Opinioni

Chi ci difende dai cinghiali

Non solo produrre cibo: la pratica contadina ha la capacità di prendersi cura dell’ambiente, e di garantire coesione sociale. Un ruolo che l’agroindustria e lo spopolamento rurale stanno minacciando _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 144 — Dicembre 2012

Negli incontri cui patecipo sul territorio per diffondere l’agricoltura biologica, il rispetto dell’ambiente e un’alimentazione sana, mi vengono spesso segnalati svariati problemi di gestione e vivibilità complessiva delle zone rurali. Recentemente a Porretta Terme, sull’appennino emiliano, un agricoltore mi ha chiesto come e che cosa sia possibile fare per difendere le sue colture da cinghiali, caprioli e cervi. La sua proposta è che la Regione finanzi la creazione di recinti. Questo contadino vive esclusivamente del suo lavoro ed è comprensibile la sua richiesta, ma non condivido la sua soluzione. Piuttosto che costruire recinti, sarebbe meglio coinvolgere gli enti locali nel ritorno capillare dell’attività agricola sul territorio perché solo con la presenza dell’uomo e dell’agricoltura biologica è possibile tornare a un equilibrio fra natura, uomo e animale selvatico che permette la presenza e la sopravvivenza di tutti i soggetti.
Il contadino mi dice: “È vero, quando eravamo circa 50 piccole aziende subivamo danni sopportabili dagli animali, ora siamo rimasti in tre o quattro e gli animali ci distruggono tutto!”. Oggi piccole e medie aziende falliscono sempre più per l’impossibilità economica di sostenere attività e famiglia; negli ultimi dieci anni ne sono state chiuse più di due milioni, perdendo non solo produttività, ma anche la presenza di figure professionali capaci di influenzare il tessuto sociale.
Quando piove per qualche giorno abbiamo smottamenti, allagamenti, frane, crolli, e questo è dato sicuramente da un’eccessiva cementificazione, ma anche dalla mancata presenza della tradizionale figura del bracciante che teneva puliti gli scoli, tagliava gli alberi pericolosi impedendo che si fermassero contro i ponti garantendo il defluire delle acque e manteneva sulle sponde dei ruscelli la presenza di alberi e siepi che ne rallentavano la corsa. Un esempio significativo è il territorio ligure in cui ogni segnalazione di pioggia diventa allarme, con gravi disagi e danni economici ingenti. In Liguria circa il 50% della superficie è cementificato, mentre la presenza di attività agricola è ormai talmente marginale da non incidere più sulla salvaguardia del sottosuolo impedendo e rallentando questi fenomeni naturali sempre più frequenti. Una delle soluzioni possibili consiste nell’aiutare il reinsediamento di medi e piccoli coltivatori sostenendoli nella partenza e nella creazione di sbocchi di mercato locale con il duplice obiettivo di garantire un’economia diretta dignitosa e la possibilità di rendere consapevole il cittadino sul ruolo del contadino di curatore e custode, cuore pulsante dell’area rurale.
L’altro ruolo importante di una piccola azienda agricola è quello dell’integrazione di persone socialmente disagiate.
Da sempre i contadini sono un riferimento per chi cerca aiuto; nelle campagne potrete trovare i poveri, ma non chi perde dignità per rovistare nei bidoni dei rifiuti come succede in città. In passato, quando la presenza degli agricoltori era più diffusa, era normale che un bisognoso venisse introdotto nell’attività di lavoro in cambio di vitto e alloggio con soddisfazione reciproca. Non voglio asserire che dobbiamo recuperare il paradigma di avere un lavoro in cambio di casa e viveri, ma la socialità e la convivialità di quest’aspetto sì.
Saverio Senni, docente dell’Università della Tuscia di Viterbo, da diversi anni studia e analizza il ruolo sociale della cultura contadina. Dalle sue ricerche emerge che anche oggi abbiamo molte realtà che, senza saperlo, svolgono sia un ruolo di controllo dell’ambiente in equilibrio con i processi naturali sia d’integrazione di persone in difficoltà, senza diventare mai comunità di recupero, ma sostanzialmente svolgendo il vero compito civile di chi ama la terra e ciò che lo circonda. Dai suoi studi antropologici affiora come l’uomo, molto probabilmente, sia arrivato a praticare l’agricoltura per motivi di aggregazione sociale prima ancora che per la produzione intensiva di alimenti. Penso che vi siano buoni motivi per sostenere questa tesi; basta pensare alle nostre comunità agricole d’inizio secolo in Pianura Padana dove esistevano cascine con centinaia di persone che vivevano e lavoravano insieme. Seppur in una situazione simile al padronato medioevale, avevano dispense, forni e lavatoi comuni e si aiutavano a vicenda nella crescita e cura dei bambini. Io stesso sono cresciuto in una splendida famiglia povera di questo tipo, ma i miei genitori, anche con poco cibo in casa, avevano sempre un posto a tavola disponibile per chi era meno fortunato di noi. Dobbiamo recuperare il rapporto solidale che l’agricoltura aveva ed ha, l’agroindustria ne ha distrutto una parte, ma ne è una caratteristica intrinseca e va riconquistata. —
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia