Corruzione in pillole – Ae 69

Ogni anno nel mondo si spendono tremila miliardi di dollari in servizi sanitari. Per accaparrarsene una fetta, multinazionali e affaristi non esitano a ricorrere a mazzette ed estorsioni. Ne facciamo tutti le spese, nel Nord come nel Sud del globo…

Tratto da Altreconomia 69 — Febbraio 2006

Ogni anno nel mondo si spendono tremila miliardi di dollari in servizi sanitari. Per accaparrarsene
una fetta, multinazionali e affaristi non esitano a ricorrere a mazzette ed estorsioni. Ne facciamo tutti le spese, nel Nord come nel Sud del globo

La sanità per Eliseo Vergas è una gallina dalle uova d’oro. Come capo della Caja Costarricense de Seguro Social (Ccss, l’istituzione da cui dipendono il sistema sanitario e quello previdenziale pubblici del Costa Rica), è un pezzo grosso dell’establishment e fa una vita da nababbo: abita in una casa da 750 mila dollari per cui non ha sborsato un centesimo e, con alcuni manager della Ccss e altri politici del Paese, è il beneficiario di generose “commissioni” versate su conti a Panama, alle Bahamas, negli Stati Uniti e in Costa Rica.

Ma un’inchiesta del quotidiano locale La Nación manda in frantumi il suo mondo dorato: i giornalisti scoperchiano un diffuso sistema di corruzione all’interno della Caja, grazie al quale, tra l’altro, Vergas e i suoi avevano intascato una mazzetta da 8,8 milioni di dollari per aver assicurato ad una precisa azienda un contratto da 40 milioni di dollari per la fornitura di macchinari che, in teoria, avrebbero dovuto “ammodernare gli ospedali”, ma che in realtà non erano necessari.

Un caso clamoroso che, si è scoperto in seguito, era soltanto la punta di un iceberg.

Eliseo Vergas e i suoi sono soltanto uno dei volti di una sanità malata.

Un settore dove la corruzione vera e propria si frantuma in mille rivoli, assumendo di volta in volta l’aspetto di appalti pilotati per la fornitura di beni e servizi, pagamenti informali per prestazioni che in realtà dovrebbero essere gratuite, vendita di medicinali contraffatti, pressione delle corporation farmaceutiche su ricercatori e medici.

Pratiche contro cui punta il dito l’organizzazione Transparency International nel suo Global Corruption Report 2006 appena pubblicato. Un settore, quello sanitario, dove la corruzione è particolarmente odiosa perché può significare “la differenza tra la vita e la morte per chi ha bisogno di cure urgenti”, come sottolinea David Nussbaum, direttore di Transparency.

Una situazione che interessa sia il Nord che il Sud del mondo e, con forme e modalità differenti, i sistemi sanitari pubblici come quelli privati. “Il settore è un bersaglio allettante -conferma Transparency- per le grandi somme di denaro implicate”. Ogni anno nel mondo si spendono oltre tremila miliardi di dollari in servizi sanitari (di questi, circa un terzo nei Paesi europei dell’Ocse e 1.600 miliardi di dollari negli Stati Uniti), e in gran parte si tratta di denaro pubblico. Come miele per le mosche.

La corruzione è una corrente sotterranea impossibile da quantificare (“le mazzette non vengono registrate pubblicamente”) di cui, alla fine, fanno le spese i pazienti, soprattutto nei Paesi più poveri. Per comprendere conseguenze e danni che questa corrente di denari si trascina dietro, può essere d’aiuto l’esempio della Cambogia, che registra una delle situazioni sanitarie peggiori di tutta l’Asia, con una mortalità infantile del 4,37 per mille e 60 mila bambini che ogni anno muoiono per malnutrizione e malattie che potrebbero essere prevenute e curate (tra le principali, la tubercolosi -i cui casi noti tra il 1999 e il 2004 sono aumentati da 61 mila a 108 mila- e la malaria). Niente di nuovo, si potrebbe obiettare, per un Paese povero. Non fosse che, negli ultimi anni, la Cambogia ha ricevuto cifre consistenti in aiuti internazionali proprio per “ricostruire il sistema sanitario deliberatamente decimato sotto il regime degli Khmer Rossi tra il 1975 e il 1978”, come sottolinea Lisa Prevenslik-Takeda del dipartimento Asia-Pacifico di Transparency International. Nel 2002, il Paese ha ottenuto 490 milioni di dollari di aiuti allo sviluppo. Eppure, dice Prevenslik-Takeda, a causa della corruzione “gli investimenti pubblici nella sanità, associati a elevati livelli di spesa privata, non si sono tradotti in buoni risultati”. A confermarlo sono gli stessi operatori sanitari intervistati dall’organizzazione internazionale: “È risaputo che il 5-10% del bilancio sanitario scompare prima che il ministero delle Finanze lo trasferisca al ministero della Sanità”. E questo è soltanto l’inizio della dispersione dei fondi.

Quello dei pagamenti informali è un buon esempio di come la corruzione possa danneggiare direttamente i pazienti. Anche se in questo caso, forse, il termine più adatto sarebbe quello di estorsione, dal momento che la “mazzetta” viene chiesta ai singoli per poter accedere a servizi cui avrebbero diritto gratuitamente. Situazione diffusa, tra l’altro, nei Paesi dell’Europa dell’Est, con casi limite come quello dell’Azerbaijan, dove l’84% della spesa sanitaria è costituita da pagamenti informali, o della Georgia, dove la cifra si aggira intorno al 70-80%.

Ma si potrebbe continuare, citando il 56% della Federazione russa o il 30% della Polonia.

Chi necessita di cure deve poi scontrarsi più spesso di quanto non si creda con la questione dei farmaci contraffatti, che gli vengono propinati a sua insaputa al medesimo prezzo degli originali o spacciati come equivalenti ai farmaci “doc”, anche se molto più economici. Un mercato fiorente è quello nigeriano, dove le medicine falsificate vengono fatte entrare sotto mentite spoglie, com’è accaduto con un carico di Napfen (un’antinfiammatorio), arrivato al porto di Apapa, il principale del Paese, come container di motociclette.

Ma non crediate che, anche in questo caso, si tratti di un’abitudine diffusa soltanto nei Paesi più poveri. Al contrario: il problema dei farmaci contraffatti riguarda tutto il mondo, con profitti stimati in 30 miliardi di dollari ogni anno.

E il legame tra farmaci e corruzione coinvolge le stesse aziende farmaceutiche che operano a diversi livelli: dalle pressioni a livello ministeriale perché determinati tipi di farmaci vengano adottati da parte dei sistemi sanitari pubblici, fino alla “promozione” (che spesso diventa vera e propria corruzione) di medici e ricercatori. Jerome P. Kassirer, docente universitario americano ed ex direttore del New England Journal of Medicine, calcola che negli Stati Uniti l’industria delle apparecchiature mediche e quella biotecnologica spendano ogni anno 16 miliardi di dollari per “marketing ai medici”. Di questi, dice Kassirer, “oltre 2 miliardi di dollari vengono spesi soltanto per pranzi, meeting ed eventi”, mentre vengono corrisposti onorari tra i 1.000 e i 5.000 dollari per ingaggiare i medici come relatori per i convegni o come consulenti, mentre gli stessi medici vengono “bombardati” dai colossi del farmaco “con pubblicità sui giornali, e con quasi 90 mila amichevoli rappresentanti farmaceutici”.

Al di là di singole iniziative nazionali, una soluzione globale alla corruzione (nel settore sanitario e non) è di là da venire, basti pensare che la “Convenzione contro la corruzione” adottata dall’assemblea generale dell’Onu nel 2003 ed entrata in vigore lo scorso dicembre, è stata ratificata da meno di un terzo dei 140 Paesi che l’anno sottoscritta. Anche l’Italia, per il momento, è fuori dai giochi: tra tutti i “grandi” del G8, soltanto la Francia ha ratificato la Convenzione.

Questione di transparency

Contro la corruzione, da Berlino al mondo: Transparency International è un’organizzazione non governativa nata nel 1983, che oggi ha “affiliati” in 85 Paesi. Tra i suoi obiettivi: fare informazione e organizzare azioni di lobby contro la corruzione (uno dei principali frutti di questo lavoro è il Global Corruption Report: quest’anno dedicato al settore sanitario, mentre nel 2007 il focus sarà su “corruzione e sistema della giustizia”). L’organizzazione si sostiene grazie

a donazioni, che nel 2004 ammontavano a 6,5 milioni di euro. I denari arrivano in gran parte da istituzioni governative (per 4,7 milioni di euro), ma anche da fondazioni (come la Ford Foundation)

e privati (tra questi Exxon, General Electric, Merck, Shell International).
www.transparency.org

Un carrello pieno di farmaci

Tre melanzane, un etto di prosciutto e due scatole di aspirine. Tutto dentro lo stesso carrello. Va in questa direzione la nuova campagna di Coop per la vendita anche nei supermercati dei “farmaci da banco” (oltre all’aspirina anche Cebion, Antoral, Maalox, solo per citare i nomi più noti), per cui è stata lanciata una raccolta di firme -ne servono almeno 50 mila- per la presentazione di una proposta ad hoc.

La liberalizzazione dei farmaci da banco (non rimborsati dal Sistema sanitario, si possono comprare senza prescrizione medica) permetterebbe di spezzare il monopolio delle 17 mila farmacie italiane, come accade già in alcuni Paesi europei, con un abbassamento dei prezzi -secondo le stime di Coop- tra il 25 e il 50%.

In questa direzione spinge anche l’Antitrust.

Quello dei farmaci però è un settore molto delicato, dove un aumento dei consumi (che alcuni vedono legato a questa proposta) potrebbe avere effetti disastrosi. Insomma, va bene -come recita lo slogan della campagna- che “un farmaco deve essere un farmaco. Non un lusso”,  ma è anche vero che non può trasformarsi in una “merce” come le altre. “Ma i farmaci non sarebbero venduti insieme alla maionese”, rassicura Paolo Cattabiani, vicepresidente dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori-Coop: la proposta di legge, oltre al divieto di promozioni tipo “3 per 2”, prevede l’istituzione di appositi “corner” nei supermercati affidati a farmacisti. La spesa per i farmaci in Italia è di 19 miliardi di euro l’anno, quelli da banco sono una torta da oltre 2 miliardi di euro: mercato ghiotto anche per la grande distribuzione.

E Coop non esclude di lanciare, in futuro, farmaci “a marchio”.

La doppia vita della ricerca

Immolati sull’altare del “dio denaro” per la fame insaziabile di beni sempre più inutili. Le prime vittime sono stati i lavoratori dell’industria, “sacrificati in nome dell’espansione dei consumi”, esposti a cancerogeni come l’amianto, il nichel, il cloruro di vinile utilizzati nei cicli produttivi. Sostanze di cui per anni si è finto di ignorare la pericolosità: “Usando tutti i possibili metodi di distrazione e di occultamento dei fatti” da parte delle aziende che li producevano (o li producono).

E, quel che è peggio, “con l’aiuto di una coorte di scienziati in parte prezzolati, ma in parte solo ottusamente consenzienti…”. L’accusa -dura e diretta, attualissima- è firmata da Renzo Tomatis, oncologo di fama internazionale che alla ricerca sui cancerogeni chimici e alla prevenzione primaria (quella che sottolinea l’importanza di eliminare le cause a monte dei tumori e non soltanto di curarne gli effetti) ha dedicato la vita.

E, adesso, un libro: Il fuoriuscito (Sironi editore) è il terzo romanzo della produzione letteraria di Tomatis ed è il racconto in presa diretta di un mondo, quello della ricerca, troppo spesso “colluso” con grandi aziende farmaceutiche, chimiche o agroalimentari: “Non so se si possa parlare di corruzione, non sempre -dice Tomatis ad Altreconomia-, ma di un diffuso lassismo morale, sì”.

Il fuoriuscito è la storia di un giovane medico costretto ad abbandonare l’Italia per gli Stati Uniti, dove inizierà la sua carriera come ricercatore, per proseguire in un prestigioso centro di ricerca in Francia. Ma il libro è anche la testimonianza di una continua ricerca di “giustizia” nel proprio mestiere, anche se questo significa pestare i piedi a potenti multinazionali. In controluce non è difficile riconoscere la storia dello stesso Tomatis che, laureatosi a Torino nel 1953, dopo un’esperienza come medico di un sanatorio e come assistente universitario, accetta l’offerta della Chicago Medical School, dove lavora per otto anni alla divisione di Oncologia nel team di Phillippe Shubik, per poi traferirsi all’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione, una struttura dell’Organizzazione mondiale della sanità che nel tempo arriverà a dirigere. Il romanzo è quindi in primo luogo il racconto di una fuga obbligata: “Non avevo nessuna voglia di andare in America -confessa Tomatis- ma in Italia non c’erano possibilità di fare ricerca e le porte dell’università erano sbarrate da un sistema ‘baronale’ di assegnazione delle cattedre”.

Da lì in poi continua a indagare sui prodotti chimici sospettati di provocare tumori, come il Ddt. È così che scopre, tra l’altro, che ricerche di questo tipo danno fastidio a chi produce quelle sostanze, e che troppo spesso gli stessi ricercatori hanno una “doppia vita”. Una situazione che nel romanzo viene riassunta dalla figura di Spencer, che dirige il laboratorio di Chicago e, allo stesso tempo, accetta consulenze presso alcune industrie di cosmetici e dell’agribusiness. Per personaggi chiave come Tomatis, le offerte delle corporation sono all’ordine del giorno:

“A Lione ero responsabile di un programma di valutazione dei rischi da cancerogeni chimici, quindi c’era chi tentava in tutti i modi di convincermi a cambiare strada”.

Tra i tentativi, uno in particolare, che Tomatis definisce “bizzarro”: “Mi avevano offerto un conto in Svizzera, del quale però avrei conosciuto il numero soltanto dopo essere andato in pensione: così non avrei dovuto mentire nel caso fossi stato interrogato in proposito”.

Ma certe industrie utilizzano anche altri metodi per minimizzare o nascondere l’evidenza di rischi legati a sostanze da loro prodotte.

Per esempio, conferma Tomatis, “molto spesso sono le stesse corporation a commissionare ricerche e a sovvenzionare ricercatori”, pubblicando soltanto i risultati non compromettenti.

Tomatis non ha mai ceduto alle lusinghe: “Non ho un gran merito in questo -dice-, è semplicemente contrario alla mia natura”.

Memorie di un fuoriuscito

“Sa qual è la mia più grande soddisfazione? Nella mia vita per fare carriera non mi ha mai aiutato nessuno”. Una vita che ha portato Lorenzo (Renzo) Tomatis, classe 1921, da Torino (dove si laurea in Medicina nel 1953) negli States come ricercatore alla Chicago Medical School. Nel 1967, rispondendo a un annuncio su una rivista di settore, viene assunto alla neonata Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione, dove resterà fino al 1993, ricoprendo anche la carica di direttore per gli ultimi dodici anni. Dopo quest’esperienza ha lavorato come direttore scientifico all’Istituto per la salute materna e infantile “Burlo Garofolo” di Trieste. Oggi è presidente dell’International Scientific Committee della Società internazionale dei medici per l’ambiente.

Il fuoriuscito (Sironi editore, 208 pagine, 13,50 euro) è il suo terzo romanzo.

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