titolare di un’azienda di Cernusco sul Naviglio che produce ortaggi biologici. A incidere di più sono altri passaggi: rispetto all’agricoltura tradizionale bisogna utilizzare prodotti come fertilizzanti e mangimi rigorosamente bio certificati. E poi, ci sono i costi di manodopera per le lavorazioni specifiche del terreno e, infine, bisogna tener conto che le rese dei terreni sono inferiori rispetto all’agricoltura tradizionale.

Diverso il discorso per i prodotti bio di origine animale: “L’allevamento biologico costa molto di più del convenzionale. Quel che pesa sono i costi di gestione, come i mangimi e le strutture, ma anche le spese di certificazione non sono certo poche: 3.000 euro per 100 ettari di foraggio, 30 bovini e 120 capre -dice Desiderio Carraro, che produce formaggi bio a Veddasca (Varese)-; gli organismi di controllo, comunque, non sono tutti uguali, e i ‘prezzi’ variano”.

Se si va a guardare come avvengono le ispezioni “sul campo”, emergono altre questioni importanti. C’è il problema del “preavviso”: gli organismi di controllo svolgono almeno una visita annuale obbligatoria alle aziende controllate, ma hanno, per esigenze di programmazione, l’obbligo di avvisare (da un mese a 10 giorni prima) quando questa avverrà. Per eliminare ogni dubbio sul fatto che siano praticati trattamenti non ammessi, ci sono le analisi chimiche di laboratorio sui prodotti prelevati, ma queste avvengono solo su una minoranza delle aziende controllate (circa 8.000, sul totale di circa 40.000 iscritte): “Le analisi di laboratorio sono costosissime. Aumentarle di numero significherebbe incidere sul costo finale dei prodotti. Comunque sono già tante se si pensa che la maggior parte delle aziende certificano prati e pascoli. Si sceglie di prelevare prodotti per le analisi nelle aziende considerate più ‘a rischio’: per il tipo di produzione, perché sono appena entrate nel sistema di controllo o perché hanno avuto irregolarità in passato. Bisogna tenere presente, però, che un prodotto è biologico se è biologico il metodo di produzione, cioè il procedimento con cui è stato ottenuto. Di fatto, lo è anche se contiene residui chimici nei prodotti. Certo, le analisi chimiche sono importanti (e i prodotti bio hanno senza dubbio meno residui dei tradizionali), ma non sono l’unico elemento”, spiega Nori.

E poi c’è il problema delle deroghe rispetto al regolamento comunitario, per cui, in certe situazioni sono ammesse pratiche diverse. Per Giardina: “Questo è vero in particolare per l’allevamento biologico. In certi casi è concesso allevare animali biologici e tradizionali in modo promiscuo, o usare parzialmente mangimi non bio. Queste deroghe, giustificate dalle difficoltà che incontra il settore dell’allevamento bio, sono un problema e vanno riviste. È ora di riformare il regolamento comunitario e la legge italiana in modo complessivo”.

Prati a norma di bio

Sicilia, Calabria ed Emilia Romagna sono le regioni con maggior presenza di aziende biologiche. Foraggi, prati, pascoli e cereali rappresentano il 70% della superficie coltivata ad agricoltura biologica in Italia (in tutto: 954 mila ettari).

Fonte: Sistema unico nazionale sull’agricoltura biologica, ministero delle Politiche agricole e Regioni

(dati dicembre 2004,
www.sinab.it)

Il logo comune

Il logo riprodotto qui sopra è il “Marchio europeo del biologico”, è comune a tutti i Paesi membri dell’Ue e identifica in modo chiaro ed inequivocabile i prodotti bio all’interno dell’Unione (regolamento Ce 331/2000). Può essere esibito solo sulle confezioni di prodotti biologici per almeno il 95% dei propri ingredienti. Tuttavia il suo utilizzo è facoltativo: la garanzia è costituita solo dalla dicitura nella denominazione di vendita.

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