Opinioni

Crescere è un rischio

La crisi ha dimostrato che la classe dirigente maschile non ha saputo gestire il rischio. In campo educativo, però, l’egemonia femminile tende a espellerlo. Un contrasto da affrontare, senza pregiudizi _ _ _

Tratto da Altreconomia 148 — Aprile 2013

Dall’inizio della crisi finanziaria, in molti si sono chiesti se le cose sarebbero andate diversamente se nel settore finanziario non ci fosse stata una così alta concentrazione di uomini propensi a correre così tanti rischi. Persino la donna chiamata a dirigere il Fondo monetario internazionale ha chiesto pubblicamente di riflettere sul fatto che se al posto della Lehman Brothers, la banca che fallendo ha dato ufficialmente inizio alla crisi, ci fosse stata la Lehman Sisters forse le cose sarebbero andate diversamente.
Al centro di questa diatriba c’è il concetto di propensione al rischio; sono numerosi, infatti, gli studi che dimostrano che esiste una sistematica differenza in relazione alla percezione del rischio tra uomini e donne. I primi tendono prendere più rischi, le seconde a evitarli
In termini finanziari le donne tendono a prediligere gli investimenti sicuri, ma fanno lo stesso nella vita. “Non lo lascio scendere in cortile da solo, è troppo pericoloso”, “Non può ancora andare a scuola con gli amici, è troppo rischioso” queste frasi celano il desiderio di far crescere i figli in sicurezza, proteggendoli dai rischi.
Questo bisogno di proteggerli dal rischio si è accentuato negli ultimi trent’anni e coincide con il fenomeno della femminilizzazione dell’educazione. Tra gli studi più interessanti quello della Calouste Gulbenkian Foundation sull’Inghilterra si interroga sulla trasformazione sociale che ci porta a credere che crescere in un ambiente privo di rischi sia vantaggioso.

Il titolo del rapporto è No Fear, Growing up in a risk adverse society (Senza paura, crescere in una società avversa al rischio) e analizza gli effetti sui bambini del desiderio di rimuovere il rischio dalle loro esperienze, limitandone di fatto la libertà. Gli autori sottolineano che in Inghilterra nel 1971 andavano alle elementari da soli 8 bambini su 10, nel 1990 solo uno su dieci. Nello stesso periodo l’età alla quale ci si poteva recare da solo a fare commissioni o dagli amici è passata da sette a dieci. I dati di altri paesi come la Germania e la Danimarca sembrano confermare queste tendenze.

Negli ultimi quarant’anni si è assistito ad una trasformazione del corpo insegnanti, che ha portato le donne a essere l’85% nelle scuole primarie dei paesi industrializzati e il 61% nelle scuole secondarie. In Italia sono donne il 77% degli insegnanti, con variazioni che vanno dal 99,6% nelle scuole dell’infanzia, al 61% delle superiori e sono ancora quasi esclusivamente le donne che si occupano della educazione a casa dei bambini.
E vista la robusta evidenza che dimostra che le donne sono meno propense al rischio, è lecito chiedersi se l’incremento della presenza delle donne nei settori educativi formali ed informali non stia causando un incremento sociale della avversione al rischio. E da un punto di vista economico è lecito chiedersi quale effetto questo possa avere sulle nostre economie, in quanto la percezione del rischio è centrale per la crescita ed il dinamismo economico.

Nell’imprenditorialità in particolare, in quanto la tolleranza al rischio induce attività imprenditoriali, e funge da meccanismo di trasmissione per la crescita economica. Un articolo del novembre 2012, Risk Attidutes, Development and growth, che analizza l’evidenza empirica in 30 Paesi,  afferma che la prevalenza di tolleranza al rischio in una società può addirittura predire la crescita economica. Si evidenzia inoltre come anche se le società più ricche divengano lentamente meno propense al rischio, all’interno dei paesi gli individui più propensi al rischio siano mediamente più ricchi.

Se nel settore finanziario gli uomini hanno sistematicamente sottovalutato il rischio, è possibile che i nostri figli stiano crescendo in un mondo dove il sistema educativo sopravvaluta sistematicamente il rischio? 
Ecco perché bisogna pretendere più coinvolgimento degli uomini nell’educazione dei figli, visto che non stiamo parlando solo di conciliazione, ma di dinamismo economico del nostro Paese. —
 

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