Commercio equo: è boom in Gran Bretagna

Sono da sempre i maggiori consumatori di junk e fast food, ma ora si aggiudicano un altro primato, meno prevedibile e più rispettabile. I britannici, secondo un recente studio pubblicato dalla Fairtrade Foundation, sono i più grandi sostenitori del consumo equo e solidale al mondo. Nel Regno Unito lo scorso anno le vendite dei prodotti garantiti dal marchio Faitrade sono svettate del 50 per cento rispetto all’anno precedente, per un totale di 140 milioni di sterline (210 milioni di euro). di Silvia Tagliaferri

Il caffè e le banane hanno fatto la parte dei leoni, seguiti dal cioccolato e dal tè. Nel 2004 l’espresso ha portato nelle casse degli esercizi commerciali quasi 50 milioni di sterline, 15 milioni in più dell’anno prima, tè e cioccolato circa 26 milioni di sterline. A dare una mano alla diffusione delle bevande in tazza coltivate nel Terzo mondo sono accorse importanti catene di ristorazione, come la Starbucks, che hanno adottato quelle materie prime nelle loro cucine. Ma nella lista della spesa firmata “equo e solidale”, che vanta ormai più di 800 prodotti, si distinguono anche fiori, olio e vino. Tutti rigorosamente riconoscibili dall’etichetta Fairtrade, che garantisce un aiuto concreto a 5 milioni di persone in 49 Paesi in via di sviluppo attraverso forme di cooperazione sostenibile. I contadini sono organizzati in associazioni o cooperative su base democratica e vengono tutelati con pre-finanziamenti e retribuzioni dignitose. Si offre loro una chance per tirarsi fuori da una crisi che Harriet Lamb, direttore esecutivo di Fairtrade Foundation, ha definito “tsunami economico”. La flessione generalizzata della produzione agricola ha messo a terra l’intero mondo rurale; l’effetto però è stato più drammatico nelle regioni più precarie, che dalla terra traevano l’unica fonte di sopravvivenza. Intere famiglie hanno perso il lavoro, la casa, la salute e sono state costrette a migrare. “La comunità britannica – ha sottolineato Harriet Lamb – si è dimostrata molto generosa nei confronti del Sud-Est asiatico. Allo stesso modo non si è risparmiata per i contadini dei Paesi in via di sviluppo”. Un sondaggio della Mori, la maggior agenzia di analisi dell’opinione pubblica in Gran Bretagna, ha evidenziato come nel 2004 il 39 per cento delle persone che sceglievano il marchio Fairtrade lo faceva consapevolmente. Abituati a mangiare fish and chips ma sensibili ai problemi umanitari, i britannici hanno così confermato palato poco fino ma mani molto generose.

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