Opinioni

Contro ogni bomba sugli ospedali

In Siria il 28 aprile un bombardamento aereo ha colpito l’ospedale di Medici senza Frontiere di Aleppo. Le vittime sarebbero almeno venti, tra cui un medico e tre bambini. "Chi porta assistenza sanitaria e chirurgica in zone di guerra è diventato un target militare: non è accettabile", scriveva a marzo Luigi Montagnini, medico anestesista che da diversi anni collabora con MSF

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016

Una mattina, appena alzato, scopro che l’ospedale in cui avevo lavorato è stato distrutto. Un nodo al cuore. Avverto forte il bisogno di abbracciare le persone che insieme a me hanno avviato quel progetto e che ora stanno provando il mio stesso nodo al cuore. 
Vorrei inginocchiarmi lungo il corridoio che migliaia di barelle hanno attraversato per portare un ferito in sala operatoria e per riconsegnarlo al reparto di degenza o, talvolta, quando non siamo riusciti a salvargli la vita, alle lacrime della sua famiglia. 30mila barelle almeno, dall’agosto del 2011, quando l’ospedale è stato aperto, alle 2 di notte del 3 ottobre 2015, quando è stato bombardato. 15mila interventi chirurgici custoditi dalla stessa sala operatoria in cui ero accorso, appena atterrato, per operare una bimba di 3 anni con un braccio strappato da una bomba. Sala operatoria che ora è sventrata, senza più un soffitto e sul cui pavimento, insieme ai detriti, è rimasto il sangue di colleghi medici e infermieri.

Nord-est dell’Afghanistan. Dai le spalle alle pendici dell’Hindu Kush e vai in su, verso il confine con il Tagikistan. Lì c’è Kunduz. Centomila abitanti circa, che a guardarli si fatica a capire di che cosa vivano e a quale etnia appartengano. Da secoli snodo commerciale e avamposto militare, ora terreno di scontro tra talebani e forze governative afgane.
Nel 2011, Medici Senza Frontiere ha aperto a Kunduz un Centro traumatologico, l’unico nella regione, adottando le stesse regole di sempre: cure di qualità, gratuite e per tutti, che si tratti di civili (la maggioranza come in ogni maledetta guerra) o di militari, senza distinzione di schieramento; non ammettere armi all’interno del recinto ospedaliero; comunicare a tutte le parti coinvolte chi siamo, che cosa facciamo e dove siamo. Erano state fornite nuovamente le coordinate GPS dell’edificio principale pochi giorni prima del bombardamento: gli scontri militari erano aumentati di intensità nelle ultime settimane di settembre, e si voleva essere sicuri che non ci fossero incidenti. Non ci sono stati incidenti, infatti, ma un attacco consapevole: il nostro ospedale è stato colpito ininterrottamente per più di un’ora e la violenza si è concentrata con precisione sul fabbricato segnalato con le coordinate GPS, all’interno del quale vi era la sala operatoria. Qualcosa sta cambiando nelle dinamiche della guerra: bombardare gli ospedali in piena attività è diventata una tragica moda che imperversa dallo Yemen alla Siria. Si calpestano i principi fondamentali del diritto internazionale, trasformando gli ospedali in obiettivi strategici per piegare una popolazione, i pazienti ricoverati in criminali da sopprimere e gli operatori sanitari in colpevoli da punire.

L’attacco all’ospedale di Kunduz costituisce però un precedente orrendo per le sue proporzioni: siamo stati bombardati dalle forze aeree degli Stati Uniti, che hanno ucciso 42 persone tra staff e pazienti. I comandi militari coinvolti hanno parlato prima di errore, poi di azione mirata a colpire militari armati dentro l’ospedale, poi di nuovo di errore. Serve un’indagine seria e indipendente per accertare responsabilità e motivi. È la cima di una montagna, è un fondale marino, è una chiesa, la sala operatoria. Un santuario che non tollera mancanze di rispetto. Lo è per me che vi lavoro: lo devo alle donne e agli uomini che giacciono nudi e inermi e che affidano a me la loro vita. Deve esserlo per chiunque: non si può accettare che un ospedale in esercizio diventi un obiettivo militare, ovunque si trovi.


* Luigi Montagnini è un medico anestesista rianimatore. Dopo aver vissuto a Parigi e Londra, oggi è a Genova, dove lavoro presso l’Istituto Gaslini. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere


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