Bolzaneto: denunciare e perdere il lavoro – Ae 27

Numero 27, aprile 2002Perdere il lavoro raccontando quello che è accaduto a Bolzaneto o perdere il sonno per convivere con i propri rimorsi? È stata questa la scelta che ha dovuto affrontare Marco Poggi, infermiere dell'amministrazione penitenziaria in servizio nella…

Tratto da Altreconomia 27 — Aprile 2002

Numero 27, aprile 2002

Perdere il lavoro raccontando quello che è accaduto a Bolzaneto o perdere il sonno per convivere con i propri rimorsi? È stata questa la scelta che ha dovuto affrontare Marco Poggi, infermiere dell'amministrazione penitenziaria in servizio nella caserma di Bolzaneto durante i giorni di luglio del G8 genovese. I mezzi di informazione, che hanno acceso i riflettori su di lui quando era un testimone privilegiato, hanno poi ignorato la sua vicenda umana e personale, ed è per questo che siamo andati a cercarlo e lo abbiamo intervistato.

Il 30 agosto, Marco Poggi è intervistato dal Tg3 nazionale. Dice: “Io mi sono nutrito di violenza, è il mio mestiere, ne ho vista tanta. Ma se dovessi dare una spiegazione a quello che ho visto a Bolzaneto penso che in altri 52 anni non riuscirei a darla. Già dal venerdì sera io ho visto numerosissimi episodi di violenza esercitati all'interno della caserma di Bolzaneto, sia all'interno che all'esterno dell'infermeria. In infermeria ho visto un medico che ha tolto ad una ragazza un piercing dal naso con la mano, strappandolo (…) Io devo sinceramente chiedere scusa a tutti questi ragazzi e alle loro famiglie, perché io ho assistito senza fare nulla. Probabilmente non sarei riuscito a fare nulla, ma avevo il dovere di provarci”.

Prima di quell'intervista, dopo aver già rilasciato la sua testimonianza davanti al sostituto procuratore Francesco Pinto, Poggi aveva scritto una lettera datata 29 agosto e indirizzata al presidente della commissione parlamentare d'indagine Antonio Bruno dove racconta le violenze di cui era stato testimone a Bolzaneto dalla sera del venerdì 20 alle ore 8 del giorno 21 luglio. Ma la commissione d'indagine non ha ritenuto di doverlo ascoltare.

Le sue accuse non sono generalizzate: non tutti gli agenti si sono lasciati andare a violenze ma, ripete Poggi, “ho avuto la netta sensazione che nessuno comandasse o avesse responsabilità di coordinamento, nonostante la presenza di ufficiali e graduati”.

Perché hai deciso di raccontare quello che hai visto a Bolzaneto?

“Probabilmente dopo Genova mi sarei tirato indietro anch'io come tutti gli altri, ma appena sono tornato a casa la mia vita era cambiata. Ho visto delle cose che avrei mai ritenuto possibili. Lavorando per l'amministrazione penitenziaria ho imparato il concetto di legalità, la necessità di essere al di sopra delle parti. Nonostante i miei 15 anni di lavoro all'interno del carcere, a Genova ho incontrato una situazione completamente nuova.

Quando sono stato convocato dal giudice Pinto in qualità di persona informata sui fatti, ho sentito in coscienza di dover andare fino in fondo. Nei giorni precedenti all'interrogatorio ho parlato anche con i miei colleghi di questa decisione, e c'è stato un grande dibattito su questo. Molti mi hanno dato ragione, la maggioranza no, e infatti sono stato praticamente costretto a lasciare il lavoro, dopo forti pressioni. Già nel momento in cui stavo firmando le mie dichiarazioni davanti al giudice ero consapevole di firmare la perdita del mio lavoro. A parole mi è stata lasciata libertà di decidere se rimanere o no, ma dietro le parole si nascondeva un messaggio chiaro: se rimani lo fai a tuo rischio e pericolo. Onestamente devo dire che se non avessi avuto famiglia sarei sicuramente rimasto al mio posto.

Davanti al giudice non ho parlato male di nessuno, non ho enfatizzato nulla, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente risposto, in scienza e coscienza. Le cose che ho raccontato al giudice riguardano solo una minoranza, ma a mio parere questa minoranza non avrebbe potuto comportarsi come si è comportata se non avesse avuto la sensazione di essere in qualche modo 'coperta' o di non doversi preoccupare troppo delle conseguenze dei propri atti. Queste, tuttavia, sono solo mie supposizioni”.

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Quali altre motivazioni ti hanno spinto ad uscire allo scoperto?

“La mia formazione scolastica si limita ad una terza media conquistata alle scuole serali, ma nella mia famiglia ho imparato il senso della giustizia e la necessità di essere vicino ai deboli. Non sono religioso e non credo in Dio, ma credo molto in questo. Io vorrei che la mia testimonianza non fosse fine a se stessa, ma che possa essere un esempio concreto per dare un senso a tutte le parole sull'onestà e la giustizia che ci sentiamo dire sin da quando siamo piccoli, mentre diventando grandi ci abituiamo all'omertà e ci troviamo a lottare contro tutti quando proviamo a rompere il muro del silenzio. Io vengo considerato un eroe o un criminale, a seconda dei punti di vista, ma non sono ne l'uno né l'altro, sono solamente una persona normale che si è indignata e ha voluto raccontare le cose che ha visto. Spero che il mio gesto abbia dato un minimo di speranza ai giovani, soprattutto a quelli che erano presenti a Genova”.

A proposito di giovani: mi chiedo che cosa diresti ad uno dei ragazzi che hanno subito le violenze di Bolzaneto…

“Direi innanzitutto che è importante rimanere sul terreno della legalità e della democrazia, perché la Polizia non è tutta marcia. La maggior parte è ancora vicina ai cittadini, perché chi ha picchiato a Bolzaneto erano in pochi, ma se questi pochi non vengono isolati, non vengono perseguiti, quei pochi diventeranno molti e quelli che a Bolzaneto si sono trattenuti per paura delle conseguenze la prossima volta potrebbero decidere di imitare i loro colleghi che l'hanno passata liscia nonostante tutto. A un giovane direi di scendere ancora in piazza, ma insieme alla Polizia, non contro. Tutta la rabbia e la frustrazione nate dall'esperienza di Bolzaneto dovrebbero essere incanalate per lottare contro le ingiustizie con una forza che non sia finalizzata a distruggere ma a costruire. La mia scelta di testimoniare le cose che ho visto a Bolzaneto è stata anche una forma di adesione alla sofferenza di quei ragazzi. Lo dovevo a loro e alle loro famiglie”.

Che conseguenze hanno avuto le tue dichiarazioni?

“Appena ho rilasciato la mia intervista al Tg3, successiva al colloquio con il magistrato, ho subito minacce e ritorsioni per quello che ho detto, mentre nulla è stato fatto per fare in modo che non si ripeta più quello che è successo. Forse è questo che mi fa arrabbiare di più, il fatto che da questa esperienza non si sia imparato niente”.

Quali sono secondo te i problemi da affrontare all'interno della Polizia penitenziaria?

“Nonostante tutto quello che è successo, io continuo ad essere affezionato al corpo di Polizia Penitenziaria, perché è un corpo fondamentalmente sano. L'unico problema è il forte senso di 'gruppo', la chiusura corporativa e la mancanza di trasparenza. Loro sanno perfettamente quello che è successo a Bolzaneto, e parlando singolarmente con le persone coinvolte non hanno problemi a riconoscerlo e a darmi ragione. Quello che appare inaccettabile all'interno del 'gruppo' è che io abbia parlato di queste cose all'esterno.

Fuori dal carcere ho avuto molte dimostrazioni individuali di affetto e di solidarietà, ma all'interno della struttura io resto comunque un 'traditore' che ha fatto qualcosa di intollerabile. Quando il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha disposto una indagine interna per i fatti accaduti a Genova, ho dichiarato di fronte alla commissione d'indagine del Dap che la mia decisione di uscire allo scoperto è stata presa innanzitutto per un senso di giustizia nei confronti di quei giovani che hanno dovuto subire cose innominabili, ma anche e soprattutto in difesa di quelle migliaia di poliziotti che con onestà e dedizione fanno il loro lavoro, nonostante la presenza di un piccolo gruppo di persone che io continuo a definire delinquenti”.

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