Ciò che il pil non spiega

 La vera “economia sommersa” è il lavoro non pagato delle donne che si prendendo cura della casa e dei figli. Poiché non viene contabilizzato,  da indicatore di benessere collettivo si è trasformato in causa della disuguaglianza di genere

Tratto da Altreconomia 126 — Aprile 2011
Una donna su due in Italia è inattiva: non fa parte della forza lavoro, non partecipa all’attività economica del nostro Paese. La realtà, sebbene ci si ostini ad ignorarla, è molto diversa: è l’“economia” che viene misurata dal prodotto interno lordo (Pil) quella alla quale si contribuisce quando si fa parte della forza lavoro, ma è solo una parte dell’economia del nostro Paese. Esiste infatti anche l’economia prodotta quando non si è parte della forza lavoro, ed è pari a 40% del Pil. 
 
Nel dibattito pubblico si sente spesso parlare di sommerso, come di attività economica che sfugge alla contabilità nazionale, e soprattutto alla tassazione nazionale, ma sono pochissimi quelli che si concentrano sul lavoro non pagato, cioè la produzione di beni e servizi che avviene al di fuori del mercato,  in famiglia, quando si è inattivi. Il lavoro non pagato include la preparazione dei pasti, i lavori domestici, la cura dei figli, degli anziani e di tutte le persone non autosufficienti, oltre a tutto il lavoro di volontariato. 
 
Non è un caso che la maggior parte di questo lavoro sia svolto, in Italia, ma anche nel mondo, dalle donne. Non considerare quest’attività significa, quindi, sottovalutare sistematicamente il contributo delle donne all’economia, perché è da inattive si produce ricchezza, anche se non entra nel Pil. Analizzare il lavoro non pagato è fondamentale per svelare la debolezza del sistema economico ed esporre i limiti del Pil come indicatore di benessere collettivo, oltre a comprendere fino in fondo come la divisione del lavoro svolto al di fuori del mercato sia l’ostacolo principale per il raggiungimento di una effettiva parità tra uomini e donne. Secondo una recente (marzo 2011) pubblicazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), non viene inclusa nelle misurazioni tradizionali -quali il Pil- una quota variabile tra un terzo e la metà di tutta la attività economica svolta all’interno dei diversi Paesi analizzati. 
 
Le stime relative al lavoro non pagato variano a seconda del metodo utilizzato: in base al metodo di sostituzione, che considera il valore delle attività se si fosse assunto qualcuno sul mercato per svolgerle, il lavoro non pagato in Italia rappresenta quasi il 40% del Pil. Con la stessa metodologia, in Portogallo lo stesso valore raggiunge quasi il 60% del Pil. L’altro metodo utilizzato stima invece il contributo del lavoro non pagato in base al “costo opportunità”, cioè al guadagno che la persona potrebbe avere se impiegasse in altro lo stesso tempo. Per chiarire l’esempio, pensate a quanto potrebbe guadagnare un notaio nello stesso tempo in cui cucina una teglia di lasagne. In base a questi calcoli, il lavoro non pagato in Italia produce il 50% del Pil, e supera il 40% in tutti i Paesi considerati.
 
L’Ocse conferma che la maggior parte di questo lavoro è svolto da donne. 
In Italia, le donne dedicano ogni giorno 310 minuti al lavoro non pagato, 200 minuti in più degli uomini. Gli uomini italiani in generale evitano di occuparsi delle faccende domestiche: sono più fortunate di noi tutte le donne europee, ad accezione delle portoghesi, ma anche le americane, le neozelandesi, le cinesi, le koreane, le giapponesi e le sudafricane. Sono le indiane le regine della disparità, lavorando non pagate per quasi 300 minuti in più dei loro partner. 
 
In quasi tutti i Paesi analizzati i papà disoccupati dedicano meno tempo alla cura dei figli delle mamme occupate. In Italia, 49 minuti al giorno, contro una media di 85 delle mamme occupate. Il record della cura dei figli lo detengono le australiane, con un totale di 236 minuti al giorno. Anche la natura del tempo dedicato ai figli è diverso tra uomini e donne: spetta a queste la maggior parte della cura fisica e di supervisione, mentre gli uomini dedicano più tempo ad attività educative e ricreazionali con i figli. 
Il confronto tra Paesi fa emergere una forte correlazione negativa tra occupazione delle donne e tempo di lavoro dedicato a svolgere lavoro non pagato. Nei Paesi dove le donne svolgono, proporzionalmente, più lavoro non pagato sono meno occupate. Se quindi è doveroso evidenziare che in Italia le donne sono meno occupate degli uomini, dire che una su due è inattiva sembra quantomeno inopportuno, se non si vuol dire scorretto. 
 
Una donna disoccupata lavora, non pagata, quasi otto ore al giorno, solo venti minuti meno di un uomo occupato, che comunque ha più tempo libero. Se la “spassano” i partner delle donne disoccupate, che lavorano poco più di sette ore al giorno, e si godono quasi 4 ore al giorno di tempo libero. Sono invece le donne occupate le più sgobbone, con un totale di più di nove ore al giorno.
 
Il problema è culturale: questa divisione dei ruoli, che viene spesso accettata e considerata “naturale”, è causa di una sistematica sottostima del contributo delle donne all’economia, e tende inoltre a sottovalutare i problemi legati alla diseguaglianza e all’inefficienza del nostro sistema. Potremmo cominciare  chiedendo all’Istat di evitare confusione, smettendo di chiamare “inattive” coloro che svolgono così tanto lavoro per il benessere del nostro Paese.

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