Approfondimento

Com’è cambiata la radio, il media che ha superato la rivoluzione digitale

Indipendenza e informazione di qualità: da Radio Popolare a Onda d’Urto, da Città Fujiko a Radio Siani, le ricette delle emittenti che resistono al duopolio Mediaset-l’Espresso, in un mercato strettamente legato alla pubblicità

Tratto da Altreconomia 182 — Maggio 2016

La prima finalista di “RadioBattle” è stata la Serbia, che ai primi di aprile ha battuto l’Armenia con una playlist chiusa da “Ain’t Got Far to Go”, dell’inglese Jess Glynne. A votarla, su Twitter, migliaia di ascoltaltori affezionati all’ultima frontiera radiofonica importata in l’Italia da Filippo Solibello, voce storica della trasmissione “Caterpillar” (Rai Radio2) nonché mente della celebre campagna ambientale “M’illumino di meno”. 

“RadioBattle” (www.radiobattle.rai.it), giunto alla seconda edizione quest’anno, è un ring pacifico sul quale si sfidano emittenti di tutto il mondo. Come fosse “Giochi senza frontiere”. Quest’anno è toccato a sedici Paesi, in onda su Rai Radio2, ogni domenica, alle 20. Un’ora di trasmissione moderata da Solibello, interamente in inglese. “È l’ultima frontiera globale di una radio in movimento -spiega-, e cioè superare le barriere internazionali”. Il miglior alleato della sua ultima scommessa è la rete, che “la radio è stato l’unico mezzo di comunicazione di massa in grado di sfruttare senza subire” -come racconta Solibello-. Pensa alla Tv generalista, omologata da programmi e format fotocopia, e alla carta stampata, “uscita con le ossa rotte” in termini di vendite e lettori. “La radio, invece, ha superato la rivoluzione digitale, non ne ha sofferto la transizione. Anzi, l’ha cavalcata: si è impossessata del mezzo con i contenuti podcast, i servizi di streaming, l’interazione costante sui social network con i propri ascoltatori. E non l’ha fatto perché è arrivato internet. Semplicemente l’ha sempre fatto, da straordinario impollinatore culturale del pianeta qual è”. 

Solibello è un visionario con i piedi saldamente per terra. Conosce le potenzialità del mezzo e gira il mondo a caccia di novità, ma contemporaneamente non sorvola sulle debolezze del contesto radiofonico che lo circonda. 

“Nel 2016, in Italia, vedo una radio migliore di quella degli anni 90 -ragiona a voce alta in un caffè di Piazza Gae Aulenti, a Milano, a pochi passi dalla sua ultima creatura, “RadioCity” (www.radiocitymilano.it), un festival che si è tenuto tra il 7 e il 10 aprile-. Erano gli anni del duopolio Rai-radio private, frutto del successo di grandi famiglie imprenditoriali, come Radio Italia, Rtl 102.5, Rds e quelle che oggi sono del Gruppo Espresso. Da un punto di vista dei modelli culturali di riferimento, tutto questo ha impoverito molto il tipo di radio che si faceva in Italia, relegando ad una sorta di artigianato di qualità tutto il mercato di mezzo che cercava un po’ di luce. Con l’arrivo di internet qualcosa si è mosso, anche se il modello di business è ancora incardinato sulla pubblicità”.

Lo conferma anche l’ultima Relazione annuale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM): “Il finanziamento dell’offerta radiofonica rimane ancorato alla raccolta pubblicitaria, da cui deriva il 74% delle entrate complessive (610 milioni di euro circa, nda)”. Un’offerta “associata prevalentemente all’intrattenimento” -spiega l’AGCOM, che mette in fila i primi network, da Rtl 102.5, Rds, Radio Deejay- dove “l’incidenza media dei contenuti informativi sulle ore di trasmissione complessive non supera il 6%”. Ed è quindi sulla pubblicità che si gioca la partita del pluralismo della radio “di flusso”, come la chiama Solibello. E nel nostro Paese al momento tutto ruota intorno a un’operazione che sta portando avanti Fininvest -la holding della famiglia Berlusconi, che già possiede Radio101 e raccoglie inserzioni per Radio Italia, Radio Subasio, Radio Kiss Kiss, Radio Norba, Media Hit e Radio AUT- per assicurarsi il controllo del Gruppo Finelco Spa, produttore di Radio 105, RMC Radio Montecarlo e Virgin Radio. Sommate, Fininvest e Finelco raggiungerebbero così il 40% circa della raccolta pubblicitaria sul mezzo radiofonico, praticamente il doppio del secondo operatore, il Gruppo Espresso (Radio Deejay, Radio Capital, M2o). A febbraio di quest’anno l’Antitrust ha aperto un’istruttoria, preoccupata dal fatto che “la concentrazione in esame” potesse “dare luogo alla creazione di una posizione dominante idonea a eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria”. A metà aprile, l’Autorità garante ha dato il via libera -seppur condizionato- all’operazione. 

Alla mutazione in atto guarda con non troppo distacco anche Michele Migone, il direttore di Radio Popolare (www.radiopopolare.it), la storica emittente indipendente milanese edita dalla ERREPI Spa. “Rischiamo di uscirne danneggiati -racconta-, ma in maniera certamente minore rispetto ai grandi network, visto il nostro ruolo marginale. La nostra infatti è una grande radio locale dal respiro nazionale, ma il giudizio ovviamente non può essere positivo: non vorrei succedesse per la radio quel che già è successo per la Tv”. Radio Popolare raccoglie pubblicità senza alcun criterio-filtro, ma non ne dipende quanto la media nazionale: “Nel 1992-1993 abbiamo inventato l’abbonamento. Oggi costa 90 euro all’anno, e gli ascoltatori che lo versano ci garantiscono il 70% del fatturato annuo. Sulla pubblicità facciamo un po’ più fatica, anche se il nostro marchio resta sinonimo di autorevolezza”. 

“La raffinatezza di Radio Popolare è un’eccezione per il panorama italiano”, aggiunge Filippo Solibello, che lì ha fatto un pezzo del proprio percorso professionale. Infatti è una radio che tiene insieme informazione alternativa e approfondimento ragionato, distinguendosi dalle frequenze di flusso musicale e in grado di raggiungere “195-196mila ascoltatori al giorno, 400mila ogni settimana, e dar lavoro a 40 dipendenti, di cui una ventina giornalisti”, come racconta Migone. 

Per rinfrescare le idee e gli spunti autoriali, Radio Popolare ha cominciato a guardare quello che Migone definisce un “grandissimo serbatoio di talenti e cose nuove”, le webradio universitarie. Non è un caso che tra i protagonisti del festival internazionale organizzato (anche) da Solibello a inizio aprile a Milano ci fosse uno spazio dedicato esclusivamente alle piccole realtà accademiche: “L’imporsi di modelli standardizzati aveva allontanato i ragazzi dal solo pensiero di fare radio -spiega infatti il conduttore di ‘RadioBattle’-. Adesso invece sono esplose mille piccole realtà che magari non staranno in piedi da un punto di vista economico, ma riescono a produrre e a trasmettere passione ed entusiasmo. È lì che vedo la speranza dei prossimi 10 o 20 anni della radiofonia italiana, dove qualcosa può accadere”. 

Gianluca Cannarozzo, iscritto alla facoltà di Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, è uno di quelli che abitano quel serbatoio. È il direttore di “Radio Statale”, finanziata dall’ateneo con poco più di 10mila euro all’anno e realizzata da studenti volontari che con computer, schedia audio, mixer e microfono trattano di cinema, cultura, attualità. Qualche mese fa, insieme a tanti altri, ha deciso di andare oltre la singola emittente, immaginandosi il progetto “Officine radiofoniche milanesi”. “È il consorzio di quattro radio universitarie -Radio Statale, Radio Bocconi, POLI.RADIO e Radio Bicocca-, con un proprio palinsesto autonomo e format di base -spiega Cannarozzo-. Ogni radio mette a disposizione infrastrutture e conoscenze, voci e scelte editoriali”. 

La pubblicità, in questo caso, non ha spazio. Come accade da trent’anni a Brescia, a “Radio Onda d’Urto” (www.radiondadurto.org), frequenza “antagonista” gestita da un’associazione culturale che nella provincia lombarda è seguita da oltre 11mila persone, ogni giorno. I numeri sono certamente più contenuti rispetto al network di Radio Popolare, ma premiano una scelta netta: non dipendere dagli inserzionisti. “Il 30% dei costi della radio, più o meno 250mila euro all’anno, è coperto dalle sottoscrizioni dei nostri ascoltatori -racconta Francesco Catalano, una delle anime dell’emittente-, mentre al rimanente 70% ci pensa il ricavato della festa che organizziamo tutti gli anni, giunta alla sua 25esima edizione”. Quest’anno sarà dal 10 al 27 agosto, in via Serenissima a Brescia, “con artisti internazionali e nazionali, dibattiti, presentazioni di libri e fumetti, teatro, tanti stand autogestiti, bancarelle, gonfiabili per bambini”. Al cuore del palinsesto c’è l’informazione: “Seguiamo le iniziative dal basso -spiega Catalano-, le lotte popolari di lavoratori ed ecologisti contro la distruzione del territorio”. I giornalisti che ci lavorano (quattro) sono anche i tecnici delle loro trasmissioni, gestendo internamente sia la regia sia la messa in onda attraverso i 17 impianti in FM della radio. “Onda d’Urto” dovrebbe ricevere un simbolico finanziamento pubblico dalla Presidenza del Consiglio, intorno ai 10mila euro, che però è congelato da quasi dieci anni. E non è arrivato nemmeno a Bologna, nelle stanze di “Radio Città Fujiko” (www.radiocittafujiko.it), storica radio cittadina che quest’anno, dopo una lunga serie di trasformazioni, compie quarant’anni. “È una radio indipendente ascoltata ogni settimana da 70mila persone -racconta Alessandro Canella, il direttore responsabile-, non legata a grandi gruppi cooperativi ed edita da una cooperativa con quattro soci lavoratori”. Gli sponsor sono scelti con criterio (“Non accettiamo multinazionali, pellicce e compro oro”) e una parte del fatturato dipende da progetti sociali finanziati da enti pubblici. Uno di questi, sostenuto da Regione Emilia-Romagna, prevede che “Fujiko” insegni ai ragazzi di 15 Comuni dell’hinterland bolognese a farsi una webradio. Il 70% del palinsesto è informazione e la radio, come tiene a ricordare Canella, “è tra le prime che ha iniziato e continuato a funzionare con software libero, un server Linux e programmi di automazione sviluppati da un gruppo di informatici del Bologna Free Software Forum”. 

“Radio Siani” (www.radiosiani.com), invece, trasmette dal 2009 da un appartamento confiscato alla criminalità organizzata di Ercolano (NA). Lo fa grazie a voglia e coraggio di un gruppo di quaranta ragazzi, come racconta Giuseppe Scognamiglio, uno dei coordinatori, che all’inizio non si intendeva né di radio né di antimafia. “Un’inchiesta della magistratura del 2007 lasciò emergere come un’emittente locale fosse divenuta la ‘trasmittente’ dei clan, soprannominata poi ‘Radio camorra’”. Loro restarono interdetti e decisero di “contrapporre una webradio della legalità, intitolata al giornalista Giancarlo Siani assassinato proprio dalla camorra nel settembre 1985”. Nel giro di pochi anni, “Radio Siani” diventa “un microfono sempre aperto alla denuncia” a dispozione di 40mila utenti online al mese, risparmiando sulla musica, in copyleft

I modelli convivono, in quella che Solibello ha chiamato “l’estrema e tollerante biodiversità della radio, che ospita nelle sue varie forme soggetti molto diversi all’interno di uno stesso bacino di importanza, fruizione e dignità”. 

 

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