Con il treno in testa – Ae 67

Quindici lunghissimi anni. In val di Susa l’opposizione all’alta velocità comincia all’inizio degli Anni Novanta. E stratifica conoscenze, analisi, riflessioni. Tanto che oggi si ritrovano uniti sindaci, ambientalisti, famiglie, studenti, parroci, operai, pensionati… Tutte le storie hanno un inizio. E…

Tratto da Altreconomia 67 — Dicembre 2005

Quindici lunghissimi anni. In val di Susa l’opposizione all’alta velocità comincia all’inizio degli Anni Novanta. E stratifica conoscenze, analisi, riflessioni. Tanto che oggi si ritrovano uniti sindaci, ambientalisti, famiglie, studenti, parroci, operai, pensionati…

Tutte le storie hanno un inizio. E si potrebbe cominciare a raccontare questa storia ricordando per esempio che questa valle alpina, transfrontaliera, è abitata da sessantamila persone che vivono nella parte bassa, guardate a vista dalla Sacra di San Michele (attuale simbolo del Piemonte), e da dodicimila che vivono nella parte alta, Bardonecchia, Sestriere (le valli dei prossimi giochi olimpici).

In totale 37 paesi che percorrono la vallata, che si inerpicano sui fianchi delle montagne, un centinaio di chilometri percorsi da storie, uomini e donne che hanno alternato il lavoro della fabbrica a quello dei campi, piccole attività artigianali o pendolarismo. Storie, costumi, tradizioni, il tutto affiancato dalla Storia, quella in maiuscolo, perché la valle di Susa non è mai stata un semplice corridoio di passaggio.

Sulla questione “alta velocità”, per dare il senso del tempo, basterebbe pensare che i ragazzi oggi impegnati sul fronte No Tav, all’inizio di questa vicenda avevano quattro o cinque anni.

Siamo negli Anni Novanta quando in valle nascono i primi comitati di opposizione all’opera.

Da subito ci si rende conto che il tema è importante, che bisogna attrezzarsi per togliere ai gruppi economici e politici che sostengono la realizzazione delle grandi opere,

l’esclusiva di un linguaggio tecnico-scientifico. E offrire a chiunque sia interessato ad intervenire su questi problemi un sostegno di documentazione e di consulenza.

Alcuni esperti del Politecnico mettono a disposizione gratuitamente (e lo faranno per quindici lunghissimi anni) il loro sapere.

C’è voluto tempo prima che il progetto “alta velocità”, venisse guardato con sospetto dai valsusini.

La parola treno ha un che di famigliare, di positivo, di socialmente utile. I paesi della valle sono legati l’uno all’altro dal lungo nastro dei binari. I pendolari, per raggiungere il posto di lavoro prendono il treno tutta una vita.

Il primo progetto Tav attraversava la valle in superficie.

Il 12 dicembre 1992 al cinema di Condove viene fatto ascoltare, con una elaborazione del Politecnico di Torino, il rumore di un Tgv che passa in una valle alpina a 300 chilometri all’ora.

Le assemblee pubbliche dei “comitati” diventano ben presto delle “scuole serali” dove si impara che cos’è il rumore aerodinamico, quello meccanico dovuto allo sferragliamento, si calcolano costi benefici, tabelle, inquinamento… Scuole “alternative” organizzate dalle associazioni, o dai sindaci. Chi vuole informarsi può farlo. Lezioni di docenti competenti, muniti di lavagne luminose, dati, e buona capacità di sintesi: attenzione, quest’opera è una fregatura, comporta scelte economiche avventate e mette in discussione l’equilibrio ambientale e lo sviluppo economico e culturale della valle.

Il 9 marzo del 1993 il Comune di Condove delibera contro l’opera. Da lì in avanti a cascata, un Comune dopo l’altro prenderà posizione. Il 21 aprile 1993 i sindaci della valle e due presidenti delle Comunità montane vengono ricevuti in Regione, a sette anni di distanza dal primo articolo apparso sui giornali. A giugno 2003 la Comunità montana Bassa Valle esprime i quattro no che per molto tempo rimangono punti fondamentali:

No, perché la valle di Susa non è più in grado di sopportare altre infrastrutture.

No, perché la qualità dell’ambiente è un diritto fondamentale della comunità locale e va considerata nell’ambito dei beni costituzionalmente protetti.

No, perché le scelte in campo economico, politico ed amministrativo vengono assunte in palese contrasto con

l’elementare diritto dei cittadini di avvalersi del bene natura quale elemento prioritario della vita di ognuno.

No, perché è demagogico affermare che il problema occupazione si risolva in valle, con la costruzione della linea ad alta velocità.

Va ricordato che la valle è già attraversata da due statali, un’autostrada, una ferrovia, un fiume, due elettrodotti. Alla fine diverrebbe una sorta di corridoio di ferro, cemento e tralicci. Vocazione al transito sì, ma non al martirio.

1995: diventa finalmente pubblico il progetto voluto dalla Regione. Un lungo lenzuolo con i disegni tecnici per mesi viene portato in giro, srotolato in tutti i luoghi di festa e nei ritrovi. La gente si accalca per vederlo, fa ressa, lo sommerge, cerca riferimenti, vuole capire, riconosce le case, i paesi…

Sabato 2 marzo 1996. È la prima grande manifestazione in valle. Firme raccolte, musica, volantinaggio. E ci siamo: più di quattromila persone in piazza. Trattori dei coltivatori diretti, i ragazzi scout, e gli habitué della discoteca, gli anziani che ricordano la montagna quando era abitata e scendevano a valle per andare a lavorare nei cotonifici di Felice Riva. È l’orgoglio valsusino quello che sfila.

Venerdì 7 luglio 1995, viene dichiarata ufficialmente finita l’autostrada. Sono passati vent’anni: 72 chilometri e 2.200 miliardi di lire. Nessuna festa, nessuna inaugurazione ufficiale. Il 30 per cento delle merci che valicano le Alpi passa dalla valle di Susa.

20 dicembre 1995, l’anno si chiude con la delibera 542. La Comunità montana costituisce un Comitato di coordinamento fra tutti: consiglieri regionali e provinciali eletti in valle, l’invito è esteso ai sindaci e loro delegati, ai tecnici, agli ambientalisti, alla Coldiretti, agli organismi dei sindacati, all’Azienda regionale sanitaria, alle associazioni operanti in valle, agli esperti.

Da questo momento si lavora insieme per costruire un patrimonio comune.

In valle si intensificano le assemblee. Ogni occasione è buona per parlare di No Tav. Ormai è diventato un modo di concepire la vita.

In occasione dell’ennesimo vertice italo-francese il 29 gennaio 2001 arriva il momento di una grande mobilitazione a Torino. Sfilano quattromila persone, con i celerini pronti a neutralizzarli. Vengono dalla valle di Susa, hanno preso permessi dal lavoro, utilizzato ferie, si sono messi in sciopero. Hanno organizzato il pranzo, l’uscita da scuola dei bambini. Sono venuti in treno, sono saliti a tutte le stazioni, sono venuti in auto. Sono venuti in pullman.

Hanno messo le fasce tricolori i sindaci, hanno srotolato le bandiere i circoli,

le associazioni, le Pro loco, i partigiani, le bande musicali hanno alzato i gagliardetti.

Torino divisa in due, da una parte i valsusini, dall’altra la città dove si continua la vita di sempre, la città ignara di aver perso, quel giorno, un’occasione per capire.

Il 2001 porta in regalo dal Governo un decreto legge sulle infrastrutture: si chiama “legge obiettivo”, scavalca gli enti locali, dà il via libera alle opere.

Finalmente, qualche progetto comincia ad uscire dai blindatissimi cassetti.

Iniziano anche gli incontri con la Regione, in quelli che vengono chiamati

“ i giovedì del ferroviere”. Per un anno, quasi tutte le settimane, i sindaci incontreranno l’assessore ai trasporti e i tecnici per visionare l’ipotesi di tracciato. Una ventina gli incontri, con impegni e contributi significativi.

Scarso o nullo il coinvolgimento di Rfi e Ltf, le due società -italiana e francese-,  responsabili degli studi e dei lavori preliminari della nuova linea ferroviaria, che non hanno mai portato elementi tecnici significativi. Salvo poi, qualche giorno dopo l’ultimo incontro, pubblicare l’avviso che era stato depositato il progetto preliminare delle due tratte.

L’anno è segnato anche da un altro importante evento. A fianco dei valsusini entrano in gioco i Comuni della gronda ovest: Pianezza, Collegno, Venaria, Alpigano. I numeri degli oppositori all’opera improvvisamente crescono.

Sabato 8 giugno 2001 una grande manifestazione a Pianezza sancisce l’unione della valle di Susa con i Comuni della cintura. Due cortei si incontrano e si uniscono per formarne uno solo. Il tutto sotto una pioggia battente, settemila persone. Il Tg3 non dirà una parola.

Ci sarà pure una ragione se migliaia di persone, di tutte le età, di tutti i paesi, sfilano in corteo proseguendo con ostinazione sotto una pioggia torrenziale. Ci sarà pure una ragione se caparbiamente si continua a camminare mentre le strade si trasformano in ruscelli, incuranti dell’acqua che viene da sopra, da sotto, di fianco, da tutte le parti.

Continuano a nascere comitati spontanei nei paesi. La gente si autotassa per acquistare teloni e vernice da issare sulle pareti delle montagne. Striscioni No Tav fanno ormai parte dell’arredo urbano.

Il Tav dovrebbe togliere i Tir dalle strade, eppure negli stessi mesi si parla anche di raddoppio del valico del Frejus.

Cento medici valsusini sottoscrivono un appello preoccupati per la salute pubblica: il Musinè la montagna che dovrebbe essere attraversata dal tunnel è piena di amianto. La valle di Susa, già oggi ha un primato di morte per tumori. Il manifesto viene affisso in tutti gli studi medici.  

E si arriva al 31 maggio 2003: “In marcia per la nostra valle”. 20 mila le persone che sfilano da Borgone a Bussoleno sotto un sole cocente, per dire No al Tav. Bloccate per 4 ore le due statali che attraversano la valle, per mezz’ora l’autostrada del Frejus e la ferrovia. Il corteo è aperto dai 38 sindaci e dal presidente della Comunità montana. Ci sono proprio tutti… Passeggini, monopattini, deltaplani, mongolfiere, biciclette, mountainbike, presenti. Trattori grossi, e trattori piccoli, pattini a rotelle, scarpe da trekking, da tennis, scarpe eleganti, comode-tacco basso-, sandali, infradito, ciabatte, zoccoli, presenti. Mamme, papà, fratelli e cugini, bambini, nonni, presenti. Lattanti addormentati, sacerdoti di montagna, coldiretti con cappello, giornalisti, sacerdoti di pianura, giovani marghé, viticultori, signora attempata con permanente azzurrina, presenti. Ragazzo con treccine rasta, insegnanti e presidi, asini e cani, presenti. Bambini dell’asilo, maestre, partigiani, cartelloni, magliette No tav, striscioni, cartelli di compensato, presenti.

Fotografi di professioni, videomaker principianti, campi di grano, registratori accesi, microfoni, ciclisti appiedati, presenti. Bandiere al vento, musica, venditore di frutta… gonfaloni dei comuni… vigili… fidanzati…        

Manifestazione del 4 giugno 2005, i numeri crescono: trentamila persone.

I sacerdoti valsusini prendono posizione con documenti e lettere sui giornali, in dissenso con il vescovo (Badini Confalonieri) che è favorevole all’opera.

Giugno 2005: avvio dei primi sondaggi. Le ditte appaltatrici si fanno scortare dalla polizia per prendere possesso dei siti, vengono però respinte dai sindaci con fascia tricolore e dai manifestanti.

31 ottobre 2005: a Mompantero c’è un nuovo tentativo di occupare il territorio; la data è già ricordata come quella della “Battaglia del seghino”: la trivella ancora una volta viene fermata; per portarla in loco dovranno farla passare di notte. Il giorno dopo, l’1 novembre, per protestare contro questo colpo di mano notturno, i valsusini occupano la ferrovia e le due statali.

E si arriva allo sciopero generale del 16 novembre. Ottantamila persone partecipano alla manifestazione. La valle di Susa supera l’isolamento dove era stata confinata: da qui in avanti è un caso nazionale.

Grandi opere strategiche o inutili?

Strategica. Basta dire così perché un’opera, in genere costosa, diventi necessaria.

Ma la Torino-Lione è davvero necessaria? Economisti ed esperti di trasporti dubitano.

Il progetto si compone di tre tratte che saranno pronte nel 2018-2020. Il costo previsto per l’Italia è di 13 miliardi di euro (quello atteso di circa 17 miliardi). Secondo il Gruppo di lavoro intergovernativo italo-francese l’opera non contribuirebbe a spostare

il traffico merci su rotaia. I benefici ambientali sarebbero quindi quasi nulli.

Ma allora perché si insiste tanto? Ci sono i fondi Ue sul Corridoio V, la linea Lisbona-Kiev, che ci interessano soprattutto per la linea alta velocità Torino-Trieste.

E poi, in tempi di recessione, le grandi opere pubbliche sostengono l’economia.

Resta una domanda: non potremmo spendere meglio i nostri soldi? (migi)

Dalle sagre ai campeggi, tutto fa “no tav”

Quindici anni sono lunghi. È fondamentale stare sulla “scena” per mantenere l’attenzione sul tema Tav. Così, accanto ai convegni di studio, agli approfondimenti tecnici, ci si inventa di tutto: banchetti alle sagre, spettacoli teatrali, adesivi e magliette, campeggi No Tav, concerti, libri, veglie di preghiera, digiuni. Domenica 28 luglio ’96 per la prima volta appare sul Rocciamelone, la montagna più alta, una grande scritta: No Tav.

No Tav, si legge, passando in auto sulle statali, o dal finestrino del treno. No Tav, si legge, fermi al semaforo. Nell’autunno ‘96 si spediscono cartoline contro i servizi faziosi del Tg 3 regionale; il messaggio è martellante e ripetuto: è tutto deciso, i soldi ci sono, l’Europa ci aspetta, gli oppositori sono pochi, brutti e cattivi… Una faziosità che continua fino a oggi, quando il “caso valle di Susa” arriva sui media nazionali.

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