Dall’idea al vestito – Ae 86

In città crescono le “sartorie creative”. Dietro la macchina per cucire giovani donne trentenni e autodidatte Cappelli che si muovono, si trasformano, cambiano aspetto. Li vedi nascere -palpati, e rivoltati e infine cuciti dalle mani giovani di Raffaella- e ti…

Tratto da Altreconomia 86 — Agosto 2007

In città crescono le “sartorie creative”. Dietro la macchina per cucire giovani donne trentenni e autodidatte


Cappelli che si muovono, si trasformano, cambiano aspetto. Li vedi nascere -palpati, e rivoltati e infine cuciti dalle mani giovani di Raffaella- e ti spiace non essere bambino per indossarli, e intuisci che sono una passione, un divertimento, un’invenzione; pezzi unici, nei colori e nelle stoffe se non nei modelli, così come tutti i vestiti che abitano in questo piccolo laboratorio con vista su strada in uno dei quartieri di Milano che un tempo era una casba e ora è, a tutti gli effetti, centro e cuore della città.

“Lamula” si chiama, ed è una “sartoria creativa”, nata come altre in questi anni a Milano, ma anche a Torino, Genova, Roma, minuscole imprese di giovani donne -quasi sempre meno di trent’anni- che, con il gusto e l’ambizione di una originalità da giocare, reinterpretano un mestiere antico. Facendo rifiorire un artigianato di qualità e di prossimità.

“Lamula” è nata nel settembre del 2005, da un’idea di Raffaella Spampanato e Cristina Piccinelli. Ora Cristina ha avuto il secondo figlio e Raffaella è rimasta sola sotto l’insegna di una macchina per cucire: forse troppo presto per guardare senza ansia al futuro; queste sono imprese che vivono meglio se possono contare su un sodalizio, un’amicizia, per spartire la fatica dell’inizio (soprattutto se si parte senza capitali) e difendere i sogni dalla durezza del mercato.

Comunque. Ci sono voluti circa 10 mila euro per ristrutturare e affittare i locali e altri 2/3 mila euro per comperare le stoffe e i materiali per la prima collezione (“Non abbiamo sprecato neppure un centimetro di stoffa”). Le due macchine per cucire (una delle due è una “taglia e cuci”) erano invece già di proprietà di Raffaella e Cristina. Una spesa in meno. Fatti un po’ di conti, nel primo anno di attività si è andati in pari con i costi vivi e con il piccolo utile le due socie si sono regalate un viaggio (di divertimento e di studio) a Barcellona.

Basta poco per cominciare. E rischiare. Racconta Raffaella: “Io avevo studiato scenografia a Brera, e avevo scelto poi di fare una tesi sul cappello, un po’ per divertimento, un po’ perché ero legata al teatro, facevo e faccio ancora la costumista. Cristina invece aveva un’esperienza più tecnica, e ha insegnato anche a me, anche se quando si lavora non c’è molto tempo per insegnare e imparare: s’impara facendo. E poi magari passavo la pausa pranzo a studiare sui libri”.

Autodidatti. La storia di Raffaella è simile a quella di altre esperienze di questo genere nate in Italia (vedi per esempio il box su Genova). In effetti, in un mondo sempre più tecnologico e specializzato, ci si stupisce che valga ancora l’antica legge di sempre: s’impara facendo.

Certo poi, bisogna avere la stoffa.

Nel novembre 2005 la presentazione della prima collezione: borsa, portafoglio, capo spalla, gonna, pantalone, maglia, vestito; il tutto in tre taglie, 40-42-44, tutti a tessuto diverso in maniera da realizzare praticamente dei pezzi unici.

Si parte una sera di novembre 2005 con una piccola festa e una scia di lumini che si estendono sulla strada fino a una trattoria vicina: la promozione e il marketing realizzati attraverso il passa parola e gli amici degli amici. In seguito, l’invito alle altre presentazioni e ai the delle 5, circolano sulla preziosa mailing list di clienti e amici che si incomincia a formare, e poi anche attraverso sms.

Piccoli trucchi del mestiere: se t’allarghi con tante persone, la gente si sente di partecipare quasi a una festa, sta insieme ma non guarda e non indossa; il the delle 5 invece è l’ideale per coltivare l’intimità e allora la gente prova e compera.

“Uno dei punti di forza -spiega Raffaella- è il rapporto personale, intimo che s’instaura con le clienti. Mantenere la qualità di queste relazioni, in un mondo del lavoro che le ha praticamente cancellate, è un aspetto molto importante”. “Anche se -aggiunge con un sospiro- si fatica”.

Quanti mestieri in uno in queste esperienze di “piccole economie”? La ricerca dei tessuti, lo studio e il disegno dei modelli, il taglio, la confezione, la vendita (“fai la commessa di te stessa”) e poi anche tutta la parte burocratica. Quando sei piccolo devi fare tutto da te.

Quasi come i cappelli e i vestiti che realizzi: devono saper reggere diverse necessità e stati d’animo, sapersi adattare. “Sì, sono strutture in movimento, fatte apposta per trasformarsi, sono un po’ come me, rispecchiano la mia identità”.

Pezzi unici dunque e poi capi realizzati su misura (e i costi sono del tutto abbordabili, vedi box a pagina 18), questa l’aspirazione di “Lamula” e delle altre piccole sartorie creative. Ma intanto che ci si fa conoscere, e si precisa il proprio stile e la propria identità (“semplice e un po’ retrò, dentro la ricerca di una femminilità e di una comodità metropolitana minimalista” quelli di Raffaella) si accetta di lavorare anche su esigenze di sartoria classica (non su propri modelli quindi). In alcuni mesi bisogna sbarcare il lunario e quindi si fanno anche i classici lavori di riparazione (orli, cerniere, stringi e allarga). Ma non solo: viste le richieste, Raffaella ha messo in piedi anche due piccoli corsi, uno serale e uno pomeridiano, di taglio e cucito: dal modello al capo realizzato. Sono arrivate donne dai 23 ai 50 anni, quasi tutte digiune di ago e filo.

Per sopravvivere nella “grande Milano della moda”, va bene anche questo.

E poi le corsiste sono tutte anche potenziali clienti. Creatività, nelle “piccole economie” significa anche flessibilità.



Vestirsi a Milano con pezzi unici


Una gonna, pezzo unico e su misura, 80 euro, un vestito in lana e cotone 110, in seta 120, una camicia 60 o 70 euro, un pantalone a 120/140. Ecco alcuni dei prezzi di “Lamula” (a Milano in via Alessi 2, tel. 393-12.58.143). Svoltato l’angolo ci sono le vetrine di Coin e Max Mara: vestiti in serie, già visti in migliaia di situazioni, e prezzi più alti. Le sartorie creative come “Lamula” possono trovare un loro spazio anche in città. Qui siamo a una ventina di minuti a piedi dal Duomo, in un quartiere che ha conservato una presenza di botteghe artigiane. Un patrimonio economico e di saperi che, in qualche modo, non dovrebbe andare perduto. Alcuni dei capi sono in vendita anche in altri negozi di Milano, ma se si è da soli è difficile disegnare i modelli e poi anche produrre a sufficienza per una distribuzione più ampia. Intanto, per suddividere le spese, da qualche mese “Lamula” ospita anche il tavolo di lavoro di un’altra creativa, Lucrezia Pizzetti (tel. 340-397.72.43).



Quelli che fanno strada, da Genova a Roma

Nato 10 anni fa a Genova, “Lo spaventapasseri” ne ha fatta di strada: ha già traslocato tre volte, dagli iniziali 20 metri quadrati agli attuali 50, con due vetrine davvero molto belle nel centro storico. Qui hanno casa e bottega Anna Cosulich e Sonia Cuppari, 32 anni, le due socie fondatrici di questa sartoria creativa, casa e bottega nel quartiere. I punti di forza anche qui la varietà dei modelli (nella foto a lato) e la ricerca dei tessuti e poi la produzione in pezzi unici o in serie limitate. Insomma: qualità e originalità. Anche Anna e Sonia hanno iniziato completamente da autodidatte. Oggi disegnano i modelli, li fanno realizzare da laboratori di Genova (e da un laboratorio a Novara) e da alcune stagioni hanno cominciato anche a vendere in altri negozi d’Italia (anche a Milano, Venezia e Roma). In negozio (via di San Donato 16/R tel. 010-24.68.252) si alternano due commesse. Anche il sito web merita una visita: www.lospaventapasseri.it

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